“Con lui è scomparso un pezzo di Polesine…”, così il Vescovo, Mons. Lucio Soravito, nell’omelia di saluto al Maestro Giuseppe Rigolin, l’autunno scorso.
Sono trascorsi mesi, e ancora rimane il grande vuoto della sua assenza. Ma sempre vivo è il ricordo di lui, un uomo che, con la semplice forza della sua convinzione, del suo senso del dovere e della giustizia, e forse soprattutto della sua Fede, ha lasciato una traccia indelebile nella storia recente della nostra provincia.
Maestro elementare nativo di Lendinara, è approdato giovanissimo nel Delta per insegnare nella allora remota borgata di Scanarello. E’ stato amato ed ha amato le genti del basso Polesine, tanto da farsi paladino di questa area polesana, dando vita a progetti lo sviluppo economico del Delta, avviando la costituzione della prima cooperativa di pesca in Italia, favorendo leggi e iniziative in questo campo. È stato protagonista della vita politica locale: Presidente della Camera di Commercio di Rovigo nel difficile momento della sua trasformazione istituzionale; Vice-Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Di Padova e Rovigo e, negli ultimi anni, ha ricoperto importanti incarichi nel campo dell’Istruzione.
Cavaliere al Merito della Repubblica, Commendatore all’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, accettava con orgoglio di essere chiamato semplicemente “Maestro”, come se questo fosse per lui il titolo onorifico più importante, quello con cui era da tutti conosciuto, quello che una volta rimaneva addosso per tutta la vita a coloro che esercitano tale difficile e importante “mestiere”.
E Giuseppe Rigolin era “il Maestro”, non soltanto per l’età venerabile, nel senso più nobile del termine, quanto per le sue qualità umane, un Signore d’altri tempi che usava la cortesia e la simpatia come approccio alle persone e al mondo; e parlava di sé con il pudore di chi conosce il valore dei sentimenti. Poi, quando si immergeva nel racconto di fatti, luoghi, eventi e persone, si trasformava in narratore coinvolgente, incisivo, appassionato.
Maestro è stato in ogni campo, con l’autorevolezza del suo esempio. Amabilità e gentilezza erano suoi tratti caratteristici, una tenerezza d’animo unita a grande rigore morale e condita con un pizzico di leggerezza e divertita ironia.
“Ti racconto l’ultima…” era il rito conclusivo dei nostri colloqui telefonici, ed erano barzellette spesso maliziose e persino irriverenti, raccontate però con un garbo che le rendeva innocenti e piacevolissime. Capace di far ridere, lui, i medici che lo stavano operando a cuore aperto (non si tratta di miracolo, no, dato che l’anestesia era locale, ma di una grande prova di coraggio, di fede e di attaccamento alla vita).
L’amore per la sua famiglia, per la moglie Iris, con la quale aveva di recente festeggiato i 60 anni di matrimonio, e per i figli era superiore solo all’amore per la terra polesana e la sua gente, per la storia e le tradizioni che amava ricordare, raccontare e che ha fatto così efficacemente rivivere nei suoi libri.
La “trilogia” (“Ricordi, maestro, quel giorno di novembre…” del 1999; “1940-1945 – Si è fermato il tempo” del 2000; “Lungo le rive del grande fiume” del 2003) ripercorre quasi un secolo di storia locale, che è strettamente legata alle vicende storiche e alla evoluzione sociale ed economica dell’Italia, dai tempi lenti della vita patriarcale alla frenetica corsa dell’oggi.
Nei suoi libri si trovano la dolcezza di sentimenti confessati ma non esibiti, il sorriso rivolto ai ricordi di famiglia e di amicizia, la ricostruzione, frutto di conoscenze dirette e di uno scavo meticoloso e preciso nella memoria, di ambienti, situazioni, dialoghi, momenti di vita in cui si respirano i profumi, si godono i colori, si toccano gli oggetti della memoria, e si odono il frastuono delle armi, le grida di guerra e di dolore, la paura delle forze scatenate della natura durante l’alluvione. Senza cadute nel sentimentalismo, perché anche nelle pagine dure e dolorose che descrivono la prigionia e la lontananza, la nostalgia, la sofferenza morale e fisica, la fame, il crollo di ogni certezza e il vacillare della speranza, lo stile della scrittura e della narrazione rimane limpido e rigoroso, lasciando trasparire il dramma di un uomo che ammette con estrema sincerità di aver creduto fino in fondo negli ideali di un particolare momento storico, nella voce che diceva “La Patria ha bisogno di te”, ma dichiara poi con altrettanto coraggio, dopo esperienze che hanno maturato in lui nuove consapevolezze, che tutto è cambiato e che tutto bisogna ricostruire cominciando col ri-conoscere sé stessi.
Il linguaggio diretto, mai banale o scontato, arricchito da frasi in “lessico familiare” e in dialetto, è quello di chi prova piacere e gioia nel raccontare e sa trasmetterli agli altri, con il mestiere e con la cura (nel significato caro a Don Milani di “I care”) di chi è stato, per tutta la vita, “Maestro”.
Le sue storie vere si leggono con l’emozione di un romanzo, e anche con il gusto di scoprire a ogni pagina qualcosa che è dentro di noi e sembrava dimenticato: il sapore della frittata con le erbe della mamma e i proverbi del nonno, l’emozione del primo bacio, la risata e lo scherzo usati per esorcizzare la paura, i discorsi sul perché della vita e del mondo, gli amici che si perdono, l’attesa di notizie che non arrivano. Con tocchi di poesia, con sottile vena umoristica e lucida capacità di guardarsi dentro, nel suo percorso interiore sempre sorretto dalla Fede, ci ha saputo trasmettere, pur nei mille ostacoli e difficoltà della vita, una profonda fiducia nell’uomo e nella sua capacità di migliorare sempre.
Il Maestro Giuseppe Rigolin è stato un uomo che ha realizzato sé stesso vivendo appieno ogni dimensione: la sua dedizione al mestiere di maestro, alla famiglia, agli impegni politici e sociali e nel campo della cultura non era mai per lui dovere o fatica, ma espansione del suo modo di essere, vissuta pienamente, con lo stile, la passione, la consapevolezza e l’umiltà dei grandi.
Non è difficile parlare di lui, e credo che tutti dovremo continuare a farlo, tutti quelli che come me hanno avuto il privilegio e la gioia di conoscerlo, di volergli bene e condividere anche solo un piccolo tratto del suo cammino.
È ancora qui con noi, si alza in piedi sorridendo e comincia a raccontare:
“I dise che la zuca l’è roba da porzeli…” *
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Come citare questo articolo
Loredana Capellazzo. “Ti ricordo, Maestro…”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/ti-ricordo-maestro/