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PERSONAGGI ILLUSTRI

Pietro Paleocapa (1788-1869)

Ingegnere idraulico di grande talento, fu patriota e ambientalista convinto. Il capoluogo rodigino gli ha intitolato il suo liceo statale

di Rosanna Beccari

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 96–99

Il nome di Petro Paleocapa è tenuto desto in Polesine dall’intitolazione del Liceo Scientifico e da un importante manufatto, noto come Botte Paleocapa, presente in località Bresparola, opera idraulica fondamentale del Collettore Padano, indispensabile per assicurare il deflusso delle acque verso il mare da una vasta area centrale del territorio della provincia.

Pietro Paleocapa (1788-1869) fu una figura emblematica dell’idraulica italiana dell’Ottocento: può essere riconosciuto come “il primo degli ingegneri moderni” o, com’è scritto su un monumento, “dei moderni idraulici principe” e, su una lapide, “vincitore della Natura”; entrambe iscrizioni presenti a Venezia, dove espresse con acume buona parte della sua attività.

Prima dell’Ottocento la scienza delle acque non aveva avuto in Italia particolari sviluppi, tranne alcune eccezioni illustri (Leonardo da Vinci e Benedetto Castelli), mentre un importante impulso in quest’ambito si ebbe grazie a Pietro Paleocapa, Elia Lombardini e Vittorio Fossombroni, che, con i loro studi su base scientifica, giungeranno a conoscenze applicate non solo sul territorio italiano, ma anche in ambito internazionale.

Ed il nome del primo resta legato indissolubilmente al Polesine per gli importanti interventi progettati.

Paleocapa e il Polesine

Nel 1818 – mentre si trovava a Venezia per seguire le operazioni della realizzazione del porto di Malamocco, nell’ambito del riassetto della laguna veneta – ebbe modo di interessarsi del Polesine progettando un nuovo argine tra Po Grande, Po di Goro e Po della Donzella e la costruzione di un’opera idraulica alla Polesella (Rampa Gussona), poi lasciata perché destinato ad altro incarico, quale ingegnere perito nella Commissione per il censo, che l’avrebbe portato in trasferta a Vienna. Nel frattempo, però, progettò un ponte sospeso sull’Adige, tra Boara Polesine e Boara Pisani, sull’esempio di manufatti inglesi e americani, ma il progetto non venne realizzato, a causa dei ritardi dello stesso Paleocapa trattenuto nella missione viennese, e dei dubbi dell’amministrazione.

Gli interventi di regolamentazione dei corsi del Castagnaro, Brenta, Bacchiglione e Adige, Tartaro-Canalbianco, le cui esondazioni arrivarono a colpire più volte anche il Polesine (disastrosa a questo proposito la rotta del Castagnaro nel 1432 e della Malopera ‘malvagia opera’ nel 1438) con devastazioni e impaludamenti, culminarono con la chiusura dei canali di Castagnaro e della Malopera nel 1838, in base ai progetti del Paleocapa.

Una delle più grandi botti idrauliche del Veneto (manufatti caratteristici utilizzati nei secoli scorsi per il drenaggio dei nostri territori), e del Polesine in particolare, è la Botte Paleocapa, nota anche come la “Bota”, nella località Bresparola tra Bosaro e Polesella: prende il nome dall’illustre ingegnere, che la ideò, anche se fu realizzata dopo la sua morte dall’ingegner Filippo Lanciani tra il 1885 e il 1901. Si tratta di una botte a sifone in un unico corpo murale, a tre canne, lunghe circa 50 metri; ha la funzione di sottopassare le acque dell’idrovora Fossa di Polesella (ora interrata), che metteva in comunicazione il Canalbianco col Po e di scaricare le acque di bonifica nel Collettore Padano Polesano.

La vita

Di nobile famiglia di funzionari veneziani, originaria dell’isola greca di Candia e poi migrata a Venezia per sfuggire all’avanzata ottomana del 1669, Pietro venne alla luce l’11 novembre 1788 a Nese, nel Bergamasco, dove il padre era cancelliere della Repubblica Veneta. Molto scarse sono le notizie relative all’infanzia, attendibili solo a partire dal 1797. Di quegli anni poco si sa, tranne che, quando Bergamo venne investita dall’ondata rivoluzionaria francese e le forze militari del generale Le Faivre occuparono la città, la famiglia Paleocapa, fedele a Venezia, fu di nuovo costretta a fuggire. E, durante il viaggio verso la città lagunare, si colloca uno dei pochi episodi relativi alla fanciullezza di Pietro: cadendo dalla carrozza si procurò una ferita alla fronte, di cui porterà la cicatrice per tutta la vita.

Dopo gli studi di Legge e Matematica all’Università di Padova, entrò nella Scuola Militare “pel Genio e l’Artiglieria” di Modena (1808-1812), da dove uscì tenente nel Corpo del Genio. L’anno successivo, sulla scia dell’entusiasmo napoleonico, partecipò alla campagna in Russia, cadendo prigioniero in Pomerania, ma riuscì a tornare libero in Italia a seguito della battaglia di Lipsia.

Caduto Napoleone, ed in seguito al suo netto rifiuto all’invito del governo austriaco di entrare nell’esercito imperiale, trovò impiego nel Corpo degli ingegneri di acque e strade a Venezia fino al 1820, quando l’amministrazione asburgica lo volle nel Collegio degli Ingegneri di Milano come addetto alla Giunta del Censimento, dove si distinse proponendo una riforma dei sistemi per i rilievi catastali.

Disturbato però dalle inutili lungaggini burocratiche, abbandonò i lavori per tornare a Venezia, dove fu ingegnere capo dell’Ufficio provinciale delle pubbliche costruzioni (1830) e direttore generale delle pubbliche costruzioni (dal 1840).

Fu proprio in questo periodo che realizzò alcune delle sue più grandi opere idrauliche, tali da far uscire oltre confine la sua fama, a cominciare dalla sistemazione della laguna e dei relativi territori circumlagunari con la costruzione di una diga e del porto di Malamocco, la porta della città, cui seguì la realizzazione del ponte ferroviario translagunare (1841-1846), che violò per la prima volta l’insularità di Venezia. Provvidenziali anche i nuovi assetti fluviali in terraferma della complessa rete idrografica, costituita dai fiumi Sile, Brenta e Bacchiglione e Adige, i cui corsi, nel tempo deviati malamente da erronei interventi, rappresentavano una continua minaccia, da una parte per le esondazioni, dall’altra per l’insabbiamento della laguna con i loro detriti.

È di questi anni la proficua collaborazione con l’idraulico toscano Vittorio Fossombroni, che porterà al “Piano Fossombroni-Paleocapa” per la “sistemazione idraulica dei Paesi Veneti”, un progetto di lunga attuazione (1835-1896). Molti gli scritti con cui il Paleocapa informava il Fossombroni (che non si spostò da Firenze), che documentano i suoi studi sui cambiamenti della portata dei fiumi, in base alle piene e ai periodi di siccità, e memorabili le sue intuizioni sulle correlazioni di questi fenomeni con i disboscamenti a monte ed il dissodamento delle pendici a causa di interventi antropici indiscriminati.

Tali studi e relative applicazioni furono per Paleocapa un proficuo banco di prova che gli permetteranno di affrontare negli anni successivi anche altri ambienti, in Italia e all’estero, dove ormai era giunta la sua fama: dal porto di Ravenna al Delta del Danubio e il fiume Tibisco in Ungheria o la bonifica delle pianure in Transilvania, sempre segnalandosi per i risultati risolutori. Purtroppo, durante la sua permanenza nei territori paludosi, fu colpito da una malattia reumatica agli occhi che l’avrebbe portato alla cecità.

Intanto i moti liberali del 1848 rovesciarono la dominazione austriaca insediando a Venezia il governo provvisorio di Daniele Manin. Paleocapa, già sessantenne, ritornò all’attività di patriota, divenendo Ministro dell’Interno e delle Comunicazioni e, in tale carica, fu mandato a Torino a chiedere aiuto a Carlo Alberto di Savoia; ma la sua posizione discordava da quella di Manin: mentre l’avvocato, animatore dell’insurrezione, voleva l’autonomia di Venezia dal Piemonte, Paleocapa, che preconizzava un’Italia unita, convinse l’assemblea a votare l’annessione al Piemonte (3 luglio 1848).

Non sarebbe più tornato a Venezia: cominciò così l’ultima fase della prolifica vita dell’ingegnere che, nella sede strategica di Torino, si dedicò a progettare interventi idrici e stradali aprendo il Piemonte all’Europa.

Ministro dei Lavori Pubblici nei governi La Marmora e D’Azeglio sostenne la costruzione di linee ferroviarie e del traforo del Moncenisio-Fréjus, impresa titanica che, di fatto, infrangeva la barriera delle Alpi, favorendo le comunicazioni dell’Italia con la Francia.

Senatore nel 1854, l’anno seguente chiese di ritirarsi a vita privata, a causa della sopraggiunta cecità, ma su unanimi insistenze fu ancora Ministro senza portafoglio (1857-’59) nel governo di Cavour, che lo definì “ricco di accortezza e malizia ellenica”.

Ma il suo capolavoro doveva ancora compiersi. Nonostante l’infermità fisica, proprio in quegli anni, partecipò ad una delle più grandi imprese del secolo e, forse, di tutti i tempi: il taglio dell’istmo di Suez, coordinando un’équipe di lavori internazionale ed opponendosi con tenacia all’ostruzionismo inglese.

Insignito di numerose prestigiose onorificenze dal Regno Sabaudo, nel 1867, alla venerabile età di 79 anni, il re lo chiamò ancora alla politica conferendogli l’incarico di formare un nuovo ministero, che Paleocapa declinò con una lettera di rinuncia. Si sarebbe spento due anni dopo, il 13 febbraio 1869, a Torino, senza poter vedere conclusi i suoi due progetti più ambiziosi: il traforo del Fréjus e il taglio del Canale di Suez.

Il sovrano lo volle sepolto con i massimi onori nella Certosa di Collegno, e la città di Torino gli ha poi dedicato un monumento, ad opera dello scultore Odoardo Tabacchi, che campeggia nella piazza a lui intestata, vicino alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove è stato posto un suo busto, sempre di Tabacchi (per altro, “sparito” durante i lavori di ripristino nel 2016).

Anche la città di Venezia, riconoscente, lo ha omaggiato con una statua in bella mostra nei Giardini di Papadopoli; mentre a Padova, l’anno dopo la morte, fu eretto in suo onore un complesso monumentale, a cura di Luigi Ceccon, con le statue dei fiumi Brenta e Bacchiglione sovrastate dal busto di Paleocapa. Il monumento, originariamente collocato nel Salone del Palazzo della Ragione a Padova, fu poi rimosso, in occasione dei lavori di ristrutturazione nel 1936, e trasferito dividendo le statue, quelle dei due fiumi, prima nel Museo Civico di Padova e quindi nel vestibolo del liceo classico patavino “Tito Livio”, mentre il busto dell’ingegnere nel vestibolo della Facoltà di ingegneria dell’Università di Padova.

In Ismailia, la città più importante sull’istmo di Suez, venne a lui dedicata un’importante piazza. A Rovigo il Liceo Scientifico Statale, istituito con Regio Decreto n. 1915 del 9 settembre 1923, con provvedimento comunale del 9 marzo 1924, fu intitolato a Pietro Paleocapa.

Pietro Paleocapa è dunque ricordato come personaggio di grande talento ed impegno. Stupefacente e prodigiosa l’attività che caratterizzò la sua esistenza: un tracciato degno d’esempio non solo nell’ambito specialistico, ma come una straordinaria personalità, patriota convinto e politico liberale moderato, sempre coerente nelle sue idee.

Antesignano di un mondo senza barriere naturali, Pietro Paleocapa fu dotato di un’intelligenza multiforme ed un’ampiezza e modernità di vedute tali da renderlo ancora attuale e modello valido per le giovani generazioni, oltre che monito ai contemporanei per la sua quasi profetica consapevolezza dei processi di degrado territoriali, dovuti ad illogici interventi umani sul territorio e, quindi, una sorta di precursore dei temi di tutela ambientale.

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Come citare questo articolo

Rosanna Beccari. “Pietro Paleocapa (1788-1869)”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/pietro-paleocapa-1788-1869/

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