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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Occhiobello e il Po

Una porta tra Veneto ed Emilia. Un territorio testimone di episodi storici e leggendari nati sulle rive del grande fiume

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 18–23

La suggestione dell’incontro col grande fiume si rinnova ogni volta che, risalito l’erto pendio del possente argine, si raggiunge la sommità della scarpata.

Senza limiti di barriere, lo sguardo corre avido sulla liquida superficie in movimento verso il mare, bramoso di cogliere la misteriosa anima della natura: un incanto mutevole, che varia nel succedersi delle ore della giornata. E non a caso i nostri padri hanno scelto il suggestivo toponimo di Occhiobello per sottolineare l’appagamento che gode la vista (un bel colpo d’occhio) quando si spinge sulle acque del Po.

Suggestivi racconti mitologici ed echi di antichi episodi storici

E’ questa una terra dalle origini remote, creata dal primo fiume d’Italia, che gli antichi battezzarono col mitico nome Eridano, trovando nelle sue pescose acque importanti opportunità di vita; o facendo affidamento sulla forza della corrente in grado di muovere le macine dei mulini; o ancora contando sulla possibilità spostarsi agevolmente sulla piana superficie fluida con imbarcazioni approntate per il trasporto di derrate alimentari e manufatti vari, aprendo così interessanti rotte commerciali.

E non a caso la leggendaria narrazione di Fetonte e delle Eliadi stillanti lacrime d’ambra si lega proprio a quest’ultimo aspetto, essendo assodato che, lungo le rive dello storico fiume, in area polesana sorsero villaggi in cui si lavorava l’ambra: preziosa resina fossile proveniente dalle zone del mar Baltico, che, trattata dalle mani di sapienti artigiani dei villaggi rivieraschi, si trasformava in monili commercializzati con gli antichi greci che raggiungevano questi luoghi padani, risalendo dall’Adriatico la corrente del Po.

Ed è poi storia provata quella dell’occupazione stabile del territorio tra Po e Adige attuata dai Romani che – sconfitti prima i Galli ed alfine i Cimbri e i Tutoni – trovarono forme di collaborazione con gli antichi Veneti, attuando bonifiche e creando gli agri centuriati, in modo da offrire occasioni di prosperità agli abitanti della fertile pianura.

Un maestoso corso d’acqua, il Po, in grado di incutere rispetto anche alle popolazioni barbare, che in più occasioni violarono i confini dell’impero romano raggiungendo il grande fiume con l’obiettivo di stanziarsi nella pianura padana. E non a caso, poco lontano da Occhiobello, trovò estrema dimora una dignitaria ostrogota, come testimonia l’importante rinvenimento archeologico della antica sepoltura, detta della “dama di Chiunsano”, caratterizzata da un ricco corredo funebre, oggi conservato presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo.

Oltre mille anni dopo fece molto parlare di sé un’altra nobildonna, la regina Cristina di Svezia, giunta sul Po nel novembre del 1655 nel suo viaggio con destinazione definitiva Roma dove, in pompa magna, sarebbe stata consacrata la sua adesione al cattolicesimo. Ebbene, proprio ad Occhiobello fu organizzata l’accoglienza alla augusta sovrana che aveva passato la notte a Ficarolo presso Villa Schiatti. E per agevolare il transito della regina e del suo seguito oltre il grande fiume, in questa zona dirimpettaia a Ferrara fu appositamente allestito uno speciale ponte di barche, all’epoca definito “meraviglioso”.

Più vicina al nostro tempo è l’epopea dei mulini del Po, immortalata magistralmente da Riccardo Bacchelli nel suo romanzo. Una storia di uomini e mestieri intimamente legati al grande fiume. Del quale per secoli si è sfruttata la forza della corrente, per azionare le macine dei mulini, mentre lungo le sue rive erano attivi abili artigiani impegnati nella realizzazione di natanti dalle molteplici fogge. Botteghe di vario genere erano in grado di offrire i necessari servizi alla gente del fiume e agli abili pescatori, particolarmente interessati alla pesca dello storione.

Tutto ciò mentre, nella piana sotto l’argine del fiume, la popolazione era dedita all’agricoltura, lavorando in vaste tenute, proprietà di nobili o di vari ordini religiosi. Terreni resi fertili dalla linfa ottenuta dal Po, utilizzato non solo come fiume a cui attingere l’acqua per irrigare i campi, ma anche quale ricettore delle acque stagnanti di ampie aree della pianura.

Tra Rovigo e Ferrara, bonifiche e alluvioni

Ciclopica a tal proposito l’opera di bonifica portata a compimento nei primi decenni del XVII secolo da Enzo Bentivoglio, con la realizzazione di un reticolo di scoli afferenti ad un “cavo” principale – tuttora contrassegnato dal nome dell’illuminato bonificatore – che concludeva il suo corso sfociando nel Po presso Occhiobello. Lavori incessanti, finalizzati a “bonum facere” il territorio, svolti con tenacia dalle genti del Po, facendo affidamento per secoli sulla forza delle braccia e su semplici arnesi, come tratteggia nei suoi versi il poeta Gino Piva (1873-1946), mirabile cantore del Polesine: “Vanghe, gomieri, e machine e anemai, sugàre, arare, semenar, colmare, stendare dighe e non molarghe mai: eco el portento tra i do fiumi e ‘l mare”.

Fu così che, lungo le rive del maestoso fiume, nel corso dei secoli, si consolidarono vari insediamenti, sempre difesi con determinazione dalle genti del Po. Tutto ciò, pur permanendo la consapevolezza che l’amico fiume poteva all’improvviso rivelarsi ostile, come tramanda il detto popolare – ben noto ad Occhiobello e dintorni – “l’acqua del Po tanto rende, quanto prende”.

Parole che hanno manifestato la loro cruda verità anche nel secolo scorso, nei drammatici giorni dell’alluvione del novembre 1951, quando il Po proprio ad Occhiobello aprì tremendi squarci negli argini, portando distruzione e morte. Una situazione drammatica, da cui il Polesine è riuscito a riprendersi in tempi molto più veloci di quanto preconizzato da esperti internazionali. E ciò grazie al lavoro spasmodico di ricostruzione delle arginature (oggi davvero possenti) e alla successiva bonifica del territorio invaso dalle acque limacciose e da sterili depositi di sabbie.

E proprio da questo evento così disastroso, superato con tanta determinazione, si è rafforzata la consapevolezza del forte legame dei paesi del Po con il resto del territorio polesano.

Se da una parte le relazioni con Rovigo e il resto del Polesine, si sono via via fatte più intense, specie dopo la tragica alluvione, va però anche detto che per le popolazioni rivierasche non è mai venuto meno il riferimento con Ferrara, particolarmente importante per gli abitanti di S. Maria Maddalena ed Occhiobello, dirimpettai alla antica città, con la quale tuttora esiste non solo un legame di vicinanza ma anche di storia e tradizioni.

E’ infatti ben noto che il capoluogo emiliano – prima con Casa d’Este e poi con lo Stato Pontificio – è stato sede del governo di un vasto territorio comprendente per secoli anche l’area a nord del Po.

Gli scontri armati

Un territorio quello tra Adige e Po su cui si appuntò, a partire dal XV secolo, l’interesse della Serenissima, che prese pretesto dal mancato pagamento della tassa sul sale da parte di Ferrara per dare luogo ad un conflitto armato, denominato appunto La Guerra del Sale (1482-1484), che vide il prevalere delle armi veneziane. Si giunse pertanto ad un compromesso, penalizzante per il ducato di Ferrara che dovette rinunciare alla striscia settentrionale del Polesine (a nord del Canalbianco), mantenendo però la fascia meridionale da allora denominata Transpadana ferrarese, ovvero territorio di pertinenza di Ferrara oltre il Po.

Una pace mal tollerata dagli Estensi, desiderosi di rifarsi, per cui aderirono di buon grado nel 1508 alla Lega di Cambrai. E fu allora che, nel corso di varie battaglie, le armi ferraresi riportarono diversi successi: celebre fra tutti la “battaglia di Polesella” disputatesi il 22 dicembre 1509, allorché gli Estensi riuscirono ad infliggere una umiliante sconfitta alla Repubblica di San Marco, distruggendo una flottiglia fluviale veneziana ormeggiata a Polesella (unico lembo territoriale sul Po nelle mani della Serenissima) grazie all’artiglieria forgiata dallo stesso duca Alfonso I. Ma, nonostante questa schiacciante vittoria delle armi estensi, la pace che seguì si concluse con la sostanziale approvazione dei confini precedentemente stabiliti.

I rapporti tra Venezia e Ferrara tornarono a farsi incandescenti all’inizio del secolo successivo per questioni riguardanti il delta del grande fiume, a seguito della deviazione del corso principale attuata dalla Repubblica di San Marco: impresa idraulica davvero grandiosa per il tempo, nota come “il taglio di Porto Viro” (1600-1604), che cambiò i connotati del territorio del delta a favore di Venezia. E ciò diede vita a vari confronti armati (mai però sfociati in una guerra dalle vaste proporzioni) che videro impegnate le opposte gendarmerie, ovvero quella della Serenissima e quella dello Stato Pontificio, subentrato agli estensi nel controllo di Ferrara nel 1598, dopo la morte di Alfonso II d’Este senza eredi.

Alcuni decenni dopo, nuovo confronto armato, davvero arduo, conosciuto come “Guerra di Castro” (1642-44), sconvolse tutto il territorio della Traspadana Ferrarese con cruente battaglie anche nella zona di Occhiobello – ed in particolare dove oggi si estende il paese di S. Maria Maddalena caratterizzato allora dal forte di San Pietro – finché si giunse alla pace che, sottoscritta il 31 marzo 1644, di fatto ratificava la situazione antecedente, ponendo definitivamente fine ai contrasti tra i due stati.

Gli aspetti architettonici e le attese di una riqualificazione urbana

E con la pace ben presto nella Transpadana tornarono gli investimenti fondiari e costruttivi. Fu allora che venne eretta la chiesa parrocchiale di Occhiobello, dedicata a San Lorenzo, opera dell’illustre architetto ferrarese Angelo Santini. Tra le realizzazioni civili del passato va ricordato l’imponente Palazzo Pepoli, purtroppo irrimediabilmente perduto nel corso seconda guerra mondiale perché destinato a deposito tedesco di munizioni e poi fatto saltare in aria dalle truppe del Reich prima della ritirata.

Un altro bene architettonico di rilievo, questo tuttora esistente ed attualmente adibito ad albergo, è Villa Savonarola, appartenente all’antica famiglia ferrarese infeudata nella zona di Occhiobello da Leonello d’Este. Famiglia nota soprattutto per l’intransigente frate Girolamo Savonarola fustigatore del lusso e dei potenti, condannato al rogo a Firenze nel 1498. Il quale, a quanto pare, durante i suoi soggiorni ferraresi ebbe modo di dimorare in più occasioni nella villa di Occhiobello, ricostruita quasi sicuramente nel corso del XVII secolo. E sembra certo che l’edificio sia stato successivamente utilizzato da un ordine religioso femminile, tanto da essere conosciuto anche col nome di “Fondo suore”. Tuttora l’aspetto religioso è rappresentato dall’oratorio barocco di San Gaetano, parte integrante del complesso edilizio che si affaccia sulla strada Eridania.

Un brusco cambiamento della situazione politica si ebbe nel 1796 con l’arrivo dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte, seguito da repentine alternanze dei dominatori francesi ed austriaci finché, nel 1815, con gli esiti del Congresso di Vienna, la Transpadana con Occhiobello passò al Veneto sotto il controllo asburgico, assieme alla Lombardia.

E proprio in questo stesso anno (1815), giusto in questa area rivierasca, gli Austriaci difesero con determinazione i confini del Lombardo-Veneto dal tentativo di Gioacchino Murat (nominato nel 1808 re di Napoli da Napoleone) di realizzare uno stato italiano, invadendo prima lo Stato pontificio e cercando poi col suo esercito di passare il Po, dopo aver lanciato il famoso proclama di Rimini. Ne nacque la sanguinosa “battaglia di Occhiobello”, nel corso della quale le difese approntate dagli austriaci ebbero la meglio, con un contrattacco che determinò il dissolversi del sogno coltivato dal Murat, il quale fu definitivamente sconfitto a Tolentino nelle Marche.

In questo periodo di ripetuta conflittualità tra Francesi e filofrancesi da una parte, e Austriaci e fautori dell’Austria dall’altra, si metteva in luce un particolare imprenditore di Occhiobello, Carlo Cavriani, proprietario di ben 12 mulini sul Po, che era divenuto padrone di varie possessioni nella zona rivierasca, dopo la soppressione attuata dai Francesi degli ordini religiosi, seguita dalla vendita dei terreni confiscati.

Un atteggiamento filofrancese, quello del Cavriani, legato alle radicate idee giacobine manifestate fin dalla giovinezza e successivamente sfociato nell’adesione alla Carboneria. Di qui il suo arresto nel 1819 nel corso della retata organizzata dagli Austriaci che portò nelle carceri veneziane una quarantina di carbonari, 13 dei quali ebbero condanne esemplari da scontare allo Spielberg (dove Oroboni e Villa trovarono la morte) e a Lubiana.

Cavriani se la cavò con qualche mese di carcere a Venezia, tornando al paese di origine politicamente demotivato, limitandosi a rivolgere il suo interesse alla gestione delle sue proprietà nella zona di Occhiobello. Tra queste la Colombara, divenuta ai giorni nostri – dopo un significativo intervento di recupero – un interessante riferimento nell’ambito della ricezione turistica e della valorizzazione del tempo libero.

E proprio qui si conclude il nostro itinerario nel territorio di Occhiobello, con una passeggiata nell’ampia corte, riconvertita per ospitare iniziative di tipo ricreativo e culinario. Ci accoglie l’architetto Gianni Trevisan, autore del piano di recupero della Colombara, personaggio talentuoso e combattivo, pronto a narrarci storie nuove e antiche, e a presentarci le sue recenti realizzazioni pittoriche, nonché alcuni progetti ideati per uno sviluppo armonico del contesto urbano di Occhiobello. Prospetti significativi, in attesa di tempi migliori, quando saranno finalmente avviati interventi di rilievo per valorizzare la zona rivierasca del grande fiume…

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Occhiobello e il Po”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/occhiobello-e-il-po/

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