È trascorso un anno dalla scomparsa di Sergio, mio fratello. Un lungo lasso di tempo di tristezza, un po’ stemperata dalle numerose attestazioni di riconoscenza della città e delle numerose associazioni e persone che, oltre a ricordarlo, gli hanno dedicato preziose testimonianze di affetto e benemerenza.
Sergio l’hanno conosciuto tutti, non solo qui, in città, ma anche al di là delle mura, perché tante sono state le sue incursioni e ricerche in ambito culturale. Ne portano il segno i suoi preziosi articoli sul “Carlino”, un’intera pagina gestita quasi quotidianamente occupata dalla cultura e dal commento raffinato di uno spirito davvero insonne. Questo e tanto altro è stato Sergio, che le sue giornate le ha impegnate a tempo pieno, diviso fra il giornale, la scrittura di libri, le mostre, i concerti etc. Un’attività infaticabile, resa lieve dall’amore che ha sempre portato a tutte le manifestazioni di musica, arte, letteratura, costume etc., in un’estensione e varietà irripetibili.
Che cosa l’ha portato a tanto, qual è stato il percorso che ha favorito la sua affermazione?
Di solito, parlando di formazione, si favoleggia di mitici educatori, di tradizioni familiari trasmesse per generazioni, assieme a valori etici e ideali superiori. Certo, qualche traccia di tutto questo si ritrova, riflettendo, ma i nostri percorsi di vita, generalmente, non sono quasi mai lineari, scorrevoli. Sono spesso accidentati, perché le difficoltà e gli ostacoli disseminati sul terreno sono tanti e sono proprio queste avversità a generare le nostre reazioni, la nostra forza, la capacità di affermare le aspirazioni e le passioni che dal primo respiro di vita sentiamo di dover liberare.
Una parte della vita di Sergio, soprattutto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, l’ho condivisa anch’io. Le dinamiche familiari sono esse stesse legate alla difficoltà del cammino: possono spianare la strada, ma possono talvolta aggiungere altri ostacoli, per via di antagonismi, insofferenze, animosità interne alla famiglia, che si spiegano con la diversità dei suoi componenti.
Noi fratelli – divisi da soli due anni di età – abbiamo avuto una madre affettuosa, un padre davvero singolare per interessi artistici e letterari, tuttavia assente gran parte della giornata, proprio perché assorbito dalle lezioni di pianoforte al “Venezze”, dagli impegni di scuola protratti ben oltre le ore obbligatorie.
Siamo cresciuti nei confini del borgo appena fuori centro, sempre più esteso al quartiere di san Bortolo, destinato in quegli anni a crescere di popolazione e viabilità urbanistica. In quella modesta comunità rurale, aumentava progressivamente la distanza fra la campagna e il centro cittadino, in passato riducibile a qualche centinaio di metri. Siamo cresciuti in strada, come molti nostri coetanei e questo può certamente aver favorito la nostra formazione libera, il nostro bisogno di amicizie, il desiderio di conoscere in ogni angolo la realtà esterna di vita. Tutt’altro che fiori di serra, insomma. Di quell’esperienza, portiamo certamente la traccia, che conserviamo nella memoria, via via liberata da risentimenti e fastidio.
In tutti quegli anni, siamo vissuti a stretto contatto, io e Sergio, imparando gradualmente a riconoscere le nostre particolarità, le diversità che poi, in seguito, ci avrebbero distinti.
Il primo banco di prova, lo sappiamo bene, era la scuola, che ci obbligava ad abbandonare il divertimento e il piacere delle nostre scorribande, inchiodandoci al dovere dei compiti, da cui, inevitabilmente, sarebbe scaturito il giudizio di chi ci conosceva. Questo dovere scolastico, fin dai primi anni, per Sergio costituiva una tortura, una sofferenza che finiva per coinvolgere l’intera famiglia. “Gato fato le lessiòn… gato imparà la poesia… dove xelo el quaderno…?”
Le ricordo tuttora le lunghe camminate fino al Sacro Cuore, dove frequentavamo le prime classi elementari. Lungo il tragitto, che durava più di un quarto d’ora, Sergio doveva ripetere a memoria i tristi versi delle poesie del Pascoli, che aborriva, subendo per giunta i miei petulanti interventi, che dovevano attestare la mia bravura. Fin dalla sveglia, accompagnata da alcuni brani di musica classica trasmessi dalla radio, che dovevamo indovinare, la giornata si caricava di sollecitazioni. Arrivavamo a scuola già stanchi di letture e ripassi, perennemente in ritardo.
I primi giudizi sulle qualità di Sergio, nella scuola selettiva di allora, sottolineavano la fantasia, la facilità di scrittura, la vivacità intellettiva, ma ai maestri e ai docenti questo non bastava. Pretendevano la costanza e l’applicazione, l’ambizione del voto, lo studio metodico e mnemonico, una gabbia che riusciva stretta a Sergio, che preferiva invece leggere i tanti libri che trovava in casa e lo appassionavano spingendolo a identificarsi con Sandokan, i ragazzi della via Pal e i tanti personaggi delle sue instancabili letture.
Era pieno di vita, lo ricordo bene, e questo lo portava spesso a infrangere le regole. Il suo motto forse si potrebbe leggere in un passo della lettera di Giacomo Leopardi al padre: “odio la vil prudenza”.
Per molto tempo, piaceva in famiglia, ai parenti e agli amici che frequentavano la nostra casa, contrapporci, noi fratelli, individuando in me lo studente-modello, un’immagine più immaginaria che reale, in verità, messa in piedi forse per accentuare le differenze, creando aspettative che finivano per generare reazioni e insofferenze. Certo, differenti lo siamo sempre stati, anche consapevolmente, e le nostre strade si sono divaricate, non solo nell’ambito scolastico, ma in quello ben più vasto delle compagnie e dei gruppi.
Fin da ragazzo, Sergio si era calato nelle associazioni e nei circoli di cultura (il cinema, i movimenti studenteschi, i giornali scolastici, i periodici locali, le formazioni intitolate a grandi personalità), esaltando, a volte, eroi rivoluzionari dell’epoca. “Il Che è vivo”-recitava il manifesto che teneva in camera. In questa attività, abbracciata con passione, aveva trovato appoggio in nostro padre e, in quella realtà allora poco frequentata, non mancavano mai, padre e figlio, ai concerti della Società “Venezze”, alle conferenze e alle presentazioni di libri.
Proprio qui nacque il lungo e felice sodalizio, che portò Sergio a emulare il padre, che all’epoca, oltre a suonare il pianoforte e dirigere la scuola, scriveva recensioni musicali sul Gazzettino, riconosciute dagli studenti e allievi come veri e propri esami attitudinali.
Avviato su questa strada, insegnante a sua volta e appassionato di musica e arte, Sergio non ha tardato a manifestare fino in fondo la sua vocazione, diventando presto quello che poi è stato: il cultore raffinato di ogni forma d’arte, ricercato e apprezzato universalmente. In questo esercizio culturale, riteneva di assomigliare a nostro padre; in realtà, erano assai diversi: semplice e modesto il genitore, legato a un mondo di più familiari dimensioni; colto, certo, e ricco di interessi artistici che tuttavia teneva per sé, suscitando spesso sorpresa nei suoi interlocutori; vivace e incontenibile Sergio, pieno di curiosità per il mondo che lo circondava e aperto a tutte le sollecitazioni culturali che avevano riempito il suo archivio.
C’è tuttavia un filo rosso ben visibile che percorre le nostre strade, pur differenziate dalla vita: l’stinto musicale, l’amore per la libertà, l’indipendenza. Questo spirito l’abbiamo respirato in famiglia.
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Come citare questo articolo
Claudio Garbato. “Sergio, mio fratello”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/sergio-mio-fratello/