Pubblicità

REPRINTING

Trent’anni dopo

Un ritorno, negli anni successivi la seconda guerra mondiale, alla ricerca del passato.

di Enrico Borello

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 76–87

Ricordi di un maestro

Alla stazione di Rovigo m’affacciai. Piovigginava.

«Mi fa davvero una bella accoglienza, dopo tanti anni» – dissi tra me. Quanti anni? Trenta! Quasi una vita intera. C’ero arrivato, una prima volta, d’inverno, in dicembre, con un cielo plumbeo, basso, e con la neve che cadeva fitta fitta. Avevo dovuto cambiar treno, andar ad Adria, fermarmici qualche ora, e poi riprendere il treno per Cavarzere, dove ero stato nominato come insegnante, e dal cui posto, per un contrattempo involontario, stavo per essere dichiarato decaduto.

Avevo un gran sonno e un gran freddo. Non dormivo da una settimana, sballottato da un treno all’altro, da casa mia alla città capoluogo, a quel Provveditorato, dov’erano nati tutti gli equivoci. E, finalmente, a Roma e a Venezia. Un’agitazione nervosa, poi, da non dirsi.

Ad Adria andai a mangiare un boccone. C’era tanta gente in trattoria, che vociava e beveva. In un angolo della sala, un cameriere asciugava i piatti e canticchiava: «…donna, donna, tu mi farai morir…» Era la canzonetta più in voga in quei tempi.

Si voltarono tutti, quando ordinai da mangiare. – Xe un foresto ciò! – dissero. L’accento mi aveva tradito.

Il tepore dell’ambiente, il brodo scottante mi rinfrancarono un poco. Dopo un paio d’ore, eccomi di nuovo in treno e, finalmente, a Cavarzere. Tornava a nevicare. C’era un telegramma che mi aspettava. Recarmi immediatamente al Provveditorato di Venezia, per urgenti comunicazioni. Sembrava una persecuzione.

E così, la mattina dopo, con un buio cane e un gran freddo, eccomi ancora una volta in partenza. Questa volta, però, in vaporetto.

C’era tanta gente. Mi avevano capito anche loro che ero un «foresto» e con la solita cordialità dei veneti, mi voller far ingollare un caffé caldissimo e un accidenti di grappino, che mi tagliava la gola. A Chioggia, cambio di vaporetto, ed eccomi, infine, sulla laguna. Era una giornata eccezionale, però: cielo limpido, come dovevo vederlo poche volte, in seguito; sole splendente, visibilità perfetta, che ti faceva vedere, come in un miraggio, Venezia, che ti veniva incontro rapidamente, col campanile altissimo e l’Angelo che sfavillava d’oro. Lontano, la cerchia delle Alpi, nella loro veste candida, che ti offriva uno spettacolo davvero fiabesco.

E, per godere questo spettacolo, uscii sopra coperta, con una tramontana, che tagliava la faccia e mozzava il respiro. Col bavero del cappotto alzato, tremante di freddo, stavo lì incantato, a rischio di buscarmi una polmonite. Eccomi sulla Riva degli Schiavoni, ora.

Quello è il Palazzo Ducale, questa è la Piazza S. Marco; il campanile e i turisti incantati a guardare. Guardai pure io i Mori che battevano le ore, i colombi affamati, che assaltavano i cartocci di miglio, e … Ma avevo altro per la testa, io, allora, che godere uno spettacolo, pure intravisto come in sogno! Ingollai un poncio caldissimo, ché tremavo di freddo, e via sotto la Torre dell’orologio, il luogo di appuntamento dei «foresti» e poi per Campo S. Angelo, dov’era il Provveditorato.

Ma, gira e rigira, sbucavo sempre sul Canal Grande, dove sfilava lento e spettacoloso un funerale: gondole nere, grandi e piccole, parate a drappi neri e oro, che ti mettevano addosso un senso di sgomento.

La morte, con tutto quell’apparato lugubre, doveva essere una cosa ancora più straziante! Ma che proprio mi doveva perseguitare, questo corteo, che me lo dovevo vedere innanzi ad ogni sbucare in Canale?

Finalmente, eccomi all’Ufficio del Provveditorato. Chiarisco tutto, (la colpa del contrattempo, che stava per farmi dichiarare decaduto, era dell’Ufficio di …, da cui dipendevo prima) e così potei passare, dopo tante angustie, una giornata tranquilla, che dedicai tutta a Venezia.

Era il giorno di S. Lucia, ricordo, e nel bacino di S. Marco era attraccato l’Albatros, un incrociatore greco, che riportava sul trono di Atene re Giorgio. E mi faceva un effetto curioso sentir parlare quei marinai in lingua greca, e legger sui loro berretti una parola greca, ma non più il greco scolastico, con gli accenti e gli …accidenti, che mi avevano sempre angustiato nella mia vita di studente.

A sera, gran pavese, luminarie a bordo, e musica. E una gran folla si accalcava in Piazza ad assistere. Andai a letto tardi, ma, per la prima volta dopo un mese, soddisfatto.

La mattina dopo, alle sette, era ancora buio pesto. Dovevo partire col vaporetto, e suonai più volte, per la cameriera. Macché, non veniva nessuno. Ed io rischiavo di restare a terra, e di essere dichiarato una seconda volta dimissionario. Scesi giù e andai per aprire il portone… ma feci appena in tempo a non precipitare in acqua: la scala dava su un canale. Vennero, finalmente, ad aprirmi e corsi al vaporetto, appena in tempo. Tutto cambiato, però. Un cielo plumbeo, basso, gelido, e subito dopo cominciò a nevicare. A Chioggia, il treno, per Cavarzere. Ma che spettacolo! Acqua, canali, paludi, distesi campi di «verze» seppellite dalla neve, case che si distinguevano solo per il fumo che ne usciva. Mi sembrava davvero di essere in Olanda.

A Cavarzere mi attendeva una bella stanza, spaziosa, pulitissima, ma senza riscaldamento, e la notte non riuscivo a dormire, per il gran freddo. E conobbi altri quattro colleghi meridionali: tre di Sicilia, uno di Napoli ed io di Calabria. Ci affiatammo presto e la sera ci ritrovavamo spesso al Caffé «Grando» a far due «ciaccole», finendo il discorso sempre col sole di Sicilia e la nebbia di Cavarzere che potevi tagliare col coltello, e che lasciava brillare di luce rossastra solo la punta dei fanali.

Certe volte, sembrava che l’Adige, che divide in due la cittadina, bollisse a freddo e mandasse fuori tutt’un vapore gelido.

Tre, quattro, cinque mesi così. Poi, venne primavera e fu una esplosione di rose. Rose dappertutto, e di ogni specie: a grappoli, a cascate, a mazzi. Ne avevo tante nel giardino di casa mia, e la bimbuccia di un vicino, un batuffoletto d’oro, mi aspettava al varco e tendendo la manine: – El me daga una rosa, per piasere sior! – Cara puttina, che sei tu un bocciolo di rosa.

Il treno aveva ripreso la sua corsa e s’avvicinava rapidamente a Padova. Ma il tempo si andava facendo più scuro e piovigginoso, in una campagna tutta verde, dove non c’era un palmo incolto, e dai canali costeggiati di pioppi altissimi. Ecco la cupola di S. Giustina, e quella del Santo. Siamo in stazione. Esco e mi trovo sul Corso. Un Corso, che cambia più volte nome, ma è sempre quello, che attraversa la città, da capo a fondo, fino a Prà della Valle, la più grande Piazza d’Europa.

Trovo stanza in un albergo vicino alla stazione, e, subito dopo, infilo il Corso, che mi accoglie con un sorriso. Il tempo si è rimesso. La cappella degli Scrovegni è aperta, nei famosi giardini pubblici. Ci sono tanti turisti, che guardano, osservano, balbettano con voce gutturale un «Giotto». Qualcuno vorrebbe fotografare, ma il personale di servizio non lo permette assolutamente.

Esco, e riprendo per il Corso, fino a Piazza Garibaldi, il Pedrocchi storico, l’Università, e Canton del Gallo. Poi, prendo a sinistra per Via del Santo, con la Basilica in fondo, e la solita gran folla di turisti, che scattano a decine le fotografie. Entro in chiesa e mi fermo a visitare uno per uno gli altari, le cappelle, la tomba del Santo. La penombra, rotta di quando in quando da un raggio di sole, che taglia diritto da un finestrone, sapientemente socchiuso, e batte su un’immagine o su un’altare; il sussurrio dei visitatori, che chiedono notizie; lo scalpiccio di chi esce e di chi entra; i fedeli che si inginocchiano e pregano ai piedi della tomba del Santo, su cui posano una mano, ti ispirano un certo senso di misticismo.

Sono di nuovo fuori, al Pra della Valle, con in fondo la Chiesa di S. Giustina, con le sue caratteristiche cupole, come quelle del Santo. Ricordo: ci sono stato la prima volta alla Messa di Mezzanotte, in un Natale assai lontano, in compagnia di colleghi. Torno indietro e mi fermo, passo passo, a rivedere tutta la vecchia Padova, che mi pare di aver lasciato ieri: il Duomo, il Palazzo della Ragione, Piazza dei Signori. Ricordo: una mattina, era prestissimo, dovevo andare a Venezia, e passavo per quella Piazza, dove non si vedeva anima viva, tutta avvolta com’era in un gran nebbione. Quando una voce, a me vicina, ma che mi sembrava non so da dove scaturisse, mi fece sussultare:

…L’oscuritààààà… discende già…… nella cittààààà… o Gigoleteeeee.

E lo rifeci, la mattina dopo, quello stesso viaggio per Venezia.

Una giornata di sole sfolgorante, come una volta, ma allora con un gran freddo, che mi faceva tremare, mentre ora, invece, in una giornata di luglio, con una Piazza S. Marco dove appena ti puoi muovere, tanta è la folla dei turisti. E cosi Palazzo Ducale, Ponte della Paglia, Riva degli Schiavoni, dove avevo alloggiato la prima volta, Ponte dei Sospiri, S. Marco e l’Orologio coi Mori, che battono le ore sempre d’un modo e che la gente sta a guardare, anche se li ha visti cento volte. Sempre gli stessi, quei Mori, ma io? Io volevo rivedere i Mori, Piazza S. Marco, il Ponte dei Sospiri, per se stessi, o volevo rivedere me, a vent’anni, anzi a ventitré, con la baldanza di allora, i sogni di allora, il cuore di allora, con tutte le allodole che mi cantavano dentro, allora?

A sera, faccio ritorno a Padova, per andare, la mattina dopo, a Cavarzere, Ponte S. Niccolò, Saonara, Voltabarozzo, Pieve di Sacco, Arzergrande, son tutti nomi di stazioncine un tempo a me tanto familiari. Ecco, ora, i fumaioli della distilleria di Cavarzere. E quello è il Gorzone, col vaporetto in partenza, come l’avevo visto la prima volta, una mattina, al buio. Scendo alla stazioncina e mi avvio a piedi verso la cittadina: voglio rivederli a uno a uno questi luoghi, dopo tanti anni.

Qui, una bomba avrà dovuto distruggere parecchie case: c’è ancora il vuoto. E quella è la chiesa di S. Giuseppe, completamente rifatta, ma molto più bella.

Ricordo di quando c’era la Sagra il 19 marzo, e tutta una baraonda di giostre, che rintronavano la testa giornate intere. E, più ancora, serate interminabili.

Ma quella è la mia vecchia casa? Si, senza dubbio: il portoncino di una volta, il giardino e la… glicine di allora. Straordinario davvero!

Una sera, ricordo, si scatenò un formidabile temporale, che squassava le piante, le attorcigliava. E la buona, cara vecchia signora padrona di casa, tutta disperata, mi piombò nella stanza, piangendo e chiedendo aiuto: – Ah, la mia povera glicine, la mia povera glicine! Mi aiuti lei! – Cosa potevo fare, povera signora Lalla, se non attendere la mattina dopo e aiutarla a raccattare i grappoli bianco-azzurri, semisgranati e imbrattati di fango?

Sul portoncino, una donna. Le spiego, così, alla svelta il mio desiderio, e salgo in due salti. Questo è il tinello, col telefono; quest’altra è la cucina, sempre la stessa «cucina economica» di un tempo, con vicino il gatto, Musciaton, che si alzava d’un tratto, appena mi vedeva, e via per le scale, in giardino.

– Ciò, macaco, no te vedi che xe il maestro! Percossa el ga paura mi no so.

Lo sapevo io, cara signora Lalla. È che Musciaton mi aveva inaffiato, una sera, le scarpe sotto il comodino ed io lo avevo… rimproverato a dovere. Da allora, in camera mia non ci spiava più. Spalanco, ora, la mia camera da letto, con un certo batticuore: tutto come prima. Il letto al posto di allora, l’«armaron», il lavabo, gli scuri delle due finestre, che spalanco d’un colpo: tutto come allora.

La guerra me l’ha voluto risparmiare perché sapeva che ci sarei tornato un giorno, ma coi capelli bianchi. E, in cuore, il rimpianto di cosa che non torna più. Come la canzonetta di allora:

…non torna più… non tornerà…

Attraverso l’Adige in chiatta, perché ancora il ponte non è finito, e sono a Cavarzere centro.

– Intatto, vero? – domando a qualcuno – Eh, caro sior, intatto par modo de dire. El vardi el Dom!

Il Palazzo Comunale e le scuole sono state però risparmiate, miracolosamente. Sotto il Municipio, ancora il «Caffè Grando», con le macchine «espresso», ora. Mentre prima era un continuo ritornello al finestrino, che comunicava con la cucina: – Cogoma! – E s’allungava un braccio per ritirare l’enorme bricco vuoto e porgerne uno, pieno scottante.

Accanto, il tabacchino con le cartoline illustrate. Entro. Intatto anche questo. Scelgo le cartoline per gli amici di quel tempo, e, intanto, do uno sguardo alla signora del banco: la fisso attentamente, e mi pare di essere al cinema, dove un quadro svanisce lentamente e compare una nuova immagine, al posto della prima. Ed io vedo, cosi, al posto di quella signora, abbastanza attempata, una ragazza sui 16 anni, sempre sorridente, graziosa, che sa accogliere i clienti con tanta grazia, scoprendo nel sorriso un incisivo ribelle. È lei senza dubbio. Me lo dicono sicuramente gli occhi anche se le sopracciglie sono troppo folte, ora.

– Scusi, signora, da quanti anni è in questo negozio?

– Da sempre.

– Ma allora lei ricorderà qui vicino la «pensione» della Teressan? Ci mangiava il pretore, il commissario di P.S…. un maestro «foresto», che poi veniva a «comprare» le sigarette oppiate americane, qui, da lei… Eh, dico son passati parecchi anni, ma lei ricorderà…

– Sì, sì, sì, ricordo, sì sior, ma el maestro el gera lu?

– El gero mi, sicuro.

– Ma varda che combinasion!

– No, non combinazione, son venuto apposta. La me diga: il signor Tizio, il signor Caio, il notaio foresto anca lui, di Palermo, e don Giovanni e don Emilio, e Batta bello e Batta brutto… Dove sono?

– Salo, sior, durante la guerra son andà via, per i bombardamenti, e poi molti non sono più tornati.

– È una serie di risposte: – Xe trasferio a Venezia; xe trasferio a Padova; xe trasferio a Bologna; non se ne sa più nulla; xe morti…

Perché, Cavarzere è stata la città martire della guerra: tagliata in due dall’Adige, con ponti saltati in aria, era diventata località strategica di primo piano, e ci si erano accaniti tedeschi e alleati. Poi vennero inondazioni a dare il colpo di grazia, dal quale, però, si era ripresa presto. E si era guadagnata la Medaglia d’oro.

Il portone dell’edificio scolastico è aperto. M’infilo di corsa, a stento seguito da una bidella, che invano mi domanda cosa voglio. Lo capisce quando mi metto a spalancare le porte e a star un momento a guardare in silenzio, e a far parlare i ricordi. Qui, ci stava la B…, tutta chiesa e scuola; questa è l’aula della P… che aveva famiglia a Chioggia, e che mi raccontava di un suo concittadino, maggiore di artiglieria, che era stato al mio paese, quando vi si stava costruendo un campo per dirigibili. Qui, il collega sacerdote e… la mia scuola. La mia cara scuola, che conosceva le visite quasi quotidiane di un caro Ispettore, vecchierello anziché no, che veniva da Chioggia, e mi voleva un gran bene, non so perché. O era forse la mia giovinezza, che gli metteva in cuore un po’ della mia baldanza. E mi voleva sempre con sé, nelle visite alle scuole di campagna, perché corteggiassi le «care putele» di maestrine, e facessi ingelosire i rispettivi fidanzati, pure loro maestri.

Portava spessissimo, i «peoci» di Chioggia, o le anguille; ordinava in trattoria, e poi: – Salo, go portà un tocco de capiton… vedarà. Con l’aceto e il rosmarino. E la polenta abbrustolita… Una cossa squisita. Ancuò magnerà con mi. Ma el me ha da raccontar de «Come ti erudisco il pupo».

Era un libro, uscito allora da poco, che prendeva in giro, con sottile garbata ironia, la scuola i docenti e le autorità tutte.

E lui si divertiva un mondo, quando sentiva la Teresina, che si disperava tutta, perché la carne cresceva di prezzo. Coi commenti più… esilaranti, che ne conseguivano.

Spalanco gli scuri, e guardo intorno. Tutto come prima: lavagna e banchi e cattedra.

Solo i banchi hanno cambiato disposizione. Mi affaccio: il campanile è lì altissimo coi quattro quadranti, uno per faccia, dell’orologio, che suonava ogni quarto d’ora, distraendo i ragazzi, per un momento. E sono lì, i miei ragazzi, tutti seduti, che mi guardano. C’è, al primo banco, Mario Motteran, un ragazzo intelligentissimo, che mi faceva un po’ da… capoclasse: distribuire e ritirare i quaderni, cancellar la lavagna, e rampognare qualcuno: «Tasi, ignorante, no te vedi che interrompi il maestro?».

E c’è Baldi, figlio di povera gente, che non aveva mai due soldi, una «palanca», da comprarsi la patata americana, calda calda, alla ricreazione, in cortile, e glieli mettevo io, zitto, zitto, in tasca, quando si scendeva giù. E Motteran se ne accorgeva sempre, ma faceva finta di nulla. E c’è Ugo Begelle, caro ragazzo, che mi aveva ricordato per ben 18 anni continui, e solo il disastro dell’armistizio ci aveva inesorabilmente divisi. Nelle ricorrenze festive a Natale e a Pasqua, e poi il giorno del mio onomastico, mi mandava sempre la cartolina di auguri.

Caro ragazzo mio, che avrai anche tu ora i capelli brizzolati, dove sarai andato a finire? Dove li pescavi, ogni giorno, quei fiori, che ponevi sul mio tavolo? Anche nelle più rigide giornate d’inverno, quando sembrava che anche le nebbia fitta fitta dovesse, da un momento all’altro, diventare un pezzo di ghiaccio, tu riuscivi a portarmi un sorriso di primavera, con quattro violette e due narcisi.

E tu, caro Pavan, (li ho tutti presenti in una gran bella fotografia), ragazzetto timido, che diventavi rosso appena ti guardavo, ma che mi volevi un gran bene, e te lo leggevo negli occhi spauriti, dove sarai ora? E tu, Tommasi, tutto pepe che parlavi sempre e mangiavi di nascosto i pasticcini che rubavi a tuo padre, in negozio? E tu, povero, caro, buon Gafforio, ragazzo mio, studiosissimo, che avevi superato brillantemente gli esami per la Scuola Media, ma che dovevi finire tragicamente bruciandoti con una «spiritiera» scoppiata? E Tarterini, tu, che arrivavi ogni mattina tardi a scuola e ti doveva accompagnare tua sorella a scusarti? E un giorno: – Tarterini non viene oggi, perché xe morta so sorela…!

– Dio, Dio, una ragazza così piena di salute! In due giorni!

E voialtri colleghi, dove siete? Tu solo, mio caro Ignazio, te ne sei andato via dopo qualche anno appena, lasciando la tua povera, buona Sara, e il piccolo Niccolò, che «vuol stare sempre in braccio a suo papà». Forse povero piccolo, perché sapeva che ti avrebbe perduto presto. Anche se eri scappato nella tua Catania, ai primi sintomi di male sfuggendo i rigori di un clima, che non era fatto per te. E nemmeno per me, che me ne scappavo pure io, dopo solo qualche anno. E voialtre colleghe carissime, quasi tutte signorine, che mi volevate un gran bene pure voi, perché ero il più giovane, un ragazzo addirittura, di ventitré anni, che vi tenevo sempre allegre, coi racconti di mirabolanti viaggi… sulla carta, di conquiste da Casanova, di esami grafologici, che m’inventavo di sana pianta, dove siete anche voi? Ragazzo, è vero, sbarazzino, anche, sicuro, ma che vi ispirava assoluta fiducia, se venivate a casa mia, per consigli anche di genere familiare: E la povera signorina G?

Un pezzo di Giunone, che doveva morir presto anche lei! E non avrò potuto più dire:

– Gò provà con un toscan, e niente, gò provà con uno «delle sue parti», e el gera un pianzoso, che me diseva sempre: –

…G… mi moro in guera!!

– Ma va a mori – dicono a Roma.

– Macché, fiol d’un can, ch’el gera sposà…

– E adesso vuol provare con me, signorina G.?

– Th, tasa lu, che xe un putelo ancora.

Scendo le scale, lentamente, seguito dalla bidella, che mi fissa negli occhi. Sul portone mi fermo. Ricordo. Era una stupenda giornata di giugno. Aspettavo il mio caro Ignazio, salito su, per affari d’ufficio. Avevo avuto un grosso dispiacere, come si possono chiamare grossi i dispiaceri a vent’anni, e fumavo, pieno di nervosismo.

Arrivano al caffè di fronte due poveri diavoli di suonatori ambulanti, e si mettono a suonare il Valzer della «Vedova Allegra», una volta, due volte, cento volte: un’ossessione. A me, quella musica mi sapeva di pianto, che so, mi faceva un effetto depressivo, mi aumentava la tristezza, insomma. Da allora, quando sento quella musica, mi rivedo sempre in quella lontana mattinata.

Esco, e faccio due passi per «Ca’ Labia», un viale davvero meraviglioso, che arriva ad Adria, tutto alberato e diritto. Era la passeggiata di noi meridionali. Cosa fare, adesso più? Torniamo alla stazione, ma voglio prima rivedere il Duomo completamente rifatto. Ma più bello, più maestoso. E, addio, Adige, addio Cavarzere, addio Caffè Grando! Ho paura che non vi rivedrò più, davvero, ora!

Nel tardo pomeriggio faccio ritorno a Padova. Mi avvio al mio albergo. Sul piazzale circostante, numerosi tavoli del caffè vicino. A un tratto, ho come un tuffo al cuore: – Giovanni Rossi? Quel signore, che mi guarda anche lui, ma così, di sfuggita? Giovanni Rossi, così invecchiato, che si appoggia a un bastone e domanda non so che cosa? Coi capelli tutti bianchi, con tutte quelle rughe sul viso? Macché, non può essere lui! Provo a domandargli? Sì, e per dirgli della mia dolorosa sopresa di ritrovarlo così? Ritrovarlo o ritrovarci? Perché, il tempo ha scavato anche per me, purtroppo! Ma no, che il mio caro Giovannino l’ho qui, sotto braccio, vispo e vegeto e pieno di vita, a passeggiare sull’argine dell’Adige, a tracciar larghi gesti con la mano: – «Venezia è Venezia, sissignori, una delle sette meraviglie del mondo, ma è sempre una bellezza fredda, aristocratica, che ti mette soggezione. Ma Napoli? Napoli è un’altra cosa. Napoli è una bellezza palpitante, che ti parla al cuore, te lo riscalda, te lo entusiasma, ti fa benedire la vita, perché ti ha riserbato lo spettacolo del paradiso del Vomero, di Posillipo: …«Pusilleco se stenne quasi stracquato… ncoppa ’o mare d’oro…»

– Neh, Giovanni, che vuol dire «stracquato»? – Vuol dire «stindicciato»… disteso, sdraiato. – Di Santa Lucia: … – Santa Lucia… luntano ’e te… quanta malincunia… – Di Marechiaro, con la «fenestella»… Della Riviera di Chiaia.

– Quando scenderemo a casa, devi fermarti con me quattro cinque giorni: ti farò visitare io Napoli! Cos’hai visto finora? Niente!

E sarà ancora lì, il mio caro Nino, col quale siamo stati sempre in corrispondenza, per tutti questi anni; lì che mi aspetta passeggiando sulla Riviera di Chiaia, e respirando la brezza marina, in un tripudio di cielo e di sole, mentre «partono i bastimenti… per terre assai luntane…» Ed io mi sto qui a piangere di nostalgia e a farneticare sul passato. Andiamo a far le valigie, e domani, via. Vicenza, Milano, Torino, Riviera Ligure, Roma, Napoli, casa. Il mio giro turistico è terminato.

Ma, a casa, una sorpresa! Un’illustrata da Padova, in data 24 luglio; «Dopo trent’anni. Ricordi, abbracci, Giovanni». – Ma il 24 luglio, lunedì io ero ancora a Padova. Alloggiavo al Conte, vicino alla stazione. «Ed io, il 24 luglio, alle ore 18 arrivavo a Padova e chiedevo una stanza proprio al “Conte”, ma non ne aveva! E allora dovetti cercare per il Corso, più su». Era lui dunque.

Non mi ero sbagliato. Ma era il cuore, che si era rifiutato di riconoscerlo.

Voleva serbare ancora intatta l’illusione di averlo innanzi agli occhi sempre col viso fresco, sorridente, pieno della baldanza di allora, di trent’anni fa. E, insieme con lui, me, con le allodole che cantavano in petto in tutte le ore.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Enrico Borello. “Trent’anni dopo”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/trentanni-dopo/

Pubblicità