Il redivivo di Frassinelle
Sono trascorsi cinque giorni dalla tragica notte di Roncalla di Frassinelle, teatro di uno degli episodi più dolorosi di questo immane disastro, e di cui fu protagonista, con altre 65-70 persone, Attilio Baccaglini, il rodigino dato per morto dopo che si era spontaneamente offerto di guidare un camion per correre al salvamento dei profughi della zona allagata.
Abbiamo incontrato Baccaglini ieri, in città, attorniato da amici e conoscenti che gli chiedevano i particolari di quella sua avventura che ha commosso quanti ne avevano avuta notizia, fin dall'inizio. A malapena siamo riusciti a trascinarci via il protagonista della vicenda drammatica, affinché raccontasse di sé e soprattutto degli altri, delle donne e dei bimbi che egli vide sparire tra il turbinio delle acque incalzanti, in quella rotta di dolore e di morte.
Attilio Baccaglini è un veterano di queste vicende. L'anno scorso, esattamente il 15 novembre, mentre con la sua macchina faceva ritorno a Rovigo, proveniente da Adria, veniva investito bruscamente da un pesante automezzo. I soccorritori lo portavano all'ospedale, morente. Fortuna volle anche allora che egli si salvasse e, strana coincidenza, un anno dopo, lo stesso giorno, egli doveva vivere una avventura ben più grave e drammatica, scampando miracolosamente alla morte, dopo essersi prodigato nei soccorsi alla gente che la sorte aveva affidata alla sua responsabilità.
“Dopo che il Po aveva rotto a Occhiobello e già si era avuta notizia della cosa – ci racconta Baccaglini – vennero a cercarmi a casa. Volevano il camion per soccorrere gli alluvionati. Non c'erano autisti disponibili e urgeva far presto, per salvare delle vite in pericolo. Dissi che sarei andato io stesso purché mi affidassero una guida pratica dei luoghi”.
Si offerse per questo incarico il giovane Tramarin che, essendo di Fiesso Umbertiano (la località da raggiungere era nei pressi di questo centro altopolesano), ed avendo la madre in paese che egli intendeva raggiungere, non avrebbe avuto difficoltà a fungere da guida. Sul camion salirono altri soccorritori rodigini, certo Condi Vittorio Padoan, un animoso ventitreenne e il geom. Giorgio Bellini.
Il camion, pilotato dal Baccaglini, lasciò la città intorno alle due e mezza di notte, preferendo la strada per Fiesso e Frassinelle. Press'a poco a quell'ora, il Po, premendo con inusitata violenza sugli argini, stava per infrangere un tratto, il secondo o il 3, ancora non si sapeva bene, a Paviole. Quell'acqua sarebbe giunta impetuosa e devastatrice, di lì a poco, nella zona dove il camion era diretto. Ma Baccaglini e i suoi uomini non potevano saperlo.
Alle quattro circa essi raggiungevano Frassinelle, quindi i dintorni di Pincara dove potevano caricare donne e bambini, qualche vecchio e uomini in nuovo numero, tanti, quanti il camion poteva contenerne. Sessantacinque, e settanta persone in cerca di scampo. Ultimato il carico Baccaglini si rimetteva al volante e, guidato dal Tramarin, riprendeva la strada del ritorno.
Durante il tragitto gli uomini avevano dovuto sostare una trentina di minuti per sgomberare la strada da un ostacolo improvviso, paratosi di fronte. Con buona volontà e lena riuscivano ad eliminarlo in questa tornata di tempo, prezioso per la salvezza di tutti. Si trattava di un carro agricolo carico di foraggio abbandonato in mezzo alla strada. Finalmente il camion poté ripartire, ma non era giunto ancora in località Roncalla che all'improvviso un sordo rumore si fece udire agli uomini. Era l'acqua che stava arrivando con apolicattica potenza dalla parte del Po, dove il fiume aveva rotto a Paviole, riversando un volume gigantesco di flutti melmosi, e tutto rovinando nel suo corso. Una massa d'acqua investì il pesante trasporto che traballò. Poi il motore si tacque e invano il Baccaglini si prodigò nel tentativo di rimetterlo in moto. Il liquido elemento aveva già invaso la cabina, all'altezza delle pedaliere, e il motore era inservibile. Subito fra i sessanta o settanta profughi si sparse il panico, terrorizzati com'erano di finire annegati in tanto mare di melma e di impeto.
Baccaglini fu il solo a mantenersi calmo e padrone dei propri nervi. Dispose affinché i bimbi fossero trasferiti sul tetto della cabina, dal cassone dov'erano, e i grandi restassero lì. Intanto l'acqua saliva brontolando. Occorreva pensare qualcosa. Inutile attendere il soccorso di fuori. Gli uomini del trasporto gridavano più che le donne, in preda al terrore: dicevano al Tramarin il loro grido di disperazione: lo accusavano di averli condotti alla morte per una strada sbagliata. Il poveretto non sapeva che dire sotto l'incalzare dei rimproveri di quelli che, più disperati di lui, istintivamente si sfogavano anziché darsi da fare per salvare il salvabile.
E ad un tratto disse che se a lui si doveva la disgrazia egli avrebbe espiato. Tratta di tasca una sigaretta si mise a fumare con frenesia. Poi, ad un tratto, disse addio, e si tuffò a capofitto nel profondo delle acque. Si videro per qualche tempo due braccia agitarsi e parve come un saluto del poveretto, ai suoi compagni di sventura che di lì a poco l'avrebbero seguito nella stessa sorte.
Baccaglini, il redivivo, racconta ancora. Ci dice della drammaticità dei momenti e del suo coraggioso intervento presso i disperati. Egli si era accorto dei tronchi d'albero dei rottami che rovinavano trascinati dalla corrente, ed ebbe un'idea. Gridò qualcosa a Bellini e quello, subito, liberatosi degli ultimi indumenti, si tuffò, raggiungendo un rottame che galleggiava. Fu visto sparire abbarbicato a quella piccola cosa che doveva essere la sua ancora di salvezza. Dopo molte ore di furiosa lotta con gli elementi scatenati, egli giungeva a Frassinelle affranto ma salvo.
Anche Padoan seguì l'esempio, anche Bellinello (che ha perso la moglie e cinque figli nella tragica notte) ed altri: chi aggrappato a un porcile, chi a una scala a pioli, altri a un pagliaio che la sorte, ora meno maligna, aveva sospinto fino all'autocarro divenuto un isolotto di naufraghi. Baccaglini, prodigandosi in mille maniere, per recuperare i rottami che giungessero a quella volta, riusciva a convincere i più animosi a lasciare il camion, avventurandoli su quei piccoli, improvvisati appoggi, per l'acqua impetuosa, nelle mille correnti, nei mille gorghi, verso l'ignoto. Frattanto il livello della piena era continuato a salire e già aveva invaso il cassone travolgendo il suo carico umano. Una donna e un bimbo erano riusciti a guadagnare un rudere in legno (la poveretta sarà raccolta più tardi col figlioletto morto nelle sue braccia) quando un'ondata più forte spazzò via i derelitti sommergendoli tutti.
Questo quadro rimarrà indelebile nella memoria di Baccaglini, che fu il solo, l'ultimo presente alla scena dolorosa. Non rimaneva altro da fare, tutti erano andati, chi trascinato da un albero, chi aggrappato a una scala, più travolti dall'ultima furia. Egli solo rimaneva, l'ultimo superstite, sul suo camion ormai sommerso, come il capitano della nave ferita che stia per inabissarsi nei flutti. L'acqua gli era giunta alla ascelle quando decise di tentare la sua salvezza. Si liberò dagli indumenti pesanti e, fidando nelle sue qualità di nuotatore, si avventurò nell'acqua della piena. Così rimase a lungo, forse venti, forse trenta ore in acqua, un poco nuotando con bracciate vigorose, un poco riposando aggrappato a qualcosa (i relitti erano l'unico appiglio che si offrisse ai disperati) e sempre trascinato dalla corrente.
Dopo trentun ore di lotta coi flutti egli veniva avvistato nei pressi di Frassinelle e condotto in salvo. Ebbe affettuosa e commossa assistenza dal Sindaco del paese. Più tardi poté raggiungere Rovigo dove raccontava la sua storia. Degli altri nulla ancora si sa. Sei o sette sono stati salvati dopo ore ed ore di tragico vagare. Così Bellini, Padoan, Bellinello potevano essere raccolti. Altri saranno stati soccorsi, così si spera, dai contadini della plaga tutta sommersa. Ma i più sono scomparsi, forse per sempre. Si calcola che non meno di sessanta persone di quel tragico trasporto abbiano trovato la morte nei flutti.
È questo il bilancio più doloroso fino ad ora conosciuto della piena del Po. Un episodio di angoscia e di morte che non ha precedenti e che resterà indelebile nella nostra memoria.
da “Il Gazzettino” – 21 novembre 1951
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Come citare questo articolo
“Attiglio Baccaglini racconta della tremenda sciagura”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/attiglio-baccaglini-racconta-della-tremenda-sciagura/