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STORIA - TRADIZIONI

Quando c’erano i mulini

Da Melara a Castelmassa decine di mulini utilizzavano la forza motrice del Po

di Corrado Ferri

Ventaglio Novanta n. 23 2001 pp. 56–59

Sul fiume Po, tra la fine dell'800 e gli inizi del '900, da Melara a Castelmassa, erano appiardati numerosi mulini. A Melara, ad esempio, nel 1878 lavoravano ben sei mulini; nel 1920 ce n'erano ancora quattro. A Bergantino, in località S. Giovanni, nel 1895 erano appiardati sei mulini; nel 1920, cinque. A Castelmassa, nel 1895, macinavano ben nove mulini e, per poter sfruttare meglio la corrente, anziché in fila, essi venivano posti uno di fianco all'altro.

I mulini

Il mulino di Po era una costruzione di legno (rovere, robinia o larice) opera di esperti calafati. Gli ingranaggi venivano ritagliati nel corniolo o nel sorbo, legni molto duri. Le assi erano spesso dipinte a riquadri bianchi e neri, per rendere le costruzioni un po' più visibili nelle giornate di nebbia. I barconi venivano spalmati di pece; le pale della ruota erano unite ad incastro, senza chiodi. I tetti erano due, entrambi a due spioventi e di canna. La solidità del manufatto, la bontà dei legnami impiegati, la costante sorveglianza, la minuziosa manutenzione e la sostituzione delle parti consumate rendevano il mulino un'opera dalla durata plurisecolare.

I mulini galleggiavano ormeggiati alle burghe, grosse ceste di vimini, riempite di sassi e terra e poi sommerse. Erano sostenuti da due imbarcazioni: il "sandòn" grande ed il sandoncello. Lungo il sandòn grande sorgeva il casello, dove penetrava l'albero motore della ruota idraulica, che comunicava la propria forza agli impianti di macine. Partendo dal casello e finendo sul sandoncello, accostato al lungo pontile di prua, c'era il magazzino, un vano più grande e più basso del casello. Sotto di esso scorreva l'acqua che, a poppa, metteva in moto la ruota.

Le macine erano costruite in marmo francese. Quelle per il frumento venivano realizzate con un pezzo unico, leggermente convesse. Quelle per il granturco erano costituite da vari pezzi cementati e tenuti insieme da un cerchio di ferro. Lo spessore delle macine erano di circa 30-35 centimetri. Un esperto battitore aveva proprio il compito di rifilare le scanalature delle macine. L'operazione si svolgeva ogni due mesi.

A bordo del mulino si trovavano poche suppellettili: un lume ad olio, una branda, un fornellone senza camino, detto "fugàra", per cuocere e per scaldarsi. Non mancava mai una sacra immagine.

“Dio ti salvi”

Era l'augurio che veviva posto su quasi tutti i mulini del Po. Il mulino, infatti, era minacciato da molti pericoli: incendi, affondamenti, piene o secche del fiume, rotte, ghiacci invernali. Il 9 agosto 1785, ad esempio, una tromba d’aria investì Bonizzo, sulla riva destra del fiume, quasi di fronte a Melara. Un cronista dell’epoca scrisse: “I dieci mulini sulle vicine acque del Po, urtati a loro volta, parte completamente scoverchiati, parte col tetto a pezzi, non furono tuttavia sommersi, contrariamente a quello che, per le forze naturali, avrebbe dovuto accadere, salvandoli Iddio che ad ogni creatura dà sostentamento”.

I mulini costituivano, a loro volta, un serio pericolo per la navigazione, in particolare nelle giornate di nebbia. Il Corriere del Polesine del 15-16 gennaio 1897 informa che il sindaco di Massa Superiore (l’attuale Castelmassa) aveva ordinato ai mugnai di tenere un lume acceso nelle notti di nebbia, ma il provvedimento fu inutile “perché quando la nebbia è molto fitta riesce molto difficile segnalare il lume, oppure lo si segnala in tempo non più opportuno per evitare disgrazie”. Il lume poi “può venir spento dal vento, o i mugnai possono risparmiare l’olio. Il pericolo, quindi non cessa, ma aumenta maggiore, perché i barcaioli, fidenti nel lume, possono omettere le precauzioni che di consuetudine sogliono avere”.

I mugnai

I mugnai erano uomini abili ed accorti, capaci, secondo una leggenda, di farla persino al diavolo. Di loro i proverbi dicevano: "Dio 'l fa 'l gran e i mulinar il ruba"; "Mulinar dala farina bianca, con i oc' al guarda e con la man al ruba". Già gli Statuti di Ferrara del 1287 prevedevano pene per i furti e le contraffazioni dei "molendinari". Nella memoria dei più anziani rivivono ancora i nomi di alcuni di questi uomini di fiume.

A Melara, nel 1892, erano appiardati tre mulini: due al Ritiro Arginone ed uno alla golena Faccin. Ne erano proprietari Gaetano Bacchiega, Leone Cugola, Luigi Bacchiega e figli. Nel 1920, invece, erano quattro i mulini melaresi: il "Sant'Andrea" di Pasquino Bacchiega, il "Sant'Antonio" di Gaetano ed Onorio Bacchiega, il "San Bernardino" di Ermenegildo Bianchini e Leone Cugola e la "Pila" di Raffaele Manzoli. A Melara, l'ultimo mulino, il "Sant'Antonio", di Bonfilio Bacchiega, fu demolito nel 1993, per ordine del Genio civile. Bacchiega conservò le macine del vecchio mulino di fiume, per utilizzarle su un mulino tutto nuovo, fisso a terra, fatto costruire ad Ostiglia (MN).

A Bergantino, nel 1920, macinava anche una mulinella, un mulino dotato di due macine, anziché di una sola: ne erano proprietari Andrea Bettola, Luigi Davì ed un certo Rossetti. Nel 1931-32, venne soppresso il mulino di Antonio Ravelli, Antonio Ferrari e Silvio Buzzacchi.

L'ultimo mulino sul Po, di Antonio Marangoni, Tullio Ravelli ed Antonio Bettola ebbe una fine infausta: fu bombardato il 2 gennaio 1945 e venne demolito l'estate successiva per ricavarne legna da ardere.

Soltanto il ricordo può preservare dall'oblio un'importante pagina della storia padana, in cui per secoli i mulini hanno rappresentato il simbolo dell'antico legame di vita tra l'uomo e il fiume. E proprio al mulino, e pertanto al fiume, l'uomo ha affidato per secoli il suo più prezioso alimento: il grano per il pane.

Informazioni, dati ed immagini utilizzati in questo articolo sono stati in parte desunti dal materiale documentario esposto nella mostra "Il Po dall'archivio al computer", organizzata dall'Accademia dei Concordi di Rovigo e dal Centro Culturale Palazzo Strozzi di Bergantino, nell'ambito della manifestazione "Vivilpo '96", tenutasi a Bergantino nel settembre 1996.

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Corrado Ferri. “Quando c’erano i mulini”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-cerano-i-mulini/

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