Il Polesine, con i suoi fiumi e canali, è sempre stato un territorio interessato da interventi di bonifica. Uno dei piani più significativi è stato ideato nei primi anni del ‘600 dal nobile Enzo Bentivoglio su un ampio territorio dell’alto Polesine. Con ricadute interessanti dal punto di vista delle terre bonificate, ma anche con grossi problemi sul piano finanziario che, iniziati fin dall’avvio dell’intervento di bonifica, sono poi sfociati nel “Condominio Bentivoglio” (anno 1774), protraendosi nei secoli successivi fino allo scioglimento avvenuto nel 1989.
Il sodalizio fondiario denominato Condominio Bentivoglio, nei due secoli di esistenza ha visto avvicendarsi sui suoi 1522 ettari di terre novali (cioè di nuova bonifica), moltissime famiglie di coloni, fittavoli, braccianti, bovai, amministratori, sorveglianti, ecc. Ha avuto perciò un impatto socioeconomico importante nella storia dell’Alto Polesine, in particolare per i comuni di Castelnovo Bariano, Castelmassa, Ceneselli, Trecenta e Fiesso (frazione di Ospedaletto), dov’erano ubicate la gran parte delle proprietà. Tuttavia, si conosce poco delle complesse vicende che hanno portato alla sua costituzione e ancor meno di quelle che hanno determinato il suo scioglimento, sebbene quest’ultimo sia avvenuto in anni recenti. Si cercherà di descriverle entrambe, pur nella sintesi che una rivista a carattere divulgativo come il Ventaglio richiede.
Il Monte Bentivoglio
Tutto incomincia nel 1610, quando il marchese Enzo Bentivoglio dà inizio alla bonifica delle valli comprese tra l’Argine dell’Arella e l’Argine del Sabato, suddivise dall’Argine della Sposa in Bonificazione di Sopra (o di Zelo) e Bonificazione di Sotto (o di Stienta), all’epoca territorio dello Stato Pontificio denominato Transpadana Ferrarese.
Per finanziare i lavori egli ottiene denaro a prestito dal Monte Sisto di Roma, al tasso annuo del 6% in più erogazioni, l’ultima delle quali nel 1625, per un ammontare complessivo di 348000 Scudi romani, che corrispondono a circa 35 milioni di Euro di solo capitale, cui vanno sommati gli interessi.
Tipica istituzione finanziaria dello Stato della Chiesa, il Monte era una specie di fondo comune finalizzato a finanziare un’opera (nel caso del Sisto edifici e monumenti di Roma), mediante la vendita di obbligazioni, dette luoghi Monte, ciascuna del valore di 100 Scudi romani; gli acquirenti, detti montisti, in cambio ottenevano un interesse annuo prefissato (tra il 4% e il 10%) e la garanzia del capitale con l’ipoteca sull’opera finanziata.
Il tutto avveniva con l’approvazione della Camera Apostolica, il massimo organo finanziario dello Stato Pontificio, per cui, in caso di lite, il foro competente non era il tribunale ordinario, ma quello ecclesiastico, cioè la Sacra Rota di Roma. I luoghi di Monte potevano essere trasmissibili agli eredi o negoziabili (detti “non vacabili”), per cui nel corso degli anni poteva variare più volte la loro titolarità.
Il marchese Enzo Bentivoglio contava di poter saldare il debito coi montisti mediante la vendita di parte delle terre bonificate, operazione che era riuscita con profitto a suo padre Cornelio nella bonifica delle valli del Crostolo e dell’Enza nel feudo di Gualtieri. Ma qui i fiumi avevano ben altra portata e pericolosità, per cui alcune disastrose alluvioni del Tartaro e del Castagnaro avvenute a bonifica appena conclusa, avevano costretto il marchese Enzo a rifare le opere e a ripetere le spese.
Il risultato fu che a distanza di 25 anni egli aveva potuto tacitare a malapena gli interessi, mentre l’enorme debito in capitale rimaneva insoluto. Si rivolse perciò direttamente a papa Urbano VIII, chiedendo condizioni meno onerose e questi cercherà di aiutarlo, finanziando il debito con un nuovo monte, specifico per la bonifica Bentivoglio, che da essa prenderà il nome di Monte Bentivoglio (1639).
Gli interessi erano stati ridotti al 4,5% ma i montisti pretesero la garanzia ipotecaria sulle terre bonificate e la rinuncia da parte del marchese Enzo al fidecommesso di famiglia, la clausola “salvanobili” che avrebbe permesso ai suoi eredi di conservare i beni del casato senza saldare i creditori.
Ma anche questa condizione un poco più vantaggiosa, si rivelerà ininfluente sulla solvibilità di Casa Bentivoglio, ormai incapace di restituire il prestito. I montisti pazientarono ancora qualche tempo, proponendo un pagamento rateale, ma anche questi tentativi di concordato risultarono vani, per cui furono costretti a rivolgersi al Tribunale Ecclesiastico chiedendo di divenire proprietari dell’opera finanziata.
Si trattava di una richiesta legittima, prevista dalle clausole contrattuali e invece sarà l’inizio di un processo che si trascinerà per oltre un secolo. I Bentivoglio infatti, grazie ai cardinali del loro casato Guido e Cornelio, potevano contare su molte amicizie presso la Curia Romana per cui, anche se privati formalmente della proprietà, fu consentito loro di mantenerne il possesso in “salviano” una specie di amministrazione fiduciaria, motivata dalla loro grande esperienza come bonificatori.
Tuttavia, l’azione dei montisti per ottenere la piena proprietà continuava anche su altri fronti giudiziari, col solo risultato che le spese legali divennero insostenibili per entrambe le parti. Questo le indusse a negoziare una pace onorevole: al marchese Carlo Guido Bentivoglio, pronipote di Enzo, sarebbero rimasti la tenuta di Giacciano e lo storico palazzo di Ferrara, mentre i creditori montisti divenivano liberi e pieni proprietari delle terre bonificate rimaste invendute, con le sovrastanti strutture edilizie (aprile 1766).
Formazione del Condominio Bentivoglio
A quel punto, ai montisti si poneva il problema di come gestire il patrimonio fondiario, ma non avendo esperienza agronomica, né bonificatoria, inoltre, risiedendo molto lontano (in gran parte a Roma e dintorni), fu presa la decisione di venderlo in blocco per ripartirne il ricavato sulla base dei luoghi di monte posseduti.
Fattane la stima di mercato, il valore dei beni fu stabilito in 600 mila Scudi romani e nel gennaio 1774 s’indisse l’asta per la vendita all’incanto. Ma l’importo di base era notevole, fuori dalle possibilità anche dei più danarosi acquirenti veneziani, per cui la gara andò deserta. Per forza di cose, i montisti furono costretti a trasformare la natura del Monte Bentivoglio da sodalizio finanziario a sodalizio fondiario e i luoghi di Monte da titoli di credito a quote di terreno: nasceva in tal modo il Condominio Bentivoglio, il cui scopo sociale era la conduzione in comune del patrimonio terriero ex Bentivoglio e la ripartizione degli utili ai soci ex montisti in proporzione alle quote possedute.
L’atto costitutivo venne rogato in Ferrara dal notaio Pietro Maria Mecenate il 16 luglio 1774. La sede legale veniva stabilita in Roma, via Brofferio (poco distante dal Vaticano), quella amministrativa a Castelmassa, in Piazza Maggiore (attuale Piazza della Libertà), nell’edificio denominato Casa dei Montisti, una modesta struttura seicentesca, già sede direttiva della Bonificazione di Sopra, che nel 1858 sarà ampliata e trasformata nell’insigne edificio impropriamente denominato Palazzo Bentivoglio.
Il consiglio di amministrazione del Condominio era formato da un presidente e da sei consiglieri, tutti eletti dall’assemblea dei soci e la durata delle cariche era di 3 anni, rinnovabile alla scadenza. Esso si avvaleva dell’opera di un segretario nella sede di Roma e di un amministratore delegato residente nel palazzo di Castelmassa.
La richiesta di scioglimento
Dopo due secoli di fruttuosa gestione, uno dei principali sodali, il Pio Istituto di Santo Spirito e Ospedali Riuniti di Roma, nel settembre 1962 inoltrava al Tribunale di Rovigo istanza per la divisione giudiziale dei beni e la loro assegnazione ai condomini in proporzione alle quote possedute, in pratica, il definitivo scioglimento del Condominio Bentivoglio. Aveva per questo eletto domicilio legale presso lo studio dell’avv. Giannantonio Altieri, in via Celio a Rovigo.
Al momento della richiesta era presidente del Condominio il duca Rodolfo Varano e i beni erano suddivisi in 3.085 quote, intestate a 146 condomini (enti religiosi, privati cittadini, confraternite, ecc.), 24 dei quali da molti anni non davano più segno di vita (per estinzione o emigrazione).
Il Pio Istituto di Santo Spirito era titolare di 156 quote, pari a circa Ha 78 di superficie indivisa. Cosa lo spinse a chiedere lo scioglimento dello storico sodalizio? Fra le motivazioni addotte nell’istanza giudiziaria, una in particolare risulta determinante: “L’attuale struttura del plurisecolare Condominio Bentivoglio non è la più idonea per uniformare la gestione alle nuove esigenze … in quanto che molti condomini che vivono col solo reddito delle loro quote non intendono autorizzare i miglioramenti agrari e fondiari (cioè strade, condutture, impianti elettrici, nuove stalle, ecc.), pur necessari per aumentare la produttività ed evitare che i coltivatori abbandonino le terre condominiali …”. L’adeguamento alle nuove norme igienico-sanitarie imponeva, infatti, ai proprietari d’immobili di dotare le abitazioni rurali di servizi igienici, di allacciamento alla rete idrica potabile, di impianti elettrici a norma e le stalle di concimaie con vasche di contenimento, insomma, una serie di interventi straordinari che avrebbero non solo azzerato gli utili del Condominio, ma provocato anche un disavanzo di bilancio che i sodali non erano disposti (o impossibilitati), a ripianare col proprio denaro.
Di fronte a questa situazione il Pio Istituto di Santo Spirito prese la grave decisione che era meglio per tutti concludere l’esperienza condominiale. Che sarebbe potuta avvenire anche in via amichevole, cioè extragiudiziaria, se fosse stato possibile ottenere il consenso di tutti i partecipanti al sodalizio, come prevede il Codice Civile (art. 1108) per i casi di alienazione o di costituzione di diritti reali sugli immobili in comune. Ma l’unanimità dei consensi era impossibile, data l’irreperibilità di 24 titolari di quote e la posizione contraria espressa dall’Università degli Studi La Sapienza di Roma, divenuta proprietaria di ben 309 quote, grazie alle donazioni di donna Beatrice Cenci Bolognetti e di donna Eleonora Lorillard Spencer Cenci.
Per questi motivi il Pio Istituto di Santo Spirito fu costretto ad agire per via giudiziaria, chiedendo al Tribunale di Rovigo “che a ciascun comproprietario venga assegnata in reale e libera disponibilità … quella parte di terreni e fabbricati che gli spetta in proporzione alle quote di cui è titolare e condanni al pagamento delle spese ed onorari di giudizio quanti alla richiesta divisione dovessero comunque opporsi”.
L’iter processuale
La prima udienza per la comparizione delle parti fu fissata all’anno successivo (ottobre 1963) e subito evidenziò un primo ostacolo procedurale: la mancata notifica dell’atto di citazione a molti titolari di quote. Come fare se non erano reperibili? Il problema venne risolto dal presidente del Tribunale di Rovigo nel dicembre 1964 mediante l’applicazione dell’art. 150 c.p.c. che prevede la notifica degli atti giudiziari anche per pubblici proclami, cioè mediante la loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e sugli annunci giudiziari dei giornali ove si presume risiedano gli irreperibili. Alla scadenza dei termini, tra irreperibili e indisponibili a costituirsi in giudizio, risultarono contumaci ben 129 possessori di quote, il che semplificherà di molto le parti in causa.
La tappa successiva fu la nomina dei consulenti tecnici per la redazione del progetto divisionale; l’incarico venne affidato nel 1965 ai geometri Turchetti e Nadalini, professionisti di riconosciuta capacità, ma totalmente estranei alla complessa situazione patrimoniale del Condominio. Trascorrono ben 6 anni senza che i due periti riescano a produrre alcunché di accettabile da parte del Tribunale, per cui il Giudice istruttore nel maggio 1971 nominava un terzo consulente nella persona del geometra Oscar Franchi, amministratore del Condominio presso la sede di Castelmassa. Egli era l’unico che conosceva a mente l’ubicazione dei fondi, la loro consistenza e valore di mercato, nonché la situazione giuridica dei fittavoli insediati. Un anno dopo Turchetti e Nadalini, riconosciuta la propria incompetenza sul caso, rinunciavano spontaneamente all’incarico, per cui rimaneva consulente tecnico del Tribunale il solo geometra Franchi, che si assumeva l’incarico di sbrogliare l’intricata matassa condominiale.
Intanto erano già trascorsi dieci anni dalla domanda di scioglimento, durante i quali il Condominio, era stato costretto ad eseguire le migliorie di legge sui fabbricati in proprietà, accumulando un disavanzo di oltre 650 milioni di Lire, che si rendeva necessario ripianare con urgenza, per evitare che gli interessi passivi peggiorassero la situazione. A questo punto anche l’Università degli Studi di Roma non si oppose più alla divisione e l’assemblea dei condomini deliberò all’unanimità di chiedere al tribunale di Rovigo di autorizzare la vendita di alcuni fondi condominiali, sia per estinguere le passività di bilancio, che per soddisfare con denaro i diritti dei piccoli quotisti, per i quali non era conveniente l’assegnazione di micro-parcelle fondiarie. La proposta venne accolta e il Tribunale incaricava il consulente tecnico/amministratore del Condominio Oscar Franchi, d’individuare i fondi da porre in vendita e di formarne la perizia estimativa.
Egli propose la cessione dei poderi denominati Mazzucca, Carpana, Baldrà e Conca Bassa, tutti in comune di Fiesso Umbertiano, in quanto in parte liberi da fittavoli, in parte affittati con contratti a breve scadenza.
Mentre erano in corso le autorizzazioni a questa vendita, avveniva un vero e proprio colpo di scena: il Pio Istituto di Santo Spirito e Ospedali Riuniti di Roma, attore della causa di scioglimento, veniva a sua volta sciolto dalla legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (legge n. 833 del 23 dic. 1978). I crediti del cessato (come persona giuridica) ente, in attesa di essere assegnati alle Unità Sanitarie Locali, venivano provvisoriamente attribuiti ai comuni dove si trovavano i beni condominiali, che subentravano in giudizio in sua vece col patrocinio dello studio legale Monaldi di Ferrara.
Superato anche questo intoppo, fu possibile espletare la vendita di cui sopra, che per i poderi Baldrà e Conca Bassa venne fatta con asta del 20 settembre 1979, fruttando il ricavato di 495 milioni di Lire, superiore di 40 milioni al prezzo base. La vendita dei rimanenti due poderi avvenne qualche anno dopo e con il ricavato di entrambe si poté ripianare l’intero debito e accantonare una riserva in titoli di Stato, nell’attesa di liquidare i “piccoli quotisti”.
Nel frattempo, il geometra Franchi aveva lavorato alacremente alla stesura del progetto divisionale, un voluminoso fascicolo di svariate centinaia di pagine, che depositerà in Tribunale nel novembre 1980 per essere sottoposto alle osservazioni delle parti. Che non mossero rilievo alcuno – merito alla competenza del perito – per cui, trascorsi i termini per i ricorsi, venne approvato tal quale dal Giudice Istruttore.
Il Franchi aveva stimato in 32 miliardi di Lire il valore totale dei beni condominiali, che ripartiti per le 3085 quote, davano un valore di circa 10 milioni e mezzo per quota. Aveva poi suddiviso gli immobili in 46 lotti di valore proporzionale alle quote possedute, da assegnarsi alle 49 ditte di “grandi quotisti” (tre delle quali avevano chiesto e ottenuto un’assegnazione congiunta). Le 97 ditte di “piccoli quotisti” titolari di 297 quote (pari al 9,6% del totale), saranno tacitate con la riserva di contante ottenuta dalla predetta vendita.
Era tutto finito? Non ancora, perché il Giudice chiese al consulente Franchi di provare la titolarità delle quote; e solo dopo questo accertamento autorizzava la registrazione dei tipi di frazionamento e le volturazioni catastali (novembre 1988).
L’anno seguente il Giudice, constatato l’esatto compimento di tutte le operazioni tecniche, decretava la trascrizione dei beni nei registri di pubblicità immobiliare a nome dei nuovi proprietari, inoltre l’estinzione della causa e con essa la fine del Condominio Bentivoglio (giugno 1989).
A quel punto gli ex condomini divenivano a tutti gli effetti proprietari dei beni del disciolto ente, ma lo saranno per poco, perché quasi tutti preferiranno disfarsi di questa proprietà lontana, cedendola al prezzo di stima (risalente a 10 anni prima), a una società di speculatori fondiari attraverso la quale transiterà a coltivatori del luogo a prezzi aggiornati, lucrandone la differenza.
In quanto ai 78 ettari che sarebbero spettati al Pio Istituto promotore della causa, saranno invece assegnati all’Usl 18 di Rovigo (fondo Dosso Ramina in Ceneselli), che li metterà in vendita nel 2007 (saranno acquistati dallo scrivente) e sarà l’ultimo atto di una vicenda iniziata quattro secoli prima con la meritoria, ma sfortunata, impresa dei marchesi Bentivoglio.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “La bonificazione Bentivoglio”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-bonificazione-bentivoglio/