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PERSONAGGI ILLUSTRI

Adolfo Rossi (1857-1921)

Emigrato a New York, divenne giornalista di chiara fama. Dedicò la seconda parte della sua vita ad attuare forme di tutela per gli emigranti

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 90–95

Cento anni fa, il 28 luglio 1921, all’età di 64 anni, cessava di vivere Adolfo Rossi (1857-1921), personaggio di grande talento, giornalista di fama, che dedicò gli ultimi due decenni della sua vita ad attuare forme di sostegno a favore degli emigrati italiani approdati nelle Americhe. E ciò anche grazie ai ruoli di prestigio ricoperti nell’ambito del corpo diplomatico, come console prima, per raggiungere, a fine carriera, la nomina di Ministro plenipotenziario in Argentina, a Buenos Aires, dove ebbe a concludersi la sua vita.

Destinazione New York

Nella tomba, che la città di Lendinara ha dedicato al suo illustre concittadino (era nato nella frazione di Valdentro il 30 settembre 1857), spicca la dedica dettata da Olindo Malagodi, incisa nella lapide riprodotta qui a lato. Due righe in particolare sintetizzano la vita operosa dell’illustre polesano: “…partito pioniere fanciullo tra emigranti/ per poi diventarne guida e custode…”.

Se non proprio fanciullo, Adolfo Rossi era un ragazzo non ancora ventiduenne, quando nell’agosto del 1879 decise di farsi emigrante, di lasciare il paese natìo per cercare in America un’occasione di vita più confacente alla sue aspirazioni.

Un’emigrazione – va detto – alquanto particolare la sua, non originata dalle miserrime condizioni vissute in patria, come fu per la stragrande maggioranza degli emigrati (oltre 65.000 nell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento lasciarono definitivamente il Polesine), ma dettata dall’insopprimibile desiderio di conoscenza e dall’obiettivo di trovare sbocco in una professione confacente alle sue aspirazioni.

La precoce morte del padre aveva fatto venir meno la possibilità di accedere all’università, ma la sua non era una famiglia indigente, ed il giovane lendinarese aveva anche ottenuto un posto di impiegato postale dopo aver superato l’apposito concorso. I suoi interessi e le sue letture gli avevano però aperto promettenti orizzonti, focalizzando la sua attenzione in particolare su New York. E fu così che in una notte dell’estate del 1879 – come ci racconta nel suo libro autobiografico Un Italiano in America¹ – prese “senz’altro un’audace risoluzione: No, io non continuerò a vegetare qui… Il mondo è grande, c’è l’America e New York è una vasta metropoli…”.

Detto fatto. Una rapida pianificazione del tragitto più confacente ai propri risparmi, quindi in treno fino a Parigi e a Le Havre, poi il passaggio in Inghilterra per l’imbarco su un piroscafo diretto nella metropoli americana.

Nelle prime pagine del suo racconto autobiografico Adolfo Rossi ci fa partecipi del suo entusiasmo per il viaggio, della suggestione dei panorami goduti durante il trasferimento in treno, per passare poi a sottolineare le prime avversità della vita da emigrante: dai piccoli raggiri orchestrati da persone che avrebbero dovuto agevolarne il transito, al furto dei suoi risparmi durante la navigazione oceanica, fino alla necessità di ricorrere, appena sbarcato a New York, ad un banco di pegni, cedendo il proprio orologio.

Non poche le traversie vissute nei primi tempi, affrontate comunque con una buona dose di ottimismo, anche quando, dopo giorni di forzato digiuno decise con un amico di fare a pezzi una sedia per alimentare il fuoco della stufa e cucinare una piatto di pasta insipida, al fine di riempire in qualche modo lo stomaco. Lavori molto umili quelli svolti dal giovane polesano – da venditore di ventagli in una spiaggia, ad aiuto in una pasticceria (con la possibilità in questo caso di saziarsi abbondantemente con i resti delle lavorazioni) – fino all’opportunità da sempre sperata: accedere all’attività giornalistica.

Rossi giornalista in America

Un coincidenza davvero fortunata quella che gli si presentò nel dicembre del 1880, dovuta alla sua intraprendenza e all’essersi fatto notare nell’ambiente dell’emigrazione italiana per la sua cultura. Qualcuno lo segnalò ad un imprenditore, Carlo Barsotti, operante nel campo dell’edilizia ma deciso a dar vita a un giornale da diffondere tra gli italiani di New York. Un rotocalco che facesse concorrenza all’Eco d’Italia, già presente da qualche tempo nella metropoli statunitense, nei confronti del quale l’imprenditore nutriva motivi di rivalsa.

Tutt’altro che facile trovare tra gli emigranti italiani (la maggior parte analfabeti) una persona con una preparazione sufficiente per gestire un giornale. E Adolfo Rossi, che fra l’altro aveva direttamente sperimentato il giornalismo a Lendinara, dove aveva dato alle stampe il periodico Il grillo del focolare, dopo un breve colloquio fu subito assunto. Al nuovo giornale, intitolato Il Progresso Italo-Americano, il giovane polesano dedicò anima e corpo, svolgendo un po’ tutte le mansioni, da compilatore degli articoli, a correttore di bozze ed impaginatore, assumendo in pratica il ruolo di capo redattore.

Un’attività frenetica la sua, che assicurò in breve il successo del magazine, dando al Rossi l’opportunità di conoscere a fondo la realtà statunitense con inchieste, relazioni ed interviste ad importanti personaggi del mondo della politica, dell’economia e della cultura.

Dopo alcuni mesi, desideroso di sperimentare anche realtà diverse, essendo nel frattempo sorto un diverbio in redazione, nel luglio del 1881 con una decisione improvvisa lasciò il giornale accettando la proposta di trasferirsi all’Ovest, in Colorado nelle Montagne Rocciose, con un gruppo di minatori assunti per la costruzione di un tratto ferroviario. Giunto in loco, gli furono ben presto riconosciute doti organizzative e dirigenziali, venendo assunto come agente della compagnia ferroviaria.

Davvero interessante anche questa parentesi di vita, a cui Adolfo Rossi dedica la seconda parte del suo libro. Ma, dopo alcuni mesi, fattasi pressante la richiesta del Progresso Italo Americano di riaverlo alla direzione del giornale, Rossi decise di tornare a New York dove svolse l’attività giornalistica per altri tre anni. Fino a quando – egli annota a conclusione del suo scritto autobiografico – “la nostalgia e le lettere di una madre che non vedevo da cinque anni, mi richiamarono in patria”.

Le inchieste di Adolfo Rossi in Italia e all’estero

L’esperienza del quinquennio vissuto a New York lo aveva maturato moltissimo: partito ragazzo dal Polesine, Adolfo Rossi tornava in Italia con una vasta esperienza del mondo ed un bagaglio professionale utile per un immediato inserimento nel mondo del giornalismo; nel quale portò l’innovazione dell’inchiesta diretta, pronto a raggiungere anche luoghi lontani per indagare su fatti e problemi di rilievo.

Ovviamente non poteva tralasciare il Polesine e le problematiche sociali che stavano alimentando a dismisura il fenomeno migratorio. Interessantissima a questo proposito l’inchiesta, pubblicata nel 1889 sulla “Tribuna” di Roma, compiuta partendo dal paese di Villanova del Ghebbo, attiguo alla frazione Valdentro dove aveva vissuto negli anni della sua infanzia.

Rossi per quasi un ventennio collaborò con varie testate, accreditandosi come un giornalista davvero eccezionale, instancabile nella ricerca di testimonianze di prima mano, anche in situazioni potenzialmente molto pericolose, come quando nel 1884 raggiunse Napoli per un reportage sul colera. Poi fu a Terni per far luce sulle misere condizioni di lavoro e le vessazioni subite dagli operai nelle acciaierie, e in Francia per indagare sulle vicende del generale Boulanger.

Quindi nel 1892 fu la volta di Amburgo per riferire dei metodi adottati per sconfiggere il colera. Eccolo poi in Maremma per un’inchiesta sul brigantaggio, riuscendo ad intervistare il temutissimo brigante Domenico Tiburzi; quindi in Sicilia nel 1893 per indagare sullo sfruttamento della manodopera, in particolare giovanile, e la repressione governativa dei fasci siciliani.

Alla fine del 1894 raggiunse la Calabria colpita da un terremoto, dove fra l’altro fu incaricato di distribuire ai comuni più colpiti i sostegni economici raccolti a Milano. All’inizio dello stesso anno (gennaio del 1894) lo troviamo quale inviato della Tribuna in Eritrea, per un reportage sulla politica coloniale italiana, che gli diede modo di esprimere alcune riserve sulla opportunità dell’impegno italiano in una regione negletta dalle altre potenze europee. Opinione che rimarcherà nei due successivi viaggi nel corso del 1895, quando, dalle colonne del Corriere della Sera, a cui nel frattempo era approdato, esprimerà una valutazione del tutto negativa sulla missione italiana, non adeguatamente ponderata, sottolineando tra l’altro la disparità di uomini ed armamenti tra il nostro esercito e quello abissino.

Accusato di disfattismo, Rossi fu forzatamente rimpatriato con provvedimento urgente del generale Barattieri, mentre la storia doveva dargli pienamente ragione, dato che dopo alcuni mesi (febbraio 1896) l’esercito italiano ebbe a subire la disfatta di Adua.

Un altro conflitto lo richiamava in Grecia nel 1897, per seguire le vicende della Guerra Greco-Turca, e poi a Costantinopoli da dove inviò servizi sulle prime stragi degli Armeni. Ed ancora a Madrid, nel 1898 per il conflitto fra la Spagna e gli Stati Uniti.

Rossi fu un giornalista davvero di primo piano, aperto anche all’innovazione, e primo assoluto in Italia anche nell’inviare alla redazione i suoi articoli utilizzando il telegrafo, assicurandosi così il primato di diffusione delle notizie rispetto alla concorrenza.

Da Commissario per l’emigrazione a Ministro plenipotenziario

Mai dimentico del problema dell’emigrazione, più volte affrontò l’argomento nei suoi articoli, fino a quando il governo italiano decise di istituire, nell’ambito del Ministero degli Esteri, il Commissariato per l’Emigrazione, finalizzato ad attuare provvedimenti a tutela degli emigranti italiani.

Chiamato a far parte di questo organismo, Adolfo Rossi ne ricoprì un ruolo importante ed innovativo, portando fra l’altro nell’istituzione il suo piglio giornalistico. Fu così che, per saggiare concretamente la situazione del collocamento degli emigranti italiani in Brasile, una volta nominato “ispettore viaggiante” dal Ministro degli Esteri Prinetti, si travestì da contadino, assoggettandosi a tutta la trafila, dalla prima accoglienza fino alla destinazione finale, verificando come nei vari passaggi gli emigranti italiani fossero privi di ogni forma di tutela.

L’inchiesta di Adolfo Rossi fu ampia e dettagliata, dimostrando il mancato controllo da parte dello stato brasiliano del fenomeno migratorio, che in pratica veniva per lo più gestito da faccendieri ed organizzazioni finalizzate al massimo sfruttamento degli emigrati. La relazione che egli fece – pubblicata nel “Bollettino dell’Emigrazione” del Ministero degli Esteri³ – destò grande impressione in Italia e indusse il Governo a vietare – col decreto del 22 marzo 1902, a firma del Ministro degli esteri Giulio Prinetti – il trasferimento degli emigranti oltre oceano con biglietto gratuito pagato dallo stato brasiliano o dai latifondisti locali.

Frattanto Adolfo Rossi nel giugno del 1902 veniva ufficialmente nominato Commissario Viaggiante (carica prevista all’interno del Commissariato per l’Emigrazione) e nel 1903 compì una inchiesta nella Colonia del Capo in Sud Africa, mettendo in luce anche in questo caso la mancanza di tutele degli emigranti italiani.

Con lo stesso incarico nel 1904 visitò i centri dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti, da New York a San Francisco. Nel 1905 fu a Buenos Aires, poi a Rio de Janeiro e quindi nuovamente negli Stati Uniti per organizzare forme di assistenza legale a favore dei nostri emigrati.

Nel 1906 fu nominato Commissario dell’Emigrazione con unanimità di voti, e poi nel 1908 si registrò l’entrata di Adolfo Rossi nei ruoli diplomatici, con la nomina di Console Generale di Prima Classe e l’incarico di reggere il consolato di Denver in Colorado, cittadina che aveva conosciuto nel 1881 durante la parentesi della sua vita in cui era stato agente delle ferrovie. Negli anni successivi fu console a Santa Fe di Rosario in Argentina, e poi ad Assuncion in Paraguay.

Nel 1919 veniva inviato a Buenos Aires in qualità di Ministro Plenipotenziario (in pratica ambasciatore con ampie deleghe), impegnandosi nel migliorare le tutele dei nostri emigrati e nello snellire gli adempimenti burocratici tra lo stato argentino e italiano.

Adolfo Rossi aveva manifestato da poco la sua soddisfazione per il raggiungimento di alcuni risultati favorevoli e stava programmando altre iniziative, quando il 28 luglio 1921 improvvisamente cessava di vivere, forse in seguito al logorio dell’impegno senza pausa a cui si era assoggettato, con lunghi incessanti viaggi e mille problemi da risolvere.

Vasta fu l’eco della sua scomparsa, e subito fu attivata l’iniziativa utile a riportare il suo corpo in patria, a Lendinara⁴, nel cui camposanto tuttora riposa vicino alla tomba di Alberto Mario, altro lendinarese illustre, che a suo tempo aveva incoraggiato il giovanissimo Adolfo Rossi nelle prime prove di giornalismo attuate nella città natale.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Adolfo Rossi (1857-1921)”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/adolfo-rossi-1857-1921/

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