Due giorni prima dell’equinozio di Primavera venivano eliminati gli scaldaletti
Nei primi anni cinquanta ancora erano visibili sulle case e sulle chiese gli orribili sfregi lasciati dalla guerra e l'economia familiare procedeva sulla falsariga del periodo precedente il conflitto; così dicasi delle abitudini di vita, scosse alquanto in negativo dal vento gelido del sangue e della morte.
Case sbrecciate, imposte malconce, umidità trasudante dai muri contribuivano ad acutizzare la durezza del freddo invernale; ma l'ingegno nostrano sopperiva alle difficoltà senza l'ausilio dell'energia elettrica, del gasolio, del metano ecc. simboli ed elementi essenziali del successivo boom economico.
Che bello per noi “bocieta” essere accompagnati a letto dalla mamma, già mezzi imbambolati dal sonno, ignorando le seduzioni del tubo catodico in bianco e nero. Il soave finale della “fola” narrata dai nonni ci seguiva nelle orecchie fin sotto le lenzuola, mentre la buora, il vento di Nord-Est, sibilava tra i rami dei biancospini, promettendo neve incipiente.
Si attraversava il “portego” (specie di sala d'ingresso) rabbrividendo: la cucina infatti era l'unica stanza riscaldata della casa; si passava nel corridoio schiaffeggiati dagli spifferi e inseguiti da ombre minacciose create dal ballonzolare del lume a petrolio, per giungere, salite le scale di pietra grezza, nelle stanze da letto… vere ghiacciaie.
Ad attenderci, silenzioso ed invitante un singolare cavalletto sotto le coperte “la munega” contenente al suo interno un braciere di metallo col manico “la togara” colmo “de bronze coerte de zenare” (braci sotto cenere).
Nella fantasia infantile ci appariva come un enorme micione, coricatosi per tempo per prepararci il posto caldo, e questo invitante scaldaletto ci accompagnava dalle nebbie novembrine fino alle brinate di marzo, quando il sole regala ogni giorno un raggio in più alla natura.
Non eravamo a conoscenza di S. Giuseppe quale patrono la festa del papà, perché il consumismo era ancora al di là da venire; quel consumismo che non si fa scrupolo di scomodare i santi per mettere in moto la macchina di uno spreco spesso fine a se stesso, cosicché oggi rimane il rito del regalo (obbligatorio) e non se ne conosce più il motivo (storico e morale).
Noi bambini a San Giuseppe mica gli volevamo tanto bene e vi spiego il perché: “San Giuseppe el xe scapà traverso campi con tute le muneghe” così mi affrontò la mamma il mattino del 19 marzo di parecchi anni fa.
Rimasi di stucco: nella mia mente si stampò l'immagine di San Giuseppe – con tanto di bastone ricurvo e vesti lunghe come lo si conosceva dai santini distribuiti dal parroco – che correva a perdifiato sui campi ancora incolti tirandosi dietro le suore dell'asilo “le muneghe” monache per l'appunto.
Pure la nonna, cui ricorsi per una conferma, mi ripeté la medesima versione. Allora quasi balbettando argomentai: “Allora non si andrà più all'asilo vero?”. Ah… che sollievo! L'asilo, che pur avevo frequentato pochissimo, mi aveva lasciato un pessimo ricordo: quel cancello di entrata chiudeva fuori i miei sogni e gli svaghi preferiti; i giochi dell'asilo non bastavano a colmare il mio bisogno di libertà.
“No – disse la mamma – non le muneghe quele con le cotole longhe ca te insegna le orazion, …che le altre muneghe… quele ca se mete soto al leto per scaldarse”.
Dalla padella nella brace. Ma guarda un po' mi dicevo cosa va a combinare San Giuseppe! Arriva di soppiatto la notte della sua festa e si porta via tutte le “muneghe” (scaldaletti) con tanto de “fogare pienede bronze” (braciere) gli serviranno forse per scaldare gli angioletti del Paradiso?”.
Dunque la sera del 19 marzo, anticipando di due giorni l'equinozio di primavera, si andava a letto freschi, tirando una briciola su il nasino e fregando i piedini nelle lenzuola ruvide di canapa. Dopo una preghiera un po' più corta ed un segno di croce a mo' di scacciamosche si partiva per il mondo dei sogni, chiedendosi se anche S. Giuseppe quando faceva il falegname a Nazaret, avesse giocato lo stesso scherzetto al Bambino Gesù.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “San Giuseppe xe scapà con le muneghe”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-giuseppe-xe-scapa-con-le-muneghe/