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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Salvare Salvaterra?

Appunti per una visita ad un paese che rischia l’oblio

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 36–39

Mica stiamo parlando di Vetulonia, Cnosso o Tebe; ci sono luoghi come Salvaterra che non hanno rilevanti motivi per essere universalmente noti, ma in compenso possiedono il non trascurabile merito di averci visti nascere, e "Visto che al mondo ghe semo … disemo la nostra".

Una cosa è certa: il territorio di Salvaterra si presenta alla Storia già prima dell'epoca romana, seguendo il filone della colonizzazione paleoveneta prima del 1000 a.C.; ma, a parte qualche oggetto fittile per uso domestico di difficile datazione, è con l'età augustea che si può stabilire un rapporto certo, visti i numerosi reperti rinvenuti in loco ed ora giacenti presso il museo Baruffaldi di Badia Polesine e di S. Bortolo in Rovigo.

La zona per prima conquistata ai paludosi terreni fu quella della località Giare. È ormai assodato, con il conforto della fotografia aerea, che di lì passava un ramo delle Fosse Philistine, un intricato reticolo di corsi d'acqua in libertà, cui dava corposo alimento il Po stesso durante il periodo delle piene. La via che porta da Salvaterra alle Giare si chiama tuttora Via Po Alto, ed è incontrovertibilmente ciò che rimane dell'antichissimo paleoalveo.

Salvaterra paese nasce però dai capricci dell'Adige, in un primo tempo in età longobarda con la rotta apocalittica della Cucca del 589 (per cui il secondo fiume italiano, abbandonato il primitivo corso alle porte di Este, si gettò nella bassa pianura ove ancora scorre) e poi con la rotta del Pinzon a Badia che prima dell'anno 1000 diede origine all'Adigetto, creando i presupposti per la nascita di tutti quei paesi che in esso si specchiano, Rovigo compreso.

Il compianto prof. Beggio, ricercatore e autore di varie opere sulla storia ed i costumi locali, nonché di un notevole vocabolario polesano, ebbe ventura di nascere a Salvaterra dove ancora i suoi discendenti ed affini sono conosciuti col soprannome di Munaro. Beggio offre due ipotesi sulle origini del nome di Salvaterra: quella che gode di maggiore credito, sostenuta anche dalla viva voce di paesani più attempati, afferma che così si chiama il paese per essere stato più volte salvato dalle acque dei fiumi. E a ciò c'è una spiegazione, riscontrabile nella morfologia del luogo, giacente ad un paio di metri sopra il livello medio della campagna altopolesana.

Terra salva dunque dalle acque limacciose dei fiumi, terra fertile irrigata a nord dall'Adigetto attraverso varie derivazioni "ciaveghe" e scolata a sud dal cavo Valdentro, una condizione ottimale che, se meglio diretta, avrebbe potuto offrire risultati straordinari.

I Cattaneo, feudatari del Sacro Romano Impero di nobiltà germanica, dalla loro posizione di dominio a Lendinara, fecero erigere una rocca-castello a presidio delle ricchezze fondiarie di Salvaterra. (Si nomina anche una famiglia baronale "Da Salvaterra", ma è probabile che fossero benestanti del luogo o forse gli stessi Catteneo del ramo cadetto).

Sulle rovine della rocca, su cui aleggiano vaghe leggende, venne edificata in età tardo-rinascimentale l'attuale Villa Pellegrini (di scuola provatamente Palladiana).

Si tratta di un complesso che, oltre alla villa padronale, comprende l'attigua chiesa arcipretale (collegata al palazzo da un'ala coperta che permetteva ai nobili inquilini l'accesso al tempio senza sporcarsi le scarpe) e, leggermente staccate sul retro, le munumentali scuderie e rimesse per carrozze (oggi restaurate e trasformate in residenza privata dal magnifico aspetto patronale).

Quello di Salvaterra è dunque un classico esempio di Villa Veneta, edificata per il diletto estivo della nobile famiglia Loredan (che diede alla Serenissima dogi e magistrati) ma anche al fine di presiedere alle funzioni di guida e controllo sui terreni ad essa sottoposti.

Passato nei secoli di mano in mano, il complesso architettonico cadde in rovina dopo gli ultimi proprietari, i conti Pellegrini di Bergamo. Un vero peccato siano andate distrutte sia la piscina retrostante la villa (un ameno laghetto) alimentata dall'acqua dell'Adigetto attraverso un percorso sotterraneo e zampillante dalla bocca di due marmorei leoni, sia la cosidetta "montagnola", una elevazione artificiale del terreno lontana cento passi e più dalla villa, collegata da un viale di statue, arricchita da alberi e piante floreali. Sulla sommità di questa collinetta venivano piazzati dei bersagli mobili sui quali il conte e i suoi frequenti ospiti provavano il gusto di sparare con lunghe spingarde, comodamente assisi sul balcone balaustrato.

L'ultimo conte Pellegrini, nelle giornate afose d'estate soleva prendere il bagno nella piscina in dolce compagnia. A sentire mio nonno, che in villa spesso bazzicava per curare le piante, il blasonato personaggio era un impenitente dongiovani, ma nessuno poteva ritenersi offeso dal suo comportamento, perché lo sapeva fare con la discrezionalità ed il tocco del suo rango.

A Salvaterra tra le curiosità del passato, non va scordato il Piccolo Convento dei Padri Domenicani in prossimità della stazione ferroviaria (fatto oggetto di recentissimo restauro dopo che ignoti avevano nottetempo involata l'unica campana) edificio religioso dedicato a S. Antonio Abate. Intorno ad esso fiorirono nei secoli passati piccanti baccaccesche storielle, con trame forse alimentate dalla nota rivalità col clero secolare.

Un altro riferimento, rinomato fino agli anni '40 si trovava presso una sorgente d'acqua, ricca di sali minerali. La località, denominata Acquaro, esiste tuttora adiacente ad un rustico malandato in cui trova ricovero un gregge di pecore. Ebbe fama di miracolose guarigioni, tanto che analisi effettuate in tempi ormai remoti ne consigliavano l'uso per cure idropiniche; senonché il luogo decisamente fuori mano, divenne via via il punto di raccolta per galanti incontri.⁽¹⁾

Intervennero le autorità, sollecitate dal parroco a sua volta incalzato da zelanti consorti, e il decollo della fonte fu bloccato e tutto finì per essere chiuso, sepolto da strati di fango e d'oblio.

Salvaterra, autonomo comune fino al 1927, ebbe l'opportunità ma non la forza di riprendersi l'autonomia da Badia Polesine a guerra finita; lo spopolamento negli anni del boom economico completò l'opera di demolizione di un paese che comprendeva la località Masetti e nell'800 perfino la frazione di Villafora, per un totale di 2700 anime.

Nei pressi del ponte sull'Adigetto, murata su un caseggiato ragguardevole, è rimasta una targa lapidea: "Piazza-Comune di Salvaterra-Distretto di Badia PolesineProv. di Rovigo" il tempo che passa è riuscito a far diventare semiciechi gli stessi abitanti del borgo, nessuno sembra in grado di leggere l'iscrizione, e sembra sempre più difficile rinvigorire quella che fu per tanti secoli una comunità del tutto autosufficiente che traeva il sostentamento dal suo territorio agricolo di circa sei Kmq.

Soppressa la stazione ferroviaria, chiuso l'asilo infantile, spenti i forni della fornace delle Giare,⁽²⁾ chiuse d'imperio le scuole elementari vanto dei vecchi paesani, non rimane che la chiesa (finché non sarà ridotta a capitello).

Dice la gente: "Gerimo el paesin più belo, semo restà a cul descoerto, i ga portà via tuto". Eccolo il vero nemico: la rassegnazione, il disinteresse che porta al fatale oblio. Chi salverà Salvaterra?

1 Cfr. Ventaglio n. 4, pag. 19 "L'Acquaro di Badia" di Roberto Moretti.

2 Cfr. Ventaglio n. 9, pag. 50 "La fornasa delle Giare" di Graziano Beccari.

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Graziano Beccari. “Salvare Salvaterra?”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/salvare-salvaterra/

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