Proseguendo alla ricerca di significative tracce di storia rilevabili nel piccolo cimitero di Villanova del Ghebbo¹, ci portiamo in vicinanza dell'ingresso nell'antico muro di cinta: sulla sinistra, addossata al muro perimetrale sorge una grande tomba rialzata di una Famiglia Rossi. La persona più lontana nel tempo qui sepolta è Vittorio Rossi nato a Villanova nel 1859.
Un secondo luogo di sepoltura dei Rossi è rilevabile in una cappella situata sulla destra della chiesa cimiteriale: questa è intitolata ad A. Rossi, sicuramente Angelo, nato a Villanova del Ghebbo nel 1870. Angelo è primo cugino di Vittorio e dei suoi fratelli Giuseppe, Vincenzo e Adolfo.
Si tratta di due rami dei Rossi, che nel tempo hanno avuto residenze sia a Villanova (in una delle più antiche case del paese, contigua all'abitazione del sagrestano), sia a Valdentro al di là dell'Adigetto, proprio di fronte alla chiesa parrocchiale di Villanova del Ghebbo dedicata a San Michele.
Ma perché ci soffermiamo sulle tombe dei Rossi residenti a Villanova del Ghebbo e a Valdentro?
Soprattutto per ricordare che uno dei fratelli Rossi, Adolfo è stato una notevole personalità della diplomazia italiana a cavallo tra il XIX e il XX secolo. E’ utile qui tracciare una breve biografia di questo personaggio legato alla storia di Villanova del Ghebbo e di Lendinara.
Nato a Valdentro, frazione di Lendinara, nel 1857, per la morte prematura del padre Adolfo Rossi non può frequentare l'università ma, seguendo i suggerimenti di Alberto Mario (stretto collaboratore con la moglie Jessie White di Garibaldi nell'impresa dei Mille) riesce comunque a studiare da autodidatta e a pubblicare racconti su riviste dell’epoca.
Per guadagnarsi da vivere diventa impiegato alle poste a Rovigo, ma non riesce a rassegnarsi alla vita dell'impiegato e, di nascosto dalla madre, come lui stesso racconta, appena accumulati un po’ di risparmi si imbarca per gli Stati Uniti dove avrà modo di raggiungere apprezzati obiettivi: da operaio in una fabbrica di occhiali diventerà infatti un importante giornalista per il pubblico di origine italiana di New York e non solo, apprendendo il moderno stile del giornalismo statunitense.
Ritornato in Italia fu redattore in vari giornali italiani – dalla Tribuna di Roma al Secolo XIX di Genova al Corriere della Sera di Milano – anche come corrispondente dall'estero per abbracciare poi la carriera diplomatica divenendo, grazie alla sua esperienza internazionale, ispettore all'emigrazione e poi ministro plenipotenziario in Argentina dove morì prematuramente a sessantaquattro anni di età nel 1921.
Negli ultimi anni la sua figura e le sue opere sono state rivalutate e riproposte alla lettura del pubblico sia specialista che generico e a tali pubblicazioni si rimanda per ulteriori particolari sulla sua vita².
Recentemente una regista siciliana, Nella Condorelli, ha realizzato nel 2014 un film-documentario, dal titolo “1893: l’inchiesta”, ricavato dal libro di Adolfo Rossi sui fasci siciliani, la prima rivolta sociale dell’Italia unita, giudicata dagli storici la più importante dell'Europa del XIX secolo dopo la Comune di Parigi del 1870.
Perché si parla in tale sede di Adolfo Rossi?
Perché la sua famiglia – pur essendo lui nato nella casa Rossi di Valdentro (frazione di Lendinara) – gravitava sulla comunità di Villanova del Ghebbo. Prova ne sia che i fratelli più giovani di Adolfo, Vittorio, Giuseppe e Vincenzo sono tutti nati a Villanova del Ghebbo.
Nel registro della parrocchia troviamo annotato che i Rossi di Valdentro si trasferiscono a Occhiobello nel 1864, quando Adolfo ha sette anni e successivamente a Lendinara.
Lo stesso Adolfo, in una sua inchiesta sul Polesine poverissimo di fine ottocento (nel volume dal titolo “L’Italia della vergogna”) riporta un suo colloquio con il parroco di Villanova, sottolineando che “ben l'aveva conosciuto da bambino”.
Sicuramente se Adolfo non fosse diventato la personalità che fu, sarebbe stato sepolto assieme ai suoi familiari nel cimitero di Villanova del Ghebbo dove spesso, sono sue parole, andava a trovare i suoi genitori.
Alla sua morte in Argentina la salma fu invece trasportata con nave militare in Italia ed accolta, con funerale di stato, nel cimitero di Lendinara accanto alle tombe di Alberto Mario e Jessie White.
Una bella lapide sopra la sua sepoltura recita:
AD ADOLFO ROSSI PARTITO PIONIERE FANCIULLO TRA EMIGRANTI PER POI DIVENTARE GUIDA E CUSTODE REDUCE ORA NELLA PACE DELLA MORTE DOPO PERCORSE LE STRADE DEL MONDO E DELLA VITA IL PAESE NATIO ORGOGLIOSO CHE UN SUO FIGLIO FUORI DELLA PATRIA NELLE PIU’ LONTANE CONTRADE ABBIA MOSTRATO QUANTO VALGANO UNITI MENTE E CUORE ITALIANO
Le belle parole sono di Olindo Malagodi, giornalista, scrittore e senatore, padre del forse più famoso, almeno per chi ha il ricordo dei politici del secondo dopoguerra, Giovanni Malagodi, storico segretario del Partito Liberale Italiano.
Ma torniamo ad occuparci del camposanto di Villanova del Ghebbo. Procedendo all'interno del cimitero verso la cappella cimiteriale si può notare sulla destra, addossata al muro di cinta, prima della cappella di Angelo Rossi, una cappella con la scritta Famiglia Atanasio Malin.
Al suo interno è custodita, tra le altre, la salma di Giovanni Battista Malin, nato nel 1837 e morto nel 1881, personaggio che si mise in evidenza nelle battaglie risorgimentali.
Nel 2013 è stata murata nell’androne del municipio di Villanova del Ghebbo una lapide a ricordo dei combattenti villanovesi nelle guerre d'indipendenza del Risorgimento. Ma il nome di Giovanni Battista Malin, che combatté nella seconda e nella terza guerra d'indipendenza, non ha potuto essere incluso tra i combattenti risorgimentali di Villanova in quanto nato e residente a Valdentro, quindi cittadino lendinarese.
Come riportato nell'orazione funebre, letta da Cesare Malin in occasione dei suoi funerali (il cui testo originale è in possesso di chi scrive) Giovanni Battista Malin fu il primo ad entrare in Ancona, dopo lungo assedio, con la sua compagnia su ordine del generale Cialdini “alle ore 2 pomeridiane del 29 settembre 1860”. La presa di Ancona fu storicamente importante nell'avanzata verso sud che portò il regno di Sardegna ad aggirare i territori pontifici per congiungersi con l’esercito garibaldino che stava risalendo la penisola.
A conclusione di questi avvenimenti Giovanni Battista Malin ritornò al paese natale – come il resto del Veneto ancora sotto l’Austria – nascondendo alla polizia austriaca la sua trascorsa attività di volontario nelle forze del Regno di Sardegna che gli sarebbe costata, in quanto cittadino austriaco, un'incriminazione per alto tradimento e sicuramente l'impiccagione come accadde per tutti gli irredentisti caduti in mani austriache fino a Cesare Battisti.
Leggiamo infatti nel volume “Polesine in armi” di Luigi Contegiacomo e Laura Fasolin dell'Archivio di Stato di Rovigo a pag. 105 alla voce Malin Giovanni Battista:
“MALIN GIOVANNI BATTISTA di Vincenzo e Teresa Vigna, di Lendinara n. 1837 ca., m. 27.02.1881, possidente, sposato con Filomena Bassani. Campagne militari: 1866
Va detto che, dopo gli avvenimenti del 1860, ritornato a casa, il Malin subì un interrogatorio da parte della polizia austriaca il 16 maggio 1861. Egli dichiarò di essersi allontanato dalla sua città nell'ottobre del 1859 per raggiungere Ferrara, di non aver servito in corpi militari ma di essere stato spinto a tale decisione da “circostanze di famiglia”. Seguirà ulteriore interrogatorio nel mese di giugno.”
Raggiunta l’unità d’Italia dopo la terza Guerra di Indipendenza, Malin fu anche sindaco di Villanova del Ghebbo, pur rimanendo cittadino lendinarese in quanto residente a Valdentro, e fu anche causa involontaria e promotore di un tentativo, da parte dell'amministrazione comunale di Villanova del Ghebbo, di ottenere dal comune di Lendinara la cessione della frazione di Valdentro. Ecco come si svolse la vicenda:
Dopo l’annessione del Veneto all'Italia, anche a Villanova del Ghebbo fu istituita la Guardia Nazionale, a capitano della quale era stato nominato proprio Giovanni Battista Malin. Ma la nomina fu impugnata in quanto, a norma di legge, la Guardia Nazionale doveva avere base comunale. L'Ispettorato Provinciale della Guardia Nazionale di Rovigo consigliò al Malin di chiedere all'amministrazione di Lendinara di cedere il territorio di Valdentro per ovvi motivi logistici. L'appartenenza al Corpo infatti richiedeva periodiche esercitazioni anche con armi che, per i militi della Guardia di Valdentro sarebbero state molto più semplici se avessero fatto parte della Guardia di Villanova.
L’amministrazione comunale di Lendinara rifiutò dicendo che questa cessione avrebbe aperto una serie di richieste da parte di comuni limitrofi.
Questo problema del territorio di Valdentro diviso al suo centro tra tre comuni (Villanova del Ghebbo, Fratta Polesine e Lendinara) si trascinerà poi nel tempo quasi fino ai nostri giorni, infatti anche il sindaco Alfredo Borin in anni a noi più vicini si adoperò, invano, per unificare le tre anime del paese, che di fatto costituisce un'unica realtà economica, sociale e religiosa legata a Villanova del Ghebbo.
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Come citare questo articolo
Renzo Avanzo. “Tracce di storia a Villanova del Ghebbo”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/tracce-di-storia-a-villanova-del-ghebbo/