1951-1991: Quarantennale dell'alluvione. È ancora vivamente scolpito il ricordo di quel tragico evento che otto lustri orsono colpì il Polesine, quando le acque del Po ruppero gli argini ad Occhiobello, sommergendo 100 mila ettari di terreno, allagando più di 5 mila case, distruggendo coltivazioni e 40 mila capi di bestiame, provocando la morte di 88 persone.
Per la gente rivierasca furono giorni di trepidazione, di ansia, di paura, di disperazione; ma anche giorni di solidarietà, di coraggio, di voglia di costruire come prima e meglio di prima.
"Quei giorni", sedimentati nella memoria individuale e collettiva, filtrati dal tempo trascorso, rivivono nei ricordi di chi ha vissuto "quei momenti" sull'argine, sul tetto della casa allagata in attesa dei soccorsi, guardando impotente il frutto di anni di fatiche cancellato dall'acqua.
Le pagine di cronaca dei giornali dell'epoca sono ricche di servizi su questo triste avvenimento – e tra le altre vogliamo riproporre di seguito nel reprinting le più drammatiche tratte da "Il Gazzettino" –; sull'argomento sono state impostate perfino tesi di laurea e si stanno intensificando studi di carattere storico.
Oltre ai dati che queste fonti ci mettono a disposizione ritorniamo a quel novembre del '51 attraverso il ricordo di chi è stato "protagonista" di quei giorni e ha raccontato le vicende ai figli, poi ai nipoti che, col registratore acceso, sollecitavano una testimonianza per la ricerca scolastica.
Siamo ad Occhiobello, il paese della "rotta", che prendiamo come simbolo di tutta la gente che ha vissuto e vive sulle sponde del Po, la quale con ansie e gioie quotidianamente convive con il Grande Fiume.
Con le voci di chi ha vissuto direttamente le tragiche giornate dell'alluvione ricostruiamo dunque sequenze del dramma collettivo (¹).
"..La prima settimana di novembre continuava a piovere, il Po continuava a crescere, il mare non riceveva; le cose non stavano mettendosi bene…".
Il giorno 10 veniva organizzato dal Genio Civile il servizio di sorveglianza, poiché il fiume aveva oltrepassato il livello di guardia in tutto il Polesine. Nei giorni successivi aumentava la preoccupazione della gente. "Alla radio si sentiva di inondazioni in Piemonte e in Lombardia…", "ma qua da noi (a Occhiobello) l'argine sembrava tenere e non si vedevano 'fontanazzi'".
Il 13 le acque erano giunte a 3 metri e mezzo sopra il livello di guardia ed avevano invaso la golena di S. Maria Maddalena. Ad Occhiobello si era all'emergenza. La popolazione era sull'argine, si tentava di fare qualcosa. "Col trattore e l'aratro abbiamo dato la laga e abbiamo innalzato l'argine con dei sacchetti di sabbia, anche se di poco…". Un'ulteriore barriera come ultima speranza! La popolazione aveva paura, "perché si aspettava la rotta; non si sapeva dove potesse rompere, ma era una situazione disperata".
Per salvare "qualcosa" la gente del paese aveva portato masserizie e animali sull'argine; le famiglie di campagna avevano sistemato al piano superiore il mobilio, sperando di salvarlo dall'acqua.
Il 14 la situazione si aggravava: il Po continuava a crescere, il mare continuava a non ricevere… "molti venivano sull'argine perché era evidente che sarebbe capitato qualcosa". Nel primo pomeriggio il fiume incominciò a tracimare nelle località Malcantone e Baccanazza.
"Erano circa le due dopo pranzo quando ha cominciato a tracimare e a mangiare l'argine. Così verso le sei e mezza ha rotto al Malcantone e 20 minuti dopo in Baccanazza". "È stato come un tonfo… come cadere una montagna", "…come lo scoppio di una bomba" "…e abbiamo sentito qualcosa di molto doloroso… e abbiamo visto l'acqua che invadeva le campagne, che entrava nelle case".
Il Po usciva impetuoso dalle due rotte. A Malcantone si era fatto una breccia di 312 metri, a Baccanazza di 204! Coloro che non avevano fatto in tempo a rifugiarsi sull'argine rimasero bloccati al piano alto della casa o sul tetto in attesa dei soccorsi. Una trentina di persone, rimaste isolate sul tratto di argine tra le due rotte, vissero una ulteriore notte di panico e di disperazione.
Don Aldo, il parroco di S. Maria Maddalena, nonostante il buio e la fitta nebbia, aveva tentato con un barcaiolo di soccorrere i suoi parrocchiani. Ma il battello, preso nel vortice della breccia, non riusciva ad avanzare e rischiava di affondare, costringendo alla resa il sacerdote. Allora i compaesani cercavano di fare coraggio "a quelli rimasti sull'isolotto". "Anche se c'era buio, freddo e nebbia ci avvicinavamo alle rotte per dar loro la voce e far capire che non erano abbandonati".
L'indomani i mezzi anfibi dei Vigili del Fuoco portarono in salvo quei poveretti. I soccorsi arrivarono subito ("pompieri, carabinieri, polizia, guardia di finanza, esercito, volontari"). Portarono in salvo coloro che erano rimasti circondati dalle acque. Si formò un comitato per la distribuzione del cibo e dei generi di prima necessità che giungevano da tutta Italia. I senza tetto furono evacuati nella vicina Ferrara od in altre località del Veneto.
Calmatasi la furia del fiume, si iniziò a lavorare per chiudere le recce. Molti uomini si misero a disposizione delle imprese.
"Abbiamo caricato dei barconi di massi e li abbiamo fatti affondare nel punto delle rotte; poi con i carrelli scaricavamo altri sassi fino a farli emergere dall'acqua… per chiudere le due falle sono state mobilitate circa 2.500 persone… sono occorsi circa 3 mesi per metterlo in sicurezza e poi circa un anno per l'arginatura".
Ma già dopo sei mesi e mezzo dall'alluvione, nel maggio del '52, il suolo polesano era stato in larga parte prosciugato e cominciava la ricostruzione.
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Come citare questo articolo
Giovanni Danza. “1951: Acque tragiche”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/1951-acque-tragiche/