Quando gli passammo accanto non sapevamo cosa fosse: ci appariva come un ammasso di ruderi, dove si riconoscevano quattro piccole mura ed una finestrella. Tutto intorno ortiche alte e sterpaglia. Nei pressi un sifone irriguo ad uso delle campagne circostanti, che trae acqua dall’Adigetto. Poteva perciò essere un edificio idraulico. Poi, qualcuno ci disse che era un capitello, di quelli che, in tanti, un tempo, adornavano le strade di campagna.
Venimmo a sapere che fino ad una decina di anni fa era ancora utilizzato a maggio, per il fioretto o per una passeggiata serale, e che, ancor più indietro con gli anni, i carabinieri che facevano la ronda di notte a Badia e Lendinara, con la bicicletta, si incontravano accanto ad esso, all’alba, prima di terminare il servizio.
In quel luogo dal nome sinistro (il toponimo “Calà della forca” non è chiaro) un piccolo capitello era dunque stato per molto tempo, testimone silenzioso di storie minime, cadendo poi in stato di abbandono.
Non gli si addiceva quello stato di precarietà, e perciò decidemmo che doveva ritornare ad essere il Capitello di Calà della Forca, come lo ricordavano i vecchi che ci avevano raccontato la sua storia.
Attraverso una sottoscrizione, le famiglie residenti assicurarono l’acquisto del materiale occorrente alla manutenzione ordinaria. Con mattoni, calce, tegole e sabbia, in breve l’operosità e la “pietas” di Bruno ridonarono all’edificio l’antica forma. Completato da muratura, fu evidente però che il capitello era un po’ misero: non vi erano immagini che ne caratterizzassero il significato.
Nel medioevo, quando la comunità tutta partecipava all’edificazione del luogo simbolo per eccellenza, la cattedrale, erano i maestri d’arte e mestieri a tipicizzare l’opera, a darvi la forma caratteristica ed autentica che era infine sinonimo di quel mondo che le stava attorno. Fu così che anche noi, un piccolo gruppo di amici, accomunati dalla passione per l’arte e quella della natura, pensammo che in quel capitello doveva restar traccia dei valori delle maestranze locali.
Avevamo da poco conosciuto l’artista Edoardo Chendi di Rovigo, mosaicista e pittore, formatosi alla scuola di Giorgio Morandi, all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Una vita, come uomo, spesa a tener fede alle proprie idee, e per esse inviato al confine. Come artista, gravitante in quell’universo di pittori che fonda le sue radici nell’impressionismo francese e culmina, attraverso le meditazioni della scuola italiana d’inizio secolo (i gruppi veneti di Ca’ Pesaro e la stagione romana), ad una sorta di neo-realismo crepuscolare.
A Badia, così, si tenne una mostra collettiva, a lui dedicata, ed i presenti, il giorno della vernice, colgono l’impressione di trovarsi di fronte un artista ed un uomo che dalla vita ha tratto molti insegnamenti, ed all’occorrenza li ha saputi generosamente offrire ad altri.
Lo accompagnammo, prima di riportarlo a Rovigo, a vedere il capitello. Sul frontone avevamo già apposto un piccolo bassorilievo in ceramica dipinta: due colombe che si abbeverano ad una fonte, antico simbolo di origine paleo-cristiana. Alla mostra, Edoardo aveva esposto due mosaici: una colombella ed una delicatissima Vergine col Bambino. In questa, con poche tessere ed ancor meno colori, aveva dato vita a dei volti dolcissimi, pieni di tenerezza ed umanità (un suo modo di rappresentare il divino).
Quando il maestro vide il capitello, dovette provare un senso di nostalgia; questi luoghi gli ricordavano qualcuno, un caro amico ed il tempo passato assieme a lui. La memoria andò indietro negli anni e barlumi di immagini passate gli percorsero la mente… Sulla strada del ritorno, dopo un breve silenzio, (è parco nelle parole) ci dice: “il mosaico lo metterete in quella chiesetta”. La sua volontà è stata rispettata ed ora quell’immagine è là, e non manca chi si ferma davanti ad essa.
…
Il passare da uno stato di cose ad un altro, implica sempre un’idea dinamica, un’idea di cammino. Un albero che germoglia, un bimbo che diventa uomo, un’automobile che corre, la nube che copre il sole, gente che arriva ed altra che parte.
Per associazione di idee, un segno ne richiama un altro, successivo o antecedente. Su un tavolo di biblioteca, un giorno trovo un giornale dal titolo un po’ insolito, “Polesani nel Mondo”. È un bollettino di collegamento tra quanti, oggi si trovano lontani dalla terra polesana. Lo sfoglio con curiosità; leggo di gente che se ne è andata, tanti anni fa, per lavoro, in terre lontane.
Chi nella vicina Bolzano all’epoca del ventennio, chi nella più lontana Alessandria delle risaie negli anni quaranta, chi ancor più lontano nelle miniere di carbone di Belgio e Inghilterra, chi oltreoceano in Argentina, Australia, Sudafrica o Canada. Su “PNM” compaiono articoli sui problemi legati all’emigrazione, su feste nei circoli dei veneti, su gite. Si coglie ad ogni articolo, un senso di nostalgia, di qualcosa che manca, e che distingue chi ha lasciato la sua terra. Non conoscevo le dimensioni dell’emigrazione nella nostra Regione; i dati presentati dal giornale meravigliano per condizioni storiche particolari, (difficile coesistenza tra economia e politica delle risorse) i veneti che vivono fuori del Veneto sono di più di quelli residenti. Dalle migrazioni verso la “Merica” del secolo scorso, a quelle dell’alluvione che colpì il Polesine nel novembre del 1951 (e che dimezzò la popolazione deltizia) i corregionali all’estero sono circa otto milioni. La maggior parte di essi offre la propria forza lavoro nei settori dell’agricoltura e del terziario. La povertà, nella maggior parte dei casi, ha spinto a lasciare la propria casa, i proprii affetti, a persone che, se avessero potuto, avrebbero certamente rinunciato a farlo.
Gli emigranti, con la bottiglia di vino, il pane biscottato, e la camicia pulita della festa nella valigia di cartone, ricordano le loro radici, i luoghi natali, le “gazeghe” la mietitura nella “boaria”, la partenza col treno nel mattino nebbioso o con la nave che solca un mare visto prima di allora, solo in cartolina.
Tutti hanno come desiderio, ritornare a casa, da dove partirono, quando la loro età era come “ali di farfalla per salire sulle cime di alberi alti”.
All’Associazione Polesani nel Mondo, con sede in via Fraccon 111 a Rovigo, arrivano da parte di emigrati richieste di dedica per strade o piazze. Abbiamo colto al volo il messaggio: non è molto, di certo; ma d’accordo con altra gente, abbiamo consegnato ad alcuni loro rappresentanti, simbolicamente le chiavi del capitello: il capitello del ritorno.
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Come citare questo articolo
Claudio Vallarini. “Il capitello del ritorno”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-capitello-del-ritorno/