A 130 anni di distanza, la giovane ciclista polesana Giulia Baroncini di Trecenta ha ripercorso l’itinerario compiuto negli Stati Uniti, in bici, nel 1893 dal suo indomito compaesano Luigi Masetti.
Un’impresa davvero particolare quella realizzata da Giulia, compiuta in solitaria con la sua bici, lungo le strade degli USA. Un’impresa che ha stupito anche molti americani.
Per saperne di più incontro Giulia, ben disponibile a parlarci della sua avventura.
– Cosa ti ha spinto a seguire le tappe di Luigi Masetti?
“È stata una cosa del tutto casuale. Credo nelle coincidenze! Era un periodo buio della mia vita, nel senso che ero un po’ morta dentro. Per caso trovo il libro che parla di Masetti. Sono stata attirata dal titolo, parlava di un anarchico su due ruote. Senza pensarci ho detto “sicuramente è un grande personaggio da cui prendere esempio”. Divoro il libro. Scopro di avere molto in comune con il Masetti: lui trecentano, la famiglia di mio papà è di Trecenta, entrambi parliamo le stesse lingue straniere, amiamo l’avventura (e la bici) e abbiamo lavorato entrambi negli hotel. Entrambi conosciamo la bici un po’ per caso. Lui era seduto in riva al lago di Ginevra quando vede passare uno dei primi velocipedi e si innamora. Io avevo bisogno di un mezzo per fuggire dalla mia quotidianità. Ho pensato inizialmente fosse il mio alter ego dell’800.”
– Una identificazione forte dunque con un personaggio d’altri tempi…
“In realtà credo si sia reincarnato in me, pazzo com’era… È stato un po’ dimenticato dopo la sua morte nonostante fosse un personaggio illustre degno di nota. E ha voluto la sua rivincita e l’ha fatto attraverso me. Scherzo! Siamo semplicemente due pazzi che si sono conosciuti in due epoche diverse!!!
Tornando a noi, ho chiuso il libro e mi son detta “devo seguire le sue orme, vado a Chicago”. L’idea non è stata filtrata dalla mia razionalità, ma si è sedimentata nel cuore finché nel 2023 a gennaio mi son decisa di partire. Non l’ho detto a nessuno inizialmente. Io volevo solo festeggiare il fatto che mi son fatta coraggio nel cambiare una vita che non faceva più per me. Non volevo fare imprese, competizioni, dimostrare qualcosa, avevo solo voglia di festeggiare…. me stessa! In quel momento nessuno poteva fermarmi, avevo deciso”.
– Qual è stata la tua preparazione fisica e mentale per affrontare un viaggio tanto impegnativo?
“Avevo già qualche esperienza di cicloturismo alle spalle ma non tanta per affrontare un viaggio del genere. Si diceva che il Masetti ogni volta che affrontava un lungo viaggio sembrava sempre che affrontasse una cosa “da nulla”. Anche per me è stato così, Chicago mi è sempre sembrata dietro l’angolo! La mia mente era molto più preparata del mio fisico. Ma alla fine è questa la chiave, la mente comanda il corpo. Il corpo è una macchina e si abitua e si allena strada facendo. La mente una volta che si spegne è fatta. Ho avuto molti momenti di “down” ma ho sempre cercato di andare oltre perché altrimenti per me sarebbe stata la fine. Con questo non voglio dire che si può fare un viaggio di questo calibro senza nessun allenamento, sarebbe deleterio per il fisico. Sono sempre stata una persona sportiva. Ho sempre cercato di curare il corpo sia con il movimento che con l’alimentazione. Il viaggio l’ho comunque aggiustato in base alle mie capacità fisiche. Circa 80km al giorno, un po’ di meno se il dislivello era molto. Importante è ascoltarsi, viaggiare non è una gara, ma viaggi così, specie in bici, sono una vera conoscenza di sé stessi”.
– Quali sfide hai incontrato lungo il percorso e come le hai superate?
“Tantissime. A volte non hai voglia di pedalare tutti i giorni, non hai voglia di pedalare sotto la pioggia o le intemperie. Ma devi! Avevo un aereo e una barca da prendere non potevo temporeggiare troppo. Forza di volontà e via. Ovvio se la situazione poi diventa pericolosa, meglio fermarsi. A Chicago ho avuto una grossa demotivazione. Ho passato gli ultimi cinque anni della mia vita morta interiormente e mi son trovata in due mesi a vivere un’avventura assurda. A Chicago mi sentivo sazia. Anzi anche troppo, un’overdose di avventura! Io ero a posto con i sensi, ho visto tanti paesaggi, conosciuto un sacco di persone. Non mi succedeva penso dal 2011 quando sono andata in Erasmus, Ma poi mi son fatta forza e… via”.
– C’è stata una tappa in particolare che ti ha lasciato un'impressione indelebile e perchè?
“Direi tutti i due mesi e mezzo che ho passato negli Stati Uniti. Abbiamo un’immagine di questo Paese un po’ distorta, vediamo troppi film, ascoltiamo troppo la tv. Ero un po’ spaventata all’inizio: macchinone sulle strade, grossi truck, armi, violenza, mi aspettavo un po’ di chiusura in generale. Tutto vero, ma fino ad un certo punto!
Ho incontrato gente super aperta e ospitale, mi lasciava le chiavi di casa, mi hanno sempre fatta sentire in famiglia e si accertavano che fossi in sicurezza nelle mie tappe successive. In strada si rispetta molto il ciclista, questi “bestioni” si fermano sulle strisce, rispettano le distanze. Ok la scusa “eh hanno le strade più larghe” ma penso sia più un concetto di educazione. Non come nel nostro Paese, purtroppo.
C’è anche molta italianità e molte persone che ho incontrato hanno origini italiane e sono affascinati da noi.
Ci ritornerei negli Stati Uniti perché non li ho capiti. Hanno una storia un po’ contorta, mix di razze… ci vuole tempo per capirli”.
– Quali sono state le reazioni delle persone incontrate lungo il viaggio?
“Sono pur sempre una donna che viaggia in solitaria, quindi le reazioni sono sempre state un po’ di sorpresa. Ah, ma da sola? Ma non hai paura? Sei sicura di farcela? Nessuno che ti accompagna? Solite cose insomma. Mi sto un po’ battendo per ispirare quante più donne e rendere “normale” il fatto che una donna possa muoversi da sola. I pericoli ci sono ma anche dentro casa nostra. Negli Stati Uniti il cicloturismo non è così diffuso ancora e venivo spesso fermata anche dalla Polizia stessa ma per pura curiosità. Viaggiare in bici attira l’attenzione e la curiosità di tutti e tutti si mostrano aperti ad aiutarti anche solo per darti un’informazione”.
– Cosa pensi di aver imparato da questa esperienza?
“Dovrei scrivere un libro a riguardo (non solo metaforicamente parlando, lo sto facendo sul serio). Un viaggio in bici, anche di pochi giorni, va provato. È difficile raccontare cosa si impara.
In generale i viaggi (fatti in questo modo, non le vacanze nel resort…) sono maestri di vita. Ho imparato meglio chi sono, di cosa sono capace e dei miei limiti. Tutto poi sarà la base per me per nuove esperienze spingendo un po’ l’asticella, per migliorarmi.
Ho arricchito il mio bagaglio culturale. Ho sempre studiato lingue nella mia vita ma questi due mesi e mezzo negli States mi hanno insegnato nuovi modi di dire e frasi che all’università non ti insegnano. Ho anche avuto modo di rinfrescare lingue che non parlavo da un po’ come il francese e il tedesco. Ho conosciuto persone speciali con cui sono tuttora in contatto e ho visto posti che mai mi sarei immaginata di visitare. Quella zona degli States non è così frequentata da noi Italiani come potrebbe essere la route 66, Miami, Los Angeles etc. Mai mi sarei immaginata di finire a Chicago, Albany, Pittsburgh, sul lago Erie. Ringrazio il buon Luigi Masetti, pioniere del cicloturismo, per avermi dato questa ispirazione!”.
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Come citare questo articolo
Giulia Viaro. “Sulle orme di Luigi Masetti”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/sulle-orme-di-luigi-masetti/