È vivo nella mia mente. È indelebile l’immagine di un uomo dai capelli bianchi, lunghi sulle spalle, dalla voce roca, concitato nel parlare, gesticolante. A quel personaggio, un Demiurgo fece dono dell’Arte. E quest’ultima fu il propulsore che incentivò Angelo Prudenziato a vivere, a produrre, a ricercare, a sperimentare, a disperarsi.
Per tutta la vita non smise di ricercare e di sperimentare, con una tensione interna continua, senza sosta, senza pause, senza distensione. Persino durante il ricovero ospedaliero, dopo un intervento chirurgico di ernia, pretese dai familiari carta, penne, matite, per disegnare medici, infermieri, pazienti,… “Era sempre senza fogli; disegnava su qualsiasi brandello di carta”, mi disse la figlia quando c’incontrammo frettolosamente in un pomeriggio settembrino.
Infatti è vero; sfogliando delle cartelle dell’artista, notai che tantissimi volti, figure e paesaggi, furono eseguiti ovunque: sul retro di un manifesto, di una bolla di consegna, di una ricevuta, di una reclame, di un… fac-simile della scheda elettorale, sul margine bianco di un dépliant, a fianco dell’“ornato” fatto da uno dei suoi alunni.
L’arte s’era trasformata in malattia. Qualsiasi elemento diventava oggetto ispiratore.
Circa quindici anni fa ci scontrammo all’entrata di Upim. Ero allora un giovane laureando e lui l’anziano professore di scuola media. Lo salutai con la fretta giovanile, anche perché, in quegli anni, il mio amore per l’arte si concentrava sulla speculazione filosofica del fenomeno, piuttosto di analizzare le pulsioni motivazionali. Se tornasse in vita lo saluterei con venerazione.
Allora palesava delle preoccupazioni. Aveva voglia di confidarsi, di rigettare le angoscie esistenziali, di liberare la mente, per riprendere a dissetarsi alla sorgente dell’arte. In effetti la produzione degli ultimi dieci anni è disturbata, è frettolosa, di getto, rispetto agli anni trenta-quaranta; decennio in cui la pacata severità degli sguardi ritratti testimonia la serenità interiore. Il decennio dal ’65 al ’75 fu caratterizzato da un’ossessionante ricerca.
Ai grandi magazzini Upim era andato per osservare una maniglia: “Guarda Vincenzo, le sfumature, la gamma del rosso, i riflessi; è un’opera eccezionale”. Quel pezzo di metallo verniciato l’avevo visto, spinto e conosciuto come mera maniglia… per Angelo Prudenziato era un’opera d’arte; aveva nobilitato un oggetto usuale.
La sua mente, in simbiosi con l’opera, lavorava incessantemente per sperimentare tecniche e contenuti nuovi. Nel suo studio, in Corso del popolo, mi fece vedere le composizioni materiche: “le cortecce” lo entusiasmavano. Al torchio realizzava degli effetti che solo la natura sa fondere nel colore e nella forma. Tagliava, tingeva, pressava, incollava, sporte di cortecce, raccolte dagli alberi situati ai lati della strada Rovigo-Lendinara.
La spontaneità del suo agire e dei suoi slanci fu sovente mortificata dal clima provinciale della nostra città; ora, peggio, è quasi dimenticato. Eppure è stato acuto testimone di un’epoca di transizione nelle arti ed ha portato una fetta di Polesine oltre le mura cittadine. E fu proprio “fuori casa” che ottenne delle soddisfazioni. Fondò la galleria d’arte “Eridano”. La scelta del nome non fu casuale! La galleria ebbe breve e gloriosa vita; ospitò una personale dell’amico e maestro Virgilio Guidi, opere di Saetti e di Breddo.
Prudenziato fu, comunque, un artista legato alla sua terra: personaggi, oggetti, animali, paesaggi, hanno la matrice polesana. Non dimenticò le sue radici e, non a caso, “Giornata grigia a Venezia”, una fusione di riminescenze del paesaggio basso-polesano e lagunare, fu dipinto in Sicilia. Con tale olio fu premiato alla XXII esposizione internazionale d’arte di Venezia.
Negli anni immediatamente successivi alla guerra ci fu nell’artista il gusto di fissare le cose semplici, “humilesque myricae”; gli animali da cortile, i filari di alberi, scorci di città, la campagna polesana e… il “Volo d’uccelli” opera del 1958. È un’acquaforte a colori che segna una tappa: Prudenziato abbandonò l’ovvietà dello spettatore e lesse solo dentro al suo cuore; codificò un nuovo linguaggio: una matassa di ali, di capini, di segni,… uno stormo d’uccelli.
Si delinea per l’artista un binario lunghissimo: su di una rotaia raccolse le esperienze del futurismo (significativo è l’olio “bolide luminoso”), sull’altra fu preso dalla foga dell’incisione.
Usò, a tal proposito, tantissime tecniche e ne inventò di nuove; non fu mai soddisfatto, anche se i risultati, sia nell’acquaforte sia nell’acqua tinta, furono positivi.
Ricordo un particolare. Nel 1958 inviò alla Biennale di Venezia una cassa con cornici e vetri, senza incisioni; purtroppo quest’ultime non erano ancora qualitativamente adatte per essere spedite entro la data fissata dal regolamento. Alla vigilia dell’inaugurazione si presentò a Venezia con “Luci nella notte”, un’acquaforte a colori a più lastre: un’opera pregevole che s’ispira contemporaneamente a Saetti ed a Guidi.
Dal 1975 al 1978, anni che scandirono l’imminente epilogo della sua esistenza, smise di lottare e, vinto dalla sua stessa angoscia, decise di abbandonare ogni sperimentazione e, nel contempo, riesumò i temi giovanili: i fiori. Quest’ultimi sono forse da interpretare come il dono di animo gentile d’artista a coloro che vorranno conservarlo nel cuore.
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Come citare questo articolo
Vincenzo Baratella. “Angelo Prudenziato: un’esistenza di instancabile ricerca”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/angelo-prudenziato-unesistenza-di-instancabile-ricerca/