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STORIA - TRADIZIONI

Una notte con la tradizione

Allegria (e anche un po’ di mestizia) attorno ad un desco imbandito: xe l’ora del pisto

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 76–79

Sotto le feste del passato Natale, incontro al mercato di Badia alcuni stretti parenti, i quali hanno l'amena capacità di resuscitare lontani beati ricordi, quando piccini capitavano col loro babbo a casa mia sopra il calesse con tanto "de robalta" (cappotta), cui stava aggiogata la "Lola" una quieta mora puledra.

Recavano prodotti della loro cascina: un cappone, quattro salami appena estratti dal loro letto di grasso entro capaci pentoloni di terracotta, un cestino di radicchi novelli, primizie e frutta rara. Non ricordo di aver mai veduto oggetti preziosi, avrebbero dato la sgradevole sensazione di corpi estranei, roba di valore senza dubbio, ma non fiorita dal cuore.

Sta proprio qui la sostanziale differenza col concetto moderno di dono, il consumismo, mala bestia, ha stravolto regole comportamentali millenarie, il regalo ha superato il significato annesso, si vuole e si deve stupire in una stupida gara al rialzo, allo sperpero dove il sentimento soccombe.

Questi miei parenti dicevo, mi sbattono sul muso un invito irrifiutabile: "A te spetemo stasera, … ghe xe el pisto da tastare!".

"Pisto", che parola magica, la chiave di un rebus che svela tutto; significa infatti che è stato scannato il maiale e, con le sue carni migliori tritate e appallottolate, si è proceduto alla cottura sulle braci, con l'ausilio della carta stagnola, lasciando raffreddare quel ben di Dio lentissimamente sotto la cenere.

Una specialità antica, una squisitezza senza confronti, un prodotto tradizionale che coniuga passato e presente, capace col suo impareggiabile profumino di creare una comunione di gusti con gli avi, il cui spirito pare aleggiare dalle pietre della centenaria dimora.

All'ora di cena varco il monumentale portone ferreo, per venire immediatamente investito da un odore dolciastro che si spande dal cortile fin sotto le "barchesse". È l'odore inconfondibile dell'animale macellato e dei visceri lavati e preparati per insaccare la carne tritata e condita.

"Son qua come el torototela, … son qua col torototà, ma perché l'amicizia se mantegna, 'na sporta ca vaga e 'naltra ca vegna" mi presento in tale maniera e, così dicendo, estraggo da un cesto di vimini, che io ricordo di aver veduto girate per casa fin dalla nascita, un ciuffo di funghi nostrani, cipollotti dell'orto, nocciole, nespole. Mentre compio quei gesti con misura e teatralità nostrana, si scioglie il naturale riserbo iniziale e l'onda della gestualità e dei sentimenti sinceri tracima, evolvendosi in un groviglio di mani strette ed abbracci fraterni, mentre i due figliuoli più grandi ci osservano distrattamente e probabilmente ci compatiscono.

Entrando nell'ampia fumosa cucina, lasciata nel suo antico stato per servizi del genere, ammiro una fila di braciole già salate, vari mucchietti di carne dal diverso colore da trasformare in salami da brodo, da taglio, da brace ecc., gli immancabili zamponi, le pancette cucite con "la pariana", (una parte piccola del peritoneo dell'animale) e infine, per celia e per rispetto di una tradizione religioso-famigliare) "La coa par el gato, le recie par el vecio brontolon, el salado longo par el prete e quelo pi curto par el campanaro, le onge par i disonesti e el grugno par la mare madona (suocera)".

Le "parone" de casa apparecchiano la mensa, ma ecco entrare, solenni e compunti, i loro uomini sorreggendo uno davanti l'altro sulle spalle "na mezena" (metà dell'animale macellato) e attaccando in quel mentre un canto della tradizione:

"Portantini che portan
quel morto…
ve ne prego
de volerve fermar…".

Alla spontanea immediata risata, segue un momento mesto, ricordando che il canto rievoca la tristissima vicenda di un soldato delle nostre parti, chiamato alla Grande Guerra e tornato dalla prigionia al suo paese, nel crudele momento in cui si celebrava il funerale della sua innamorata morta di crepacuore, non avendo mai potuto ricevere sue notizie. Il soldato espresse una richiesta che fu subito esaudita da quei portantini (allora i funerali si svolgevano con la partecipazione totale di tutto un paese, la fretta sarebbe stata un insulto ai vivi e al morto). Posato a terra "el cadileto" (barella per trasporto funebre con quattro piedi) fu scostato il velo che ricopriva il volto cereo di quella giovane. Struggente la reazione del reduce:

"Se da vivo no la gò mai basada…
almanco da morta la vojo basar…"

La commozione ci prende tutti. Il più anziano dei cugini anche lui emozionato dalla rievocazione (questi fatti un tempo appartenevano al sentimento collettivo, né più né meno fossero stati fatti personali) non sa trattenersi: "Varda che afari, …i se tolea morire par amore, …e senza gnanca averse dà mai on baso, …se la capitese al dì de oncò, me digo che i dovaria cusinarse in gradela come el pisto de sto porzelo, parché altro che basi… ma parlemo pian, se no i fioi, ca xe de là in tinelo imagà davanti la television, i ne sente, e alora i xe boni da dire ca semo restà più indrio de la coa del porzelo".

"Ma adesso basta co’ la malinconia… a ghe xe el pisto da tastare".

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Una notte con la tradizione”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-notte-con-la-tradizione/

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