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UN RICORDO

Un mito chiamato Marinin

Un ricordo di Marino Boscolo, guida turistica sui generis del Delta

di Enrico Garbin

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 80–84

Il Delta del Po è soggetto a profonde trasformazioni paesaggistiche dovute a fattori naturali ed all'intervento dell'uomo.

È in questo modo naturale delle cose, del Po che forma e plasma la regione e la stessa esistenza degli uomini, che dobbiamo inquadrare la vita e la scomparsa di uno degli ultimi cantori del Po e del Delta: Marino "Marinin" Boscolo.

Per capire come un uomo possa essere assimilato al fiume, di cui ha descritto le meraviglie ed a cui deve parte della sua notorietà, tenteremo di ripercorrerne l'esistenza, di capire le intuizioni e le qualità che lo fecero assurgere a "mito".

Nato a Gorino Ferrarese nel 1917 da genitori braccianti-pescatori, Marino Boscolo trascorre l'infanzia in un villaggio ai margini di una pineta che sorgeva al posto di quella che oggi è la Sacca del Canarin, famosa per la raccolta delle vongole. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trova imbarcato come marinaio ed ha modo di conoscere l'Europa lavorando anche, in un secondo momento, per l'ambasciata italiana in Spagna.

Nel dopoguerra, smagrito e debilitato nel fisico – da qui il diminutivo affettuoso di "Marinin" – riprende la sua attività di pescatore trasferendosi con la moglie in un "casone" sul Po di Scirocco dove nascono i figli.

Il fenomeno del bradisismo, ed il conseguente esodo, lo costringono a trasferirsi. Trova abitazione in un ex casa padronale nei pressi della risaia Girotti: occupa il primo piano perché il pianterreno è sott'acqua. Per salire in casa c'è un pontile, così che essa è quasi una barca perennemente ancorata. La pesca costituisce l'attività principale di Marinin che, da solo o con altri pescatori, giorno dopo giorno, per anni sfida le acque del fiume o del mare.

Una consistente risorsa era costituita dalla pesca (ferma) delle anguille, quasi una "malattia" per i vecchi pescatori, ma anche attività che poteva salvare l'intero anno. In autunno, i pescatori venivano presi da una autentica frenesia: sentivano il … richiamo del pesce e si riunivano in "compagnie" di 20-30 persone per massimizzare il pescato. Una tecnica in cui Marinin eccelleva era quella per la pesca delle carpe (rinati): ora, tutti sfruttavano il gioco dell'innalzarsi ed abbassarsi delle acque nelle aree golenali, quando ancora esistevano, che portavano il pesce all'interno con l'acqua alta ma, non appena le acque si ritiravano, le reti che i pescatori avevano steso si riempivano di pesce.

Marinin riusciva addirittura a prevedere la quantità di pesce che avrebbe raccolto ancor prima di calare le reti: per far questo gli bastava osservare il colore ed il movimento dell'acqua. Raramente sbagliava. La pesca portava a muoversi in lungo ed in largo per quelli che, soprattutto allora, erano specchi silenziosi di laguna, di fiume. Solo il canto era il compagno di questi vecchi pescatori: la moglie di Marinin iniziava a preparargli il pasto non appena udiva in lontananza l'echeggiare delle sue strofe così che, al suo arrivo, tutto era pronto.

L'alluvione del 1966 segna una svolta per la sua professione ed il suo modo di essere: trasferitosi a Pila nel villaggio pescatori vede, nei primi turisti che cominciano ad arrivare, persone interessate al suo sapere, a quell'ambiente che l'aveva modellato e che lui amava. È in questo momento che, pioniere nel campo degli operatori turistici, associa all'attività di pescatore quella di trasmettitore di sensazioni; i guadagni sono magri, per seguire un'attività trascura l'altra, ma ha trovato la sua strada. In tutto ciò bisogna considerare il ruolo che l'evoluzione della pesca, il peso dell'età hanno avuto in questo cambio di professione, senza però credere che si sia verificata una rottura. Non si trattò di un evento traumatico ma di una naturale evoluzione: era un modo per continuare a far vivere l'attività di pescatore tradizionale, se non nella pratica e nella vita reale, almeno nella memoria di chi, per età o luogo di provenienza, non aveva vissuto o visto le tecniche e i luoghi della sua esperienza.

Nasce così il personaggio, l'emblema stesso del Delta, colui che esce dal mondo in cui vive senza bisogno di spostarsi: ha un fascino particolare con quel fisico gracile ma scattante, guizzante, gli occhi vispi ed attenti, la vitalità e dinamicità, il carattere cordiale.

In breve tempo Marinin diventa l'icona vivente del Delta, meritandosi una serie di servizi giornalistici e fotografici oltre a riconoscimenti che superano i confini nazionali. Il punto di forza dell'itinerario proposto ai turisti è Scano Boa, l'isola in cui era vissuto, quella stessa isola che Gian Antonio Cibotto aveva scelto nel 1961 per ambientarvi il suo famoso racconto, filmato poi da Dall'Ara e recentemente da Marinelli. Marinin rilancia il nome ed il fascino di questo ed altri luoghi cercando di trasmettere ai visitatori sensazioni di cui lui solo era capace. La fama di questa originale guida del Delta si spande. È un fatto che i suoi turisti non erano influenzati da martellanti campagne pubblicitarie ma, tra di loro, c'era quasi solo un passaparola: il Delta, lo volevano vedere ed ascoltare dalla sua voce.

Per i figli, adesso, il problema non è tanto se continuare o meno questo lavoro che il loro padre ha seguito, con amore e dedizione, fino a qualche giorno prima della scomparsa; la vera difficoltà, sarà l'impossibilità di sostituire umanamente Marinin. Il suo era un modo unico di comunicare con le persone; era capace di far vedere con altri occhi quell'ambiente che lui, nella sua esperienza, viveva visceralmente, e tutto ciò avveniva senza bisogno di tante parole o spiegazioni. Il suo carattere affabile e semplice, lo portava a non fare discriminazioni tra gruppi numerosi od esigui, tra adulti e giovani: con tutti riusciva ad andare oltre il semplice rapporto guida-turista facendo di tutto per accontentare ognuno.

Certo, come solo i più anziani riescono a fare, il racconto che proponeva non rispecchiava piattamente la realtà: c'era in lui il gusto di dipingere, di volare più in alto e, garantito, affascinati dall'oratoria si era portati a credergli.

Una caratteristica di Marinin era la puntigliosità: una volta accompagnò di buon ora alcuni pescatori nella laguna del Burcio con l'accordo di tornare a prenderli nel tardo pomeriggio. Dopo cena, facendo con la moglie i conti dell'incasso della giornata, si accorse che qualcosa non tornava. Ricostruiti gli spostamenti ed identificate le persone accompagnate, si rese conto che quel gruppo di pescatori, non ancora tornato, non poteva averlo pagato! E così, a notte fonda, avvenne il recupero.

Ora che Marinin è scomparso, i figli, al di là della storia e degli episodi che si potrebbero raccontare per caratterizzare il personaggio, preferiscono conservare il ricordo di quest'uomo che, sulla sua barca in mezzo alla laguna, voga in silenzio ed assapora con lo sguardo i cieli e le acque del Delta; un ambiente che tanto ha amato e di cui egli stesso faceva parte, mentre gli unici suoni sono quelli degli "sguà", le nitticore, e dell'onda che si infrange sulla barca mossa dalla vogata.

Quel che è certo è che mentre giorni, settimane e mesi ci allontanano progressivamente dal momento in cui Marinin ci ha lasciati, sempre più ci accorgiamo che abbiamo perduto l'ultimo vero personaggio del Delta; tutto ciò è nella natura del Po che, dopo aver fatto emergere una rigogliosa lingua di sabbia, se la riprende: ciao Marinin.

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Come citare questo articolo

Enrico Garbin. “Un mito chiamato Marinin”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-mito-chiamato-marinin/

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