A primavera avanzata quando le rondini avevano fabbricato i nidi di fango abbarbicati ai cornicioni con la perizia di un capomastro, e le piante ormai esplose in un trionfo di verzura offrivano riparo agli uccelli, e sopra i fiori campestri dai vivaci colori a guisa di tavolozza pittorica danzavano venuste farfalle d’ogni specie, era giunto il tempo della fienagione. Non trovo termini nella nostra pur ricca e musicale lingua per tradurre tutta l’opera relativa al fieno, da tempo immemorabile si è detto: “La prima segà xe quela de San Marco”.
Attorno il 25 Aprile infatti plotoni d’uomini con la falce in spalla, cappellaccio in testa, “maneghe fate su” calcavano i campi seminati a erba medica, volgarmente detta “erba Spagna” per falciarla, essiccarla e stiparla nei fienili.
Quanta fatica! La falciatura dell’erba era (e se qualcuno vuole ancora cimentarsi è) uno dei più pesanti lavori del contadino. Iniziava l’opera il capo-uomini dal lato sinistro del campo, “na bota al fero da segare (falce) con la “cote” per affilarlo. Poi con decisi mezzi giri, leggermente curvo in avanti faceva avanzare la falce a due-tre centimetri dal suolo con arte consumata. Gli steli d’erba cadevano inesorabilmente con un suono evocante sinistre fantasie: “SSeng… sseng… sseng…” dietro il falciatore si apriva nell’erba alta un solco ampio un paio di metri.
Compiuti una ventina di passi, era il turno del secondo falciatore, e poi via via di tutti gli altri, finché la schiera si esauriva lasciandosi alle spalle mezzo campo falciato. Giunto al fondo del campo il primo contadino, dopo essersi asciugato l’abbondante sudore con l’immancabile fazzoletto annodato al collo, ritornava sui suoi passi e ricominciava, là dove l’ultimo aveva terminato.
Partivano il mattino prima dell’alba per sfruttare il fresco e la rugiada, fungente da naturale lubrificante per la falce. Dopo una breve sosta per rifocillarsi con magro companatico – spesso soltanto polenta e cipolla cotta – piantavano per terra un attrezzo di ferro dalla larga capocchia “la pianta” su cui, dopo averla sfilata dal gambo, battevano come fabbri la falce con un martelletto a due punte per ridarle il filo tagliente.
Si continuava l’opera fino alle 2 del mattino e mi sono sempre chiesto da dove i falciatori attingessero tutte le calorie necessarie per un così gravoso sforzo. Il segreto probabilmente stava nel fatto che ignoravano del tutto il valore delle calorie, almeno come noi le intendiamo. Conoscevano invece fin troppo bene la caloria del sole che “S-cioca sulla testa” dopo mezzodì, la caloria indotta da colmi bicchieri di vino e l’altra caloria, quella sprigionata sotto le lenzuola in compagnia de “la femena”.
Al pomeriggio, dopo la terza ora, ritornavano sui campi e con le forche rigiravano l’erba falciata affinché il sole compisse l’opera di essiccazione. Infine verso sera raccoglievano la “spagna” in grossi mucchi per preservarla dall’azione dannosa della guazza notturna, o peggio dal pericolo di un improvviso temporale. Se il tempo aiutava, in due-tre giorni l’erba, divenuta fieno, era bella e pronta per essere raccolta e trasportata nei capaci fienili, diventando preziosa riserva di cibo per bovini ed equini.
Presenti come vestali del raccolto, le donne intervenivano nella fase finale; munite di rastrelli dal lungo manico davano un tocco di gentilezza. Si ripetava dunque nei campi la scena familiare dove tutti recitavano una ben precisa parte vestendo il lavoro di una agreste sacralità.
Cantavano sovente appropriate tiritere:
La Mariana la va in campagna
la volta la spagna, la mucia el fen,
fin ch’el sole tramonterà…
tramonteraaa…”
Gli uomini con le forche infilzavano “le marele de fen” (piccoli mucchi) preparate dalle donne e caricavano i carri. Sopra il carro un vecchio esperto contadino sistemava a dovere il fieno, onde evitare che con i sobbalzi cadesse per via vanificando il lavoro compiuto.
Giunti alla cascina, il fieno nuovamente infilzato con le forche, era issato con forza sul fienile sopra la stalla al riparo dall’umidità, mentre i ragazzi si divertivano un mondo a fare le capriole sopra i carri e i mucchi sparsi per terra.
Un lavoro duro dunque, cui dava conforto la fragranza del fieno nuovo e l’averla fatta in barba al tempo. Un vecchio adagio ammonisce infatti: “Quando ca piove no se seca fen” e il sottinteso va ben oltre il significato letterale.
I proprietari di piccoli appezzamenti, con un paio di vacche per integrare l’economia familiare, non disponendo di carri, ammonticchiavano il fieno in piccoli cumoli, quindi infilavano sotto questi, due pali appuntiti e paralleli “i angoni” fungenti da supporto e manici per una improvvisata barella, poi uno davanti e l’altro dietro portavano verso casa il loro fieno. Nulla andava perduto; la gran quantità di foglioline disperse sotto il fienile “el ferume” nell’atto di scaricare il fieno, una volta spazzata veniva conservata per l’alimentazione dei conigli in gabbia.
Solo agli asini la “spagna” era interdetta, bestie rozze, resistenti, “e po’, i jera mussi”: per essi bastava l’erba dei fossati o dei cigli delle strade polverose.
Nelle grandi tenute, al tramonto avanzavano verso le “boarie”, lenti convogli di buoi o mucche con carri di fieno; ondeggiavano dolcemente, mentre i “paradori” (conduttori) richiamavano le bestie con voce e modi del tutto simili a quelli usati coi cristiani: “Ocio Balarina… pian Contessa… movate Svizzara… brute zaltrone a ve godi oncuò parché a porté a casa el vostro pan… a la vedaremo bela quando ca sirà ora de arare…”
Poi la modernità e la fine di un’epoca di sudore, ma anche di una civiltà e forse lo spegnimento di una fonte di poetici sogni.
Adesso un uomo solo basta e avanza a compiere tutto il lavoro. Ma se per una volta colto da languori prova a spegnere il ruggito dei motori, non sentirà più l’ansante sbuffo dei buoi, né incrocerà l’espressivo sguardo dei loro enormi occhi. Chi gli rammenterà nella solitudine dei campi, la fatica animalesca, l’affezione, il sentimento, la vita?
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “La fienagione”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fienagione/