Per secoli gli Adriesi hanno distrutto opere e monumenti antichi. Spesso le distruzioni avviate dall'uomo sono state poi completate dai fiumi. Molti sono gli scempi perpetrati nel corso della storia. Basta ricordare i monumenti di epoca romana, come il teatro, il tempio e le terme distrutti nel tardo medioevo per riciclare marmi e pietre e gli edifici medievali, nei quali aveva sede il "governo" della Città, abbattuti per il recupero di spazi urbani.
La propensione alla distruzione dei monumenti ha avuto conseguenze non meno disastrose nel campo delle opere che costituivano l'arredo urbano come portali, poggioli e statue poste ad ornamento di terrazzi e giardini, che spesso hanno preso il volo verso botteghe antiquarie, per la delizia di facoltosi collezionisti. Nelle chiese, il saccheggio è stato più difficile, se non altro per l'azione di salvaguardia esercitata dai sacerdoti che le hanno rette nel tempo. La cattedrale adriese, sotto questo profilo, rappresenta un esempio evidente.
In un luogo consacrato alla B.V. di Lourdes, adiacente alla stessa cattedrale, presso il basamento del campanile, nel quale un pio sacerdote ha fatto costruire nel 1924 una fedele riproduzione della grotta di Massabielle, sono da quell'epoca poste ad ornamento tre imponenti statue di fattura settecentesca raffiguranti la Madonna con il Bambino, San Pietro e, quasi certamente, San Paolo. In precedenza, le sculture erano custodite presso la vecchia cattedrale, ora dedicata a San Giovanni.
La lunga esposizione (circa mezzo secolo) agli insulti del tempo, le particolari condizioni di umidità dello spazio sottostante il campanile presso il quale sono collocate e la totale assenza di protezione dagli agenti atmosferici, hanno causato il degrado di un materiale già deperibile, come la pietra di Vicenza, nella quale sono state scolpite le opere. La pietra di Vicenza, infatti – un calcare tenero proveniente dall'area dei Colli Berici – presenta una struttura porosa particolarmente sensibile all'azione dell'acqua e, tramite questa, alle aggressioni ambientali.
Iniziale destinazione delle statue
Non esistendo notizie precise sulla provenienza delle statue e sulla loro destinazione, abbiamo cercato documenti e indizi utili per trovare una plausibile risposta.
Nella dettagliata relazione sulla posa della prima pietra della cattedrale adriese, eseguita dal Vescovo Speroni il 27 ottobre 1776, Francesco Gerolamo Bocchi, cancelliere del Capitolo, riferisce che il Presule, disceso nelle fondamenta, proprio " di fronte alla porta maggiore del vescovado, al suono di campane, violini e corni da caccia, posò la prima pietra" collocando " in mezzo ad essa una medaglia di metallo fatta coniare in occasione della nuova fabbrica, e poi fece combaciare la seconda pietra". Abbiamo avuto la fortuna di rintracciare copia di quella medaglia che riporta nel rovescio la data, il nome del Vescovo, il nome dei Santi protettori Pietro e Paolo, e, nel dritto, il disegno della facciata.
In quel disegno, si può intuire la collocazione di tre statue sopra le porte d'ingresso. Due architetti lavorarono per la realizzazione della grande fabbrica: certo Padrino di Rovigo e Bernardino Maccaruzzi di Venezia. Non è del tutto chiaro, però, se i due collaborarono alla stesura del progetto o se il Padrino, precedentemente incaricato dal Vescovo, abbia accolto senza troppe difficoltà il disegno del Maccaruzzi, scelto dai Fabbriceri della cattedrale. Nell'Archivio Antico di Adria è conservata una copia della pianta redatta dall'Architetto veneziano che corrisponde, salvo qualche leggera modifica, alla Chiesa eretta. Data la difficoltà di reperire fondi, i lavori per la edificazione della cattedrale furono protratti per quasi un secolo. La chiesa, infatti, ancora al grezzo, aperta per necessità al culto nel 1826 e benedetta il 22.12.1836 dal Vescovo Calcagno, fu consacrata il 10 settembre 1882 dal Vescovo Giuseppe Apollonio.
Un discorso a parte merita il progetto della facciata, redatto dal sacerdote-architetto lendinarese don Giacomo Baccari (20 maggio 1756 – 30 aprile 1822 ) autore, tra l'altro, dei progetti per la chiesa di Saguedo e la Cappella denominata "il Bagno " nella Basilica mariana di Lendinara, oltre all'ampliamento dello stesso Santuario del quale fu benemerito custode. Il disegno della facciata della cattedrale, ancor oggi conservato presso l'ufficio del Pro-Vicario vescovile di Adria, non si discosta molto da quello riportato nella medaglia commemorativa del 1776. Per la verità, mantiene la stessa struttura anche un altro bozzetto della facciata, riportato su una cartolina del tardo ottocento ed attribuito all'Architetto prof. V.Rinaldo. Qui la facciata appare strutturata da una trama di colonne e cornici chiusa in alto da tre ampi frontali semicircolari. Sopra il portone centrale ed ai lati, appaiono alcune statue (cinque al centro e due ai lati) che potrebbero rappresentare figure di Apostoli e Santi con la Vergine, al centro, che regge il Bambino. È interessante rilevare che, sopra le strutture semicircolari laterali, risultano chiaramente collocati due ornamenti a forma di vaso.
Nessuno dei progetti riguardanti la facciata fu mai realizzato. Solo i portali d'ingresso furono completati grazie all'impegno dell'Arciprete adriese mons. dott. Filippo Pozzato, in occasione dell'Anno Santo 1925.
Ora, in assenza di qualsiasi documentazione scritta che giustifichi la presenza delle statue presso la cattedrale, non possiamo che avanzare l'ipotesi, del resto già accolta da chi ha eseguito il restauro, sulla destinazione delle stesse alla facciata della Chiesa Madre della Diocesi. Così come riteniamo avessero la medesima destinazione i due vasi coevi, dello stesso materiale, attualmente collocati nell'area sacra adiacente alla Grotta di Lourdes.
La relazione che precede il restauro ci conforta su quanto affermato ribadendo che "la sagoma dei rispettivi basamenti (delle statue) e la sommarietà di esecuzione delle parti posteriori, propendono per una loro collocazione frontale, eventualmente all'interno di nicchie, mentre l'esecuzione dei fianchi delle medesime dimostra la centralità della statua della Madonna rispetto alle altre..".. Del resto, non vediamo altra collocazione per quelle opere "costruite quasi sicuramente per una ubicazione esterna", visto l'impiego del materiale ed in analogia con tante altre della specie.
Al contrario della possibile collocazione, la datazione delle sculture risulta più semplice sia per le caratteristiche stilistiche che per la "vicinanza iconografica" con analoghe opere esistenti nella cattedrale adriese. Si tratta delle sculture in marmo bianco di Carrara, realizzate dall'artista veneto del '700 Antonio Bonazza, attualmente poste ai lati dell'altare dedicato al SS.mo Sacramento (fino al 1825 ai lati dell'altare Maggiore presso la vecchia cattedrale), raffiguranti gli Apostoli Pietro e Paolo.
Il restauro e l'attuale collocazione
Un discorso a parte merita il difficile restauro reso possibile grazie alla sensibilità di un Sodalizio come il Rotary Club di Adria, che lo ha interamente finanziato, e del suo Presidente Sig. Egidio Bononi che lo ha tenacemente voluto, superando non poche complicazioni burocratiche.
Un merito tutto particolare deve essere attribuito alla Dott. Raffaella Portieri che, con molta competenza e grande sacrificio personale ha portato a termine l'arduo compito con il benestare della Soprintendenza ai Beni Artistici e Culturali di Verona.
Quando la giovane restauratrice adriese ha iniziato la sua opera, oltre che affrontare il degrado da parte degli agenti atmosferici ed inquinanti che hanno provocato la erosione delle superfici esposte, l'aggressione biologica dovuta ai molluschi e licheni, la presenza di perni metallici che avevano provocato tensioni nel materiale, ha dovuto preoccuparsi anche dei punti di stacco e della perdita di materiale.
La Madonna e San Paolo erano prive della mano sinistra e completamente acefale. Le teste, intera la prima e frammentata la seconda, furono ricomposte con molta abilità. Depurate dai depositi superficiali, dopo la rimozione meccanica delle stuccature in cemento e la sostituzione dei perni in ferro con altri in vetroresina, recuperate e incollate le parti smosse, la restauratrice ha provveduto al consolidamento generale ed alla protezione finale con resina.
Ora le statue, restituite al patrimonio artistico e religioso polesano grazie all'impegno del Rotary Club, si possono ammirare in uno degli angoli più suggestivi e mistici della Città episcopale a testimonianza di una storia plurisecolare che ancor oggi riserva aspetti del tutto inediti.
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “Salvate tre sculture settecentesche”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/salvate-tre-sculture-settecentesche/