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STORIA - TRADIZIONI

Tracce di storia antica a Melara

Aspetti di un lontano passato focalizzati nel corso di una giornata memorabile di promozione del territorio

di Raffaele Peretto e Stefano Leati

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 48–49

L’importante evento, realizzato a Melara lo scorso 12 Settembre (di cui si parla in questo numero del Ventaglio nell’articolo a pag. 24 Melara e il Turismo slow) ha avuto un significativo focus relativo alla storia antica del territorio. Due i principali interpreti, dei quali riportiamo qui di seguito una sintesi degli interventi.

Sguardi sul passato: archeologia e paesaggi sepolti tra Po e Tartaro

Melara è posta all’estremo limite occidentale dell’area altopolesana, caratterizzata dalla convergenza dei corsi terminali del Po e dell’Adige, nel cui mezzo, con la sua autonomia, scorre il Tartaro. In questo lembo di terra (incuneato tra Veneto, Emilia e Lombardia dai limiti geografici imposti dalle vie d’acqua) significative testimonianze archeologiche attestano organizzate strutture insediative già a partire da 4000 anni fa, in stretta relazione con le configurazioni di paesaggi effimeri, in quanto governati dalle periodiche variazioni dell’assetto idrografico.

Le tracce più antiche dell’età del Bronzo (XIX-XIII sec. a.C) sono rappresentate da villaggi arginati (individuati nel territorio di Castelnovo Bariano) che sotto l’aspetto paleoambientale costituivano la propaggine più meridionale del coevo popolamento delle Valli Grandi Veronesi.

Per le fasi finali dell’età del Bronzo (XII-IX sec. a.C.) fu lungo la diramazione di un ramo scomparso del Po (denominato Po di Adria) che si svilupparono grandi abitati, legati ad attivi traffici commerciali tra nord Europa e Mediterraneo orientale. A questi si legano le tracce di un villaggio individuato in località Mariconda di Melara, non distante da Corte Spinata.

Significative sono anche le testimonianze di epoca romana. Se la ricerca archeologica documenta una diffusa antropizzazione, è la fotografia aerea a mostrare interventi razionali di bonifica agraria, condizionati dall’idrografia dell’antico paesaggio e attraversati da importanti rettifili stradali.

Per il Medioevo e il Rinascimento sono prevalentemente i documenti d’archivio e la cartografia storica a testimoniare una attiva rete fluviale, aperta ai collegamenti con centri vicini e lontani soprattutto attraverso la navigazione interna, offrendo, inoltre, in un paesaggio a drenaggio difficoltoso, l’alternativa terrestre sugli argini. Anche per questo periodo storico l’archeologia ci mostra significative testimonianze, suffragata da recenti ricerche.

S. Stefano, lo dicono gli scavi: presenze in zona già nel IV secolo d.C.

Gli scavi condotti presso l’antica chiesa melarese di S. Stefano, dopo il fortuito rinvenimento 2016, si sono rivelati di grande interesse in quanto non solo hanno permesso di dare un riscontro materiale alle fonti documentarie sino ad ora recuperate, ma hanno anche portato alla luce una serie di realtà storiche non testimoniate dalle fonti scritte, tra cui una fase (di età) romana che nel corso delle indagini ha assunto una rilevanza sempre maggiore. Di tale fase sono stati individuati diversi elementi murari sparsi a macchia di leopardo in tutte le aree d’indagine e affiorati soprattutto nei punti dove lo scavo si è abbassato a quote superiori al metro e mezzo. Tali strutture, insieme ai manufatti mobili rinvenuti (reperti ceramici, numismatici, ossei e lapidei), sembrano essere ascrivibili alla fase tardo-imperiale romana (dal IV secolo d.C.).

Nonostante lo scavo, finanziato da Fondazione Cariparo, sia ancora in fase di sviluppo è già possibile avanzare alcune ipotesi relative alla struttura dell’edificio religioso: esso si sviluppa in senso est-ovest e presenta una larghezza (nord-sud) di quasi 18 metri; risulta inoltre dotato di tre absidi (di cui quello centrale di dimensioni leggermente maggiori) e plausibilmente di tre altari (di cui si sono conservati quello centrale e quello meridionale). Lo scavo della porzione di navata settentrionale ha permesso di individuare una chiara suddivisione degli spazi interni dell’edificio: il presbiterio probabilmente rialzato nei pressi dell’area dell’abside; uno spazio intermedio delimitato da un’opera in muratura in cui si può riconoscere il coro; ed infine l’aula, lo spazio dedicato ai fedeli, di cui si conosce solamente una piccola parte.

Relativamente ai paramenti sacri di tale edificio sono stati individuati due dei tre altari, di cui ad oggi è stato possibile scavare solo quello ubicato nel presbiterio della navata meridionale, di forma quadrata. Di questo altare si conserva solamente il supporto interno realizzato con frammenti di laterizio e legato in malta di calce.

Nei lavori nella navata settentrionale sono stati invece individuati due differenti piani pavimentali: uno più antico realizzato con sesquipedali romani posati su di un sottile strato di malta di cocciopesto (posto ad una profondità di 1,8 metri dal piano di campagna) ed uno di età più recente, poggiante su di un ampio livello di rialzamento (circa 1 metro), di cui si conserva solamente una soglia di accesso laterale al coro.

La presenza di due fasi risulta testimoniata anche dallo studio delle stratigrafie murarie delle navate e delle absidi; l’analisi della tipologia di laterizio, della stesura della malta e della messa in opera dei laterizi ha permesso di riconoscere un vero e proprio lavoro di ricostruzione avvenuto in un momento compreso tra X e XI secolo d.C. La motivazione di tale intervento non è ad oggi nota, ma il riscontro di una serie di danneggiamenti strutturali presso l’abside settentrionale (chiari segni di sprofondamento delle pavimentazioni nello stesso coro ed il ritrovamento presso l’area esterna all’abside di grosse fosse inzeppate per l’alloggio di sostruzioni e supporti lignei) permettono di ipotizzare che tali lavori siano stati eseguiti in seguito al crollo, o ad un particolare ammaloramento delle murature della navata.

Oltre all’edificio religioso, i lavori di scavo archeologico hanno interessato anche parte della sua area periferica settentrionale, nella quale è stato individuato uno spazio delimitato a nord da una muratura in laterizio legata in malta di calce, orientata est-ovest, a sud della quale sono state scavate 13 sepolture, tutte orientate in senso Ovest-Est.

Concludendo, basandosi sui dati ancora parziali degli scavi e confidando sulla raccolta di nuove informazioni con la prosecuzione dei lavori, si può sostenere quanto segue: l’area della chiesa di S. Stefano vede una intensa frequentazione già dagli inizi del IV secolo d.C.; tale frequentazione, della quale sono state individuate anche sporadiche tracce strutturali obliterate dalle fasi successive, si sviluppa per diversi secoli sino ad approdare, plausibilmente intorno al IX secolo d.C., alla costruzione di un grande complesso ecclesiastico realizzato con ottimi materiali e di dimensioni ragguardevoli.

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Come citare questo articolo

Raffaele Peretto, Stefano Leati. “Tracce di storia antica a Melara”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/tracce-di-storia-antica-a-melara/

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