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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Seguendo la via dell’ambra

Adria, suggestivo centro nella terra dei grandi fiumi

di Giuseppe Marangoni

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 12–16

Sulla spiaggia di Rosolina, sui campi da tennis e di golf di Albarella, sulle strade immerse in sterminate plaghe bonificate, in mezzo al dedalo dei canneti, sugli scanni solitari del delta, avevo trovato la natura, la distensione. Esperienze a lungo attese, sognate forse. L'appagamento fisico che scaturisce da un contatto diretto e partecipativo con l'ambiente avevano ricreato anche lo spirito.

Ma nel bel mezzo della vacanza il mio istinto cittadino riemergeva, prima timidamente, ma via via con sempre maggiore prepotenza.

Fame di città, di rapporti, di orizzonti corti, di comodità, di luci artificiali, di gusti normali. Forse, ma più probabilmente, era la necessità di un intermezzo. Come quando stai mangiando qualcosa di molto saporito e inframmezzi ogni tanto pane per ripetere l'impatto col gusto. Voglia di città, insomma.

Il Delta ti dà molte sensazioni, ma non una città. Vagare nei paesi del delta non è come passeggiare in un centro storico. Ed è questo che volevo.

Adria, la città alle porte del Delta, poteva essere la mèta. Questo nome mitico, evocante civiltà antiche propiziate dal grande fiume, su cui si affacciava fiorente già sette secoli prima di Cristo, suscitava una legittima curiosità.

Ma per andarci mi scocciava prendere un autobus o l'auto, percorrere strade asfaltate, con segnali e divieti. Avrei voluto assecondare la fantasia, ripercorrere modi antichi di viaggiare, attraversare quei “sette mari” che avevo visto segnati tra la foce dell'Adige e del Po nelle antiche carte, risalire il fiume all'interno fino al porto sicuro di Adria.

La via dei Greci, degli Etruschi, la via dell'ambra, dove sud e nord si scambiavano simboli di civiltà, miti e tradizioni, artigianato e agricoltura. Adria doveva essere il cuore di questo scambio. Solo così si spiega come questa città, e non altre, potesse contrassegnare tutto un mare importante come l'Adriatico, strategico passaggio-incontro sud-nord ed est-ovest.

Mi bastò informarmi nei posti giusti per venire a sapere che forse il mio desiderio poteva avverarsi.

Il mercoledì partiva da Albarella un battello per Adria. Questo fuori programma, a metà settimana, si presentava decisamente invitante, anche per spezzare il ritmo balneare. Fu così che approfittai del servizio.

Carico di aspettative, mi imbarcai sul battello “Delfino”, ancorato nel porto di Albarella, in mezzo ad una selva di yatch di varie dimensioni.

Una volta imboccato il Po di Levante, l'attuale via navigabile, già tra i passeggeri si cominciò ad instaurare una specie di cameratismo. Il mio solito rudimentale tedesco e francese mi dava la possibilità anche di scambiare impressioni sul paesaggio. Al di là degli argini, Porto Levante, paese di pescatori, e poi a destra e a manca grandi estensioni vallive. Sembrava davvero, tra voli di aironi, nidi di folaghe, cortine di tamerici, ruderi di vecchi borghi di decumano acqueo attraversante i sette mari di Plinio.

Senza troppo interferire con la nostra fantasia, una guida ogni tanto interveniva per spiegarci come quello fosse il regno del pesce pregiato: anguille, branzini, orate, cefali. Quei casoni isolati in mezzo alle valli da pesca, con quel caratteristico grande camino bombato, sembravano fatti apposta per evocare scene di vita appartenenti ad un mondo lontano dal quotidiano, sconosciuto e affascinante.

Montagne bianchissime annunciarono una fabbrica per la lavorazione del sale, e poi ecco apparire la Conca di Volta Grimana. Una bettolina, che trasportava un'enorme quantità di idrocarburi, provenienti dal Po di Venezia, era appena uscita dalla Conca, necessaria a superare il dislivello tra i due rami del Po. Ma poi piegammo verso destra, imboccando il Canalbianco, un canale che oggi ripercorre grosso modo il tracciato di un antico ramo del Po, e che ci avrebbe condotto fino ad Adria.

I nostri battellieri, i fratelli Vicentini di Corbola, sono due uomini del Po, con un passato di barcari che hanno percorso tutte le vie navigabili che sfociano nel nord Adriatico. Un passato che emerge dai loro volti e dalle loro storie, ricche di aneddoti che sanno di avventura, ma anche di duro lavoro.

Sbarchiamo all'approdo del Centro Sportivo Vidale di Adria. Riprenderemo il battello per il ritorno nel tardo pomeriggio. La nostra guida ci prospetta un ventaglio di possibilità per la giornata ad Adria: il mercato in piazza, i monumenti e le vie del centro, il Museo Archeologico, le chiese, qualche forma di artigianato. Nel frattempo, io mi ero preoccupato di annotare due o tre ipotesi di ristorantino e – perché no – di bettola tipica dove far sosta durante il giorno di visita ad Adria e fare il pieno di carburante e di folclore locale. Assieme ad una decina di altri passeggeri, con cui avevo fatto amicizia durante il tragitto, siamo riusciti a portarci dietro la guida, un divertente signore di mezza età, di nome Giorgio, molto colto, disponibile e discreto. Sapremo in seguito, che tutte quelle qualità non erano frutto del caso, ma di una professionalità costruita con sapienza sul tronco di una certa predisposizione naturale e culturale. Significativo il nome della cooperativa di cui Giorgio fa parte: Turismo e cultura. Non abbiamo esaurito tutto il ventaglio di proposte: sarebbe stato pazzesco! Abbiamo scelto, cercando distensione, incontro, scoperta.

La passeggiata nel centro ci ha fatto scoprire le abitudini degli abitanti: la visita alla Cattedrale è stata come un viaggio alle origini del cristianesimo in una delle più antiche diocesi. Il Museo, arioso e ben disposto, ci ha fatto apprezzare le antiche civiltà presenti in città. Siamo stati perfino testimoni dei processi di lavorazione della famosa Ciabatta Polesana, ospiti dei Molini Cavallari, con gustoso assaggio di pane fresco e mortadella.

Al reimbarco ci accompagnava la sensazione di una giornata piena e diversa, ma anche l'impressione di un discorso che, lungi all'essere concluso, meritava un adeguato completamento. Il cantiere, il grande caseificio, l'artigianato tipico, il maneggio, gli altri monumenti non visti, qualche polveroso fiore dell'antica biblioteca, qualche altro ristorante, una visita alle mostre e gallerie d'arte: tante altre possibilità che un giorno solo ad Adria non poteva darci, ma che una brava guida ci aveva fatto desiderare.

Un rammarico: l'antichità di Adria espressa solo nel Museo. Se, com'è facilmente immaginabile, il suolo adriese è una miniera di reperti, perché non è possibile visitare l'ombra di uno scavo archeologico?

La mia voglia di città era comunque stata ben soddisfatta. Mentre il battello seguiva lento il corso della corrente, il tramonto annunciava il ritorno agli spazi pieni di luce del Delta. Anch'io come Fetonte, il figlio del Sole, aspettavo di reimmergermi in questo paesaggio.

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Come citare questo articolo

Giuseppe Marangoni. “Seguendo la via dell’ambra”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/seguendo-la-via-dellambra/

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