ANDAR PER METE SCONOSCIUTE
Seppur incerta è la meta, impaziente di nuovo vuol salpare il mio veliero inquieto, che arenato in fantastiche fobie dai suoi tentacoli vuol fuggire. Presto l’ancora solleverà e per mete sconosciute se ne andrà, e né equipaggio, né color di vele ostenterà. “Speranza“ è il suo nome intagliato in lignea rosa a prua e “Conoscenza” a poppa; benevolo di Eolo sarà il soffio all’oscillante guscio che l’intrepido veleggiare incoraggerà. Alla fine.. travagliato ma arricchito di cieli e stelle ammainerà consunte vele e nell’inchinarsi alla terra sconosciuta, con umile sussurro il nuovo lido ringrazierà, serbando in cuore convinzione che onde più lontane solcherà.
VITA
In tremuli bagliori di candela, destinata a spegnersi dopo breve scintillio, per poi dissolversi nell’acre fumo, si realizza un viaggio straordinario chiamato Vita. Con vanità di raggio effimero s’illude d’illuminare il mondo la nostra misera cera, bramando di prolungar la vampa e destar memoria in chi per qualche istante l’ha ammirata, ma i ricordi veloci e leggere han le ali e presto anch’essi svaniranno tra le fauci del tempo, che tutto ingoia per trasformare.
Incatenati in leggi sconosciute e contorti come alberi d’ulivo viviamo, allenandoci ogni giorno come atleti nell’arena dei sospiri, per rincorrere miraggi di vittoria.
Vorrei essere eterea per svelar misteri e fugare l’ombra oscura, che all’amore impedisce di trionfare. Solo un sorriso ruberei al cielo per donarlo a un vecchio senza più speranza né timore, o ad un bimbo che ha perso la voglia di giocare, ma piccola è la mia mano per colmare i vuoti di questa nostra faticosa, irripetibile e sempre più enigmatica, ma mai inutile Vita.
UN AMORE SENZA TEMPO
Nell’attesa… i papaveri ancor son fioriti e ancor sfioriranno sotto l’ugual sole, lacerando un solitario cuore al ricordo del rosso delle rose e fragranze d’oleandro mediterraneo da sempre aggrappato con artigli alla memoria per non donarsi al vento.
ROSE SELVATICHE
Quel ricordo di respiro di notte affannosa di Maggio, illuminata da luce fioca di luna calante, lo affiderò con speranza alle rose selvatiche più accese del rubino affinché rugiada lo consoli .
COME FOGLIA D’AUTUNNO
Cadono senza rumore le foglie d’autunno e nel loro rassegnato lamento prima dell’oblio s’abbandonano in una danza senza fine all’impietoso vento.
Gli alberi spogliati della loro estate piangono nel silente addio, così il mio tormentato tempo, come foglia d’autunno.. sospesa al ramo scheletrito e confusa nella nebbia attenderà risveglio di nuova stagione……
ROVIGO CITTA’ MIA
Sempre grata sarò alla mia palustre culla natìa che lo spirito alla tenace lotta plasmò.
Rhodigium è l’antico nome e scarlatte son le rose con cui s’adorna. Da due lunghi nastri d’acqua lucente i larghi fianchi son bagnati e con braccia gonfie e stanche al mare s’abbandona. Sonnolenta, piatta e senz’ombre al forestiero appare, ma cordiale è l’accoglienza e spontanei son i sorrisi; gli sguardi, seppur vivaci, son velati da inguaribile malinconia, retaggio di schiene curve e amare lacrime versate. Sofferti sono i suoi colori e la nebbia confonde anche i pensieri. D’ Estate in lontananza, fra le campagne arse d’ocra e canali verde-grigio, antiche cantilene echeggiano vibranti in cori popolari, ridestando orgogli di fiera terra Polesana.
Nell’aria tersa settembrina, più alte sembrano stagliarsi le due vetuste e severe torri, che immortalate nel cuore cittadino, caparbie vegliano come intrepide sentinelle. Giornaliero l’irriverente piccione sul cappello della statua equestre di Garibaldi si riposa, osservando pigramente il mondo sottostante, senza porsi nessun perché. Del condottiero regali e provocanti son le staffe e poco ellenico il profilo del suo destriero; altero e lungimirante dell’eroe è lo sguardo, che nello scrutare l’orizzonte rodigino sembra incitare la gente mia a traguardi più esaltanti. Rovigo amata mia città, seppur di fitte nebbie e d’afose estati mi hai nutrita, il mio pennello mai potrà tradire i tuoi amaranti tramonti estesi, nel cercar in cieli più lontani l’ispirazione.
IL MALE DI VIVERE
Anima fragile, anima inquieta – incatenata, mani bianche e delicate, occhi grandi, grandi come i tuoi sogni, cerchi Amore… nell’estasi del tormento, ma solitudine è il tuo conforto. Non ti accorgi, non ci accorgiamo, che un rito stai coltivando:
il rito della lusinga il rito della Morte.
SILENTI NOTE
Più lievi appaiono al chiaror lunare reconditi pensieri che il cuore opprimono. Si posano per meditare su rosati fianchi di roccioso greppo, e sorvolare poi come uccelli alpestri di vetta in vetta, arrivando con soffio d’ali al mare per liberar sospiri su placida verde onda, mitigando affanni in notturne silenti note.
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Come citare questo articolo
Gianna Patrese. “Silenti note”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/silenti-note/