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STORIA - TRADIZIONI

Ndemo a descariojare

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 65–67

Sull’aia, in allegria, si svolgeva nottetempo il rituale lavoro di liberare le pannocchie di mais dal loro involucro. E la festa era assicurata

Molti luoghi vantano la primogenitura nella coltivazione del mais; non fa eccezione il Polesine tant’è che Villa d’Adige, estremo lembo di terra Rodigina sul confine Veronese, ha dedicato a questo cereale e alla sua bionda farina una festa che si celebra annualmente: “La Sagra della Polenta”.

Pare che proprio in questi luoghi, oggetto di contesa tra Carraresi e Scaligeri, fra Estensi, Gonzaga e Veneziani, iniziasse la messa a coltura di un nuovo tipo di grano venuto dal Mondo Nuovo subito battezzato “fromenton” per le sue dimensioni, ma riconosciuto dai dotti come granturco per via della sua commercializzazione nel bacino mediterraneo da parte delle flotte del Gran Sultano, agli albori del XVI sec.

Da allora e fino agli anni 50/60 in Polesine, terra ideale per il mais, si è sempre seguito il medesimo sistema di coltivazione, con quantitativi modesti, tali comunque da non superare le capacità essicative del “séleze” (aia in mattoni) su cui veniva steso al sole.

Tutto cambiò con l’arrivo del boom economico e con la grande richiesta di mais a scopi industriali. La polenta, tipico e quasi unico prodotto del cereale, simbolo spesso di grande miseria e malattie, divenne uno sfizio; presero il sopravvento i ricavati chimici come l’amido e il glucosio e preparati per l’alimentazione animale.

Un tempo invece, dopo la festa di S. Marco si solcavano i campi con un piccolo aratro “la sbusarola” a traino animale: il cavallo nei fondi consistenti, “el musso” per i piccoli appezzamenti. Tracciato un solco della profondità di 10 cm. si gettava il seme con parsimonia, perché l’esperienza insegnava che la massima resa si aveva con quattro piantine ogni mq. Chiuso poi il solco con la zappa con movenza quasi religiosa, il seme, nascosto fra le zolle umide, sotto l’impulso del calore solare, nella primavera avanzata iniziava il suo ciclo, finché diradato, puntellato con terra smossa, finiva con la fioritura del pennacchio e lo sboccio della pannocchia.

A mezzo del mese di settembre, il raccolto era maturo; iniziava uno dei classici lavori campestri che coinvolgeva la famiglia al completo gravitante sul fondo, i vicini e gli amici, quasi un rito da consumare insieme, una festa dell’abbondanza cui tutti dovevano partecipare.

Era stato così dalla notte dei tempi, dalla scoperta dell’agricoltura; la festa del raccolto animava tutto il villaggio, prosecuzione ed evoluzione dei riti delle primitive tribù, di quando si danzava intorno al fuoco, dopo aver abbattuto molte prede o pescato in abbondanza.

“Ciò i destaca dai Desemati”: destacare significava un complesso di lavori che comprendevano lo stacco a mano delle pannocchie dalla pianta, il loro caricamento sui carri e il trasporto sul “seleze”. Sapendo che si trattava di un’azienda rispettabile e di gente ospitale, la notizia era accolta con gioia: “Ah si… benon; alora stasera ndemo a descarfojare (sfogliare, separare il cartoccio dalla pannocchia) e po’ de sicuro a se balarà…”.

Al calare dell’oscurità, la gente cominciava a riempire la grande corte, dopo rapidi saluti ci si sedeva sulla lunga “mota” (mucchio) di pannocchie e senza fretta sfogliando, si separavano le panocchie (raccolte e ammucchiate sotto ripari di legno) dai cartocci.

I vecchi facevano crocchio raccontandosi del tempo andato, della guerra, dei raccolti; le “femene” vantavano i loro figlioli e intanto sondavano il terreno per piazzare qualche figlia da marito; i giovani approfittavano di quel clima di allentata sorveglianza per biascicarsi qualche galeotta parolina che faceva furiosamente battere il cuore alle “putele” e scatenava le speranze dei giovanotti, i più audaci dei quali cercavano maliziosamente le pannocchie sotto le vesti delle loro belle. Vederle dimenarsi ed abbozzare complici sorrisetti, era il massimo dell’erotismo.

I fanciulli provvedevano a raccogliere i cartocci, ne facevano un mucchio come un pagliaio, poi vi si tuffavano per gioco… e per quella notte l’insonnia era garantita; niente infatti dà più prurito della polverina contenuta in quella specie di capelli che ornano la pannocchia.

La civiltà contadina sapeva utilizzare tutto: il grano veniva trasformato in farina da polenta, i cartocci essicati e stivati servivano per imbottire materassi, per strame alle mucche, …e per carta igienica (poco morbida per la verità); le canne tagliate e legate a mazzi date in pasto ai bovini o utilizzate per costruire rozzi ripari ai polli, i torsoli (“casteloni”) conservati come combustibile per l’inverno.

Finita l’opera, mano alle “spazzaore” (scope da cortile) e quindi un trio improvvisato senza pretese (chitarra, fisarmonica e violino) metteva il brio anche ai morti. Si ballava allegramente fino a mezzanotte; sopra lo sgabello vicino all’uscio di casa il proprietario portava un mastello di vino con la “cazza” (cazzuolo) per servirsi e una terrina di patate americane bollite.

C’era chi ballava con maestria, chi beveva ancor più di gusto, chi apprezzava il piacere dell’allegria altrui, e chi con la complicità delle tenebre sferrava pizzicotti assassini.

Non ricordo di aver mai udito uno strillo, eh… potenza di Cupido. Alla fine stanchi i ballerini, alticci i suonatori, fonda la notte, la compagnia si scioglieva con reciproci ringraziamenti e saluti.

“Grazie paroni… grazie de tuto” al che il vecchio proprietario “el paron grosso” rispondeva: “de cossa… grazie a voaltri alla vostra opara, a me gavi fato tanto piazere… a revedarse naltra volta”.

Ognuno riprendeva a piedi la via di casa, un’occhiata al cielo stellato, allo spicchio di luna, ai “barbastreji” (pipistrelli) che razziavano zanzare nell’aria notturna, poi i bambini, sempre informati, diffondevano la notizia: “Se el tempo xe belo, fra tre di i descarfoja dai Favariti… altra cuccagna”.

I giovani allora si lanciavano un’occhiata fugace, non c’era bisogno di parole: altri balli in programma, altre pannocchie da sottrarre di sotto il sedere, altri pizzicotti…, forse chissà “podéa sbrissiarghe anca on basin”.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Ndemo a descariojare”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/ndemo-a-descariojare/

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