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STORIA - TRADIZIONI

Sant’ Agata di Lendinara

Alla mostra del Tiepolo di Venezia un coinvolgente inatteso incontro

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 15 1997 pp. 42–45

Tra le iniziative culturali programmate a Venezia lo scorso autunno, una delle più qualificate si è rivelata la mostra su Giambattista Tiepolo (Venezia 1696 – Madrid 1770) allestita dalla Regione Veneto a Ca' Rezzonico per celebrare il terzo centenario della nascita del grande pittore veneziano.

Molti polesani, spesso in comitive organizzate da varie associazioni culturali, hanno fatto visita all'interessante rassegna la quale, oltre ad alcuni affreschi realizzati dal Tiepolo proprio nel palazzo ospitante, si è caratterizzata per la presenza di un centinario di importanti opere provenienti dai più qualificati musei del mondo e da prestigiose collezioni private. La rassegna ha pertanto offerto un chiaro saggio della potenza espressiva del grande pittore, a buon diritto considerato il massimo esponente dell'arte figurativa del XVIII secolo.

Nel raggiungere la mostra veneziana, i rodigini più attenti erano consapevoli di trovare una tela nota, facente parte della collezione dell'Accademia dei Concordi. La più qualificata istituzione culturale polesana ha contribuito infatti ad arricchire l'esposizione con il suo celebre Ritratto di Antonio Riccobono, opera realizzata dal Tiepolo nel 1745 su commissione della stessa Accademia che, con questa tela, aveva inteso rendere omaggio al grande letterato rodigino del cinquecento. Il pittore veneziano volle cogliere visivamente aspetti del carattere fiero e tetragono dello studioso, le cui fattezze fisiche erano del tutto sconosciute, non esistendo alcun disegno o schizzo che ritraesse il letterato vissuto due secoli prima. "Questo Antonio Riccobono – scrive Antonio Romagnolo nel volume La pinacoteca dell'Accademia dei Concordi – non è figura aulica di un ritratto celebrativo convenzionale, ma un personaggio palpitante, potente, uscente da una quinta di penombra, per spingersi con forza, alzandosi dal seggiolone, in quel geniale taglio di luce che dirime in obliquo l'ovale dell'impaginazione e parallelamente carica il braccio destro, facendo balzare in alto e in fuori la figura mentre la testa si gira di scatto".

Avere la possibilità di vedere il quadro rodigino, inserito nell'ampio repertorio tiepolesco rappresentato dalla mostra veneziana, è stato dunque un fatto di indubbio interesse per i numerosi visitatori polesani, pochi dei quali si aspettavano però un altro incontro con un Tiepolo polesano.

È stata infatti una vera sorpresa poter ammirare Il Martirio di Sant'Agata. Si tratta di una grande pala, caratterizzata da una scena commovente, dipinta dall'artista veneziano per la chiesa lendinarese di Sant'Agata, ora chiesa di San Francesco. Una tela di grande effetto, assente dal Polesine da quasi due secoli. Infatti, in seguito alla ventata napoleonica e alla conseguente soppressione di molte istituzioni religiose, anche il Convento delle monache benedettine di Sant'Agata alla fine del '700 chiudeva i battenti e la pala del Tiepolo lasciava per sempre il Polesine, approdando prima alla Collezione Munro di Londra e poi al Gemaldgalerie di Berlino.

Tra quanti due secoli fa ebbero la possibilità di ammirare il dipinto lendinarese, nella sede religiosa per la quale il Tiepolo l'aveva realizzato, vogliamo qui ricordare Pietro Brandolese, libraio e critico d'arte di Padova, ma originario di Canda e legato a Lendinara per aver quivi seguito in età adolescenziale gli insegnamenti dell’abate Griffi. Nel maggio del 1794 Pietro Brandolese raggiunse Lendinara con il nobile De Lazzara “ispettore delle pubbliche pitture nel circondario di Padova” per vedere all’opera alcuni artisti contemporanei che stavano lavorando presso la basilica del Pilastrello, ove fervevano lavori di rifacimento guidati dal sacerdote-architetto Giacomo Baccari. Per i due patavini amanti dell’arte si trattò di un’occasione ghiotta per ammirare i beni artistici di Lendinara, che si rivelarono di indubbio interesse. A conclusione della approfondita visita alla cittadina dei Canozi, Pietro Brandolese volle stendere – e poi pubblicare a sue spese – un libretto che passa in rassegna le pregevoli opere viste, col significativo titolo Del genio de’ lendinaresi per la pittura.

E ci piace qui riportare quanto in quell’occasione il Brandolese scrisse sulla pala di Sant’Agata:
“A Giovambattista Tiepolo, genio felice ed originale, che più d’ogni altro arrivò ad accostarsi al leggiadrissimo stile di Paolo Veronese, fu commessa una Pala da cotesto insigne Monastero di Benedettine, onde ornare l’Altar maggiore della loro Chiesa intitolata a S. Agata. Si doveva rappresentare il martirio della Santa, soggetto dal Pittore trattato anche per la chiesa del Santo di Padova. Il quadro di Lendinara è più semplice nella composizione. S. Agata, che ha appena sofferto il martirio, mostra a meraviglia la rassegnazione nell’inesprimibile tormento, unitamente al vivo desiderio d’unirsi al suo Signore. È sostenuta da una pietosa fanciulla che le copre il lacerato seno, non lungi sta un paggio, che ha raccolte in un piatto le mammelle: dall’altro lato si vede il carnefice col ferro ancora intriso di sangue. Il collocamento conveniente degli astanti ed i loro naturali atteggiamenti, gli opportuni accidenti dell’ombre e dei lumi, la felicità, la franchezza ed il brio del pennello sono bellezze, che allettano lo spettatore…”¹.

Il Brandolese nella sua descrizione si sofferma sugli aspetti più rimarchevoli ed artisticamente pregnanti della pala che, grazie alla mostra veneziana, ha fatto ritorno – sia pur transitoriamente – nel Veneto. Si tratta di un quadro di grande effetto, che gli studiosi nella loro catalogazione indicano come “Sant’Agata di Lendinara”, un riferimento che rende giustizia, almeno sul piano verbale, alla provenienza polesana di uno dei capolavori del Tiepolo.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Sant’ Agata di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/sant-agata-di-lendinara/

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