Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Fare San Michele

Un trasloco, spesso forzato, che si ripeteva alla fine dell’annata agraria.

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 62–64

San Michele si festeggia alla fine di Settembre, dopo che l’uva trasformata in vino riempie i tini nelle cantine e spande nell’aria un aroma arcano. Tale data un tempo era un caposaldo della stagione agricola: rappresentava il momento in cui, finiti i raccolti, si poteva trarre il risultato dell’intera annata, e col ricavato del grano, bietole, ecc. si pagavano gli affitti (pochi erano i diretti proprietari) spesso onerosi, ai grossi proprietari che risiedevano nelle città, e si scomodavano a scendere nei loro poderi solo per riscuotere il frutto dei loro beni e mettere soggezione.

Era sopraggiunto il momento dei traslochi. Quante famiglie cambiavano casa e paese! Fare “San Michele” significava per antonomasia (e spero lo significhi ancora), far trasloco, andarsene, partire,… perfino morire. “El vecio Pajato ga fato S. Michiele… xe ndà a stare al simiterio!”.

Sfilavano per la strada piccole tradotte; davanti il cavallo tirava il carretto su cui erano ammassati alla bell’è meglio i modestissimi mobili da cucina. “Quatro careghe sgangarà, do tole sbecolà, na cradenza e vetrina” (di soggiorni, tinelli, salotti, neanche si sapeva l’esistenza), e ancora “le testiere dei leti, i pajoni (materassi farciti di foglie di mais), l’armaron” e poi tutta una serie di piccoli aggeggi che facevano comodo, come il “bagno” costituito dal “portacadin, la broca de l’acoa, l’urinale” e poi ancora “le pilete de l’acoa santa, i mastei par la bugà, secie e secioni de legno e altre bélese”. “Bélese” sta per masserizie eterogenee, ma identiche da una famiglia all’altra (azzardo essere una corruzione di bellezze).

Un altro cavallo tirava un carro colmo dei prodotti più preziosi, il grano, il granoturco, fagioli e piselli secchi, la cassetta con tutte le sementi per l’anno a venire, più crivelli, pale e “staro” (misura di capacità per solidi). Seguiva la “mussa tacà alla borozza” su cui si caricavano gli attrezzi per il lavoro dei campi: zappe, badili, forche, rastrelli, aratro, ecc…

Il treno proseguiva con alcuni carri ondeggianti carichi fino alla temerarietà e trainati da placidi buoi; si trattava di paglia, fieno, fasci e pali, ovviamente divisi, che costituivano tutto il patrimonio della comunità agricola famigliare. Chiudeva la fila una mandria di vacche da latte tenute in riga dai ragazzotti a suon di bastonate.

A completare il variopinto circo di passaggio, contribuivano i latrati dei cani che si scalmanavano nel correre da un capo all’altro del convoglio e tutto il pollame schiamazzante appeso entro gabbie sotto i carri, il grugnito del maiale, disturbato nei suoi ozi da porcile, e costretto suo malgrado a mettersi in viaggio ingabbiato nel “borozzon” (biroccio per trasporto di animali) in compagnia dei vitelli da latte.

Era presente infine la gabbietta dei colombi, (che spesso ritornavano al vecchio tetto) e delle tortore, mentre i bambini nascondevano nella paglia dei carri i gattini ultimi nati per contare su amici sicuri nella nuova casa.

Le donne sedute sui carri, gli uomini a piedi col capo chino passavano per le strade polverose di fine settembre; le ruote cerchiate di ferro stridevano sui ciottoli, un alone di mestizia li accompagnava. Quanti ricordi in quella vecchia casa! Qualche ragazza piangeva sommessamente, il timore di non rivedere più gli occhi e i capelli del “so bel moro” la torturava, ma bisognava andare, i padroni erano padroni, stipulavano contratti agricoli di brevissima durata, scegliendo le famiglie che li garantivano maggiormente. Lungo la via si imbattevano in qualche conoscente: “Ciao Amalia, vago a stare al ponte de piera sul zenisolo… vien-me a catare”. E l’altra, per infonderle coraggio, rispondeva: “sta de bon anemo Verginia, al ponte de piera ghe sta anca i Bagatèi… bona zente”.

I vecchi soffrivano di più, senza darlo a vedere: i travagli di un’intera vita li avevano disincantati, e quando il corteo si fermava presso una “boaria” per far riposare le bestie e chiedere d’abbeverarle, il capo-famiglia, invitato ad entrare quasi ospite sacro, a bere un bicchiere di vino, si lasciava scappare dopo un sospiro che pareva venire dal fondo dei secoli: “Ormai ghe n’ho fati massa di S. Michieli, adeso me resta da fare l’ultimo,… andare a stare insieme a S. Piero”.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Fare San Michele”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/fare-san-michele/

Pubblicità