Mi trovavo in una sala insolitamente ampia; era piuttosto buia, perché delle tende pesanti, impreziosite da decori ottocenteschi, filtravano la luce permettendole solo in parte di penetrare.
La stanza appariva alquanto spoglia e fredda, ciò era dovuto alla sua ampiezza e ai mobili scuri su cui erano state intarsiate antiche scene di caccia.
Io mi trovavo esattamente al centro, al di sotto di un elegante lampadario di cristallo. Fissavo la massiccia porta di legno perfettamente simmetrica a quella da cui ero entrata, a cui voltavo ora le spalle. Era chiusa, e qualcosa mi spingeva ad avvicinarmi per scoprire cosa ci fosse oltre, ma allo stesso tempo, un leggero timore mi tratteneva.
Avevo la sensazione che l'uscio da cui ero entrata proiettasse una forza che mi spingeva verso il lato opposto; ma la porta che mi si trovava di fronte, emanava una forza ugualmente potente nella direzione contraria. Io ero immobile nel punto baricentrico, e mi risultava impossibile sia avanzare che retrocedere; era piuttosto spiacevole avvertire questo profondo senso di impotenza!
D'improvviso la forza che mi respingeva cedette a quella che mi invitava ad avanzare, ed io fui quasi catapultata verso la porta possente. Titubante afferrai la maniglia, poi decisa la aprii.
Sobbalzai nel letto spaventata da questo singolare sogno, che si ripeteva da qualche tempo. Non ne capivo il significato, e non sapevo ciò che avrei trovato al di là di quella porta, perché ogni volta che riuscivo ad aprirla, mi svegliavo di soprassalto.
Iniziai a pensare se avevo mai visto prima quella sala che ora tanto turbava il mio inconscio. Durante il giorno non avevo mai trovato riferimenti concreti al sogno, ma nel corso della notte, non appena la censura posta dall'attività cosciente si affievoliva, delle scene insolite affioravano alla mia mente, ripetendosi con sempre maggior frequenza.
Ripensai alla prima notte in cui ero stata disturbata da queste visioni, e finalmente fui in grado di ricostruire l'evento che aveva innescato in me questo flusso di sogni ripetitivi ed inquietanti.
Un pomeriggio, sfogliando una rivista, avevo letto un servizio che parlava di ville e castelli costruiti tra il 1600 e il 1800. Il giornalista aveva svolto ricerche un po' in tutta Italia, focalizzando l'attenzione sui palazzi poco celebri o totalmente sconosciuti, che secondo lui avrebbero dovuto essere maggiormente valorizzati.
Andai di corsa a prendere la rivista, gettanto all'aria tutto ciò che la circondava nell'armadietto per estrarla con maggiore facilità.
Dopo una scorsa veloce tra le pagine, d'improvviso mi bloccai allibita: rividi tra le fotografie che accompagnavano l'articolo, la sala che sognavo con insistenza.
Decisi di andare a visitare la villa, e scoprire quali strani vincoli mi legavano a quel luogo. Lessi con attenzione la didascalia che commentava la foto per scoprire dove si trovasse. Si trattava di un paesino dell'Umbria in provincia di Perugia. Ero certa di non esserci mai stata, eppure il nome non mi sembrava completamente sconosciuto.
Il giorno dopo chiesi il permesso in ufficio e partii. Giunsi al paese, e non fu difficile trovare il palazzo; notai con sorpresa che era abitato, dovevo in qualche modo entrare e farmi ricevere. L'edificio bianco spiccava nel mezzo di un maestoso parco verde; quella visione mi infondeva una gioia tale che non mi potei trattenere dal suonare il campanello per entrarvi. “Che stupida” pensai “e ora che scusa invento?”. Ma il cancello si aprì e venni ricevuta da una cortesissima cameriera.
“Buon giorno” mi disse “La aspettavamo molto più tardi! La signora non tornerà prima delle cinque”. Meccanicamente guardai l'orologio, segnava le 16 e 25. “Comunque se vuole si può accomodare ed attendere al caldo!” mi disse affabilmente.
Capii che ero stata scambiata per qualcun'altra, ma approfittai della fortunatissima coincidenza per trascorrere una mezz'ora sola in quella casa misteriosa: Ringraziai e, volgendo le spalle all'ampia scalinata, entrai.
Quasi senza rendermene conto, stavo per lasciare l'ingresso per percorrere il corridoio alla mia destra. Ma se non conoscevo quelle stanze, perché mi stavo dirigendo in quella direzione? Mi bloccai, ma subito la cameriera mi precedette facendo strada proprio verso destra.
Il cuore mi batteva forte. Sapevo che, se fossi stata scoperta, mi avrebbero subito scacciata. “Chissà chi mi ha creduta!”, pensavo, “speriamo che fili tutto liscio”. Percorrendo il buio corridoio ne guardavo i lati: le pareti erano ricoperte da moltissimi quadri. La maggior parte erano ritratti.
Penetravo in quelle cornici studiando i numerosi volti, ma la mia mente sembrava annebbiata e non riuscivo ad estrapolare niente che potesse essere utile alla mia ricerca. Poi mi soffermai sul volto di una bimba che mi aveva particolarmente colpito; ma la mia attenzione venne distolta alla vista di una porta massiccia sul lato sinistro: sapevo che se fosse stata aperta mi sarei trovata nell'enorme sala spoglia, che avevo conosciuto nei miei sonni agitati.
Non sapevo più come mascherare il mio turbamento, tanto che quando la cameriera fu in procinto di aprire quella porta, temetti che ella potesse udire il battito del mio cuore, da quanto forte lo sentivo rimbombare.
Mi trovai nella sala. Era identica a quella del sogno. La cameriera mi fece accomodare e se ne andò. Io cercavo sbigottita qualche traccia per capire cosa stava succedendo, ma la situazione, anziché chiarirsi, si complicava. Notavo attorno a me particolari e dettagli talmente piccoli da non potersi distinguere in una foto. Eppure nel sogno c'erano tutti, disposti esattamente come nella sala. Cosa stava succedendo? Com'era possibile una cosa del genere? Mi alzai di scatto per tornare a guardare quel quadro da cui ero stata involontariamente distolta, sicura che mi avrebbe svelato qualche segreto. Prima di imboccare il corridoio mi voltai e restai qualche secondo a fissare la porta del lato opposto, quella che neppure nel sogno avevo potuto scoprire dove conducesse.
Tornai al ritratto e lo scrutai per qualche minuto: ero sicura di conoscere quella bambina. Sbarrai gli occhi e con la mano tremante estrassi dal portafoglio una foto di quando ero piccola, la avvicinai lentamente al ritratto e, dopo avere contemplato la sbalorditiva somiglianza, dovetti ammettere che la foto e il quadro rappresentavano la medesima persona: in entrambi i casi, ero io.
Cosa ci faceva un mio ritratto in quel vecchio palazzo? Tornai nella sala, decisa ad aprire l'altra porta.
Restai qualche secondo a fissarmi nella foto. Avevo due o tre anni al massimo, ed in fianco a me, sedevano i miei genitori. Erano morti dopo pochi mesi in un incidente stradale, ed ero stata consegnata in adozione ad una famiglia senza figli. Guardavo mia madre: non sapevo e non ricordavo niente di lei. Era molto bella. Ammiravo i suoi occhi che persino in una foto risultavano luminosi ed espressivi. Sentii un rumore, mi voltai e il mio sguardo si trovò a penetrare i medesimi occhi. Credetti di trovarmi di fronte ad un fantasma. Era invecchiata, aveva alcune rughe e i capelli apparivano più chiari per la tinta, ma quella donna era mia madre.
Urlai lasciando cadere la foto, inconsapevole di ciò che stava accadendo. La donna, a sua volta spaventata, raccolse l'immagine che aveva volteggiato nel vuoto, toccando con leggerezza il pavimento. Osservando ciò che vi era rappresentato mi disse: “Sei proprio tu?”.
“Ma allora sei viva!” gridai gettandole le braccia al collo.
Parlammo per ore, piangendo e ridendo. Mi spiegò che ero stata rapita quando avevo appena tre anni, e di me, non si era avuta più traccia. Io le raccontai che ero stata trovata in campagna da una famiglia di agricoltori che, credendo fossi stata abbandonata, mi avevano allevata dicendomi che i miei genitori erano morti. Ero felice ed incredula, non avrei mai immaginato che mi potesse accadere una cosa tanto sconvolgente. Per un puro caso avevo ritrovato la mia casa e la mia famiglia. “E papà?”. “Papà sta bene, tornerà stasera da Parigi, è là per affari!”.
“…Mamma …io non riesco a ricordare cosa c'è oltre quella porta” le dissi indicando la stanza al di là del muro. “Ma come… non ricordi?” mi chiese con dolcezza avviandosi ad aprire la misteriosa porta. “Abbiamo lasciato tutto come all'ora, nella speranza di ritrovarti” mi spiegava con la voce tremante. Era la mia cameretta: le pareti erano rosa e le mensole portavano ancora tutte le bambole ed i giocattoli della mia prima infanzia. Il passato mi riaffiorava alla mente. Quello che era stato cancellato dalla mia attività cosciente, ora si ricostruiva piano piano.
Ripensai al sogno: l'immagine della sala mi era stata suggerita dal giornale, risvegliando i ricordi impressi dentro di me. Ora capivo che le due forze che mi attiravano e mi respingevano, rappresentavano l'una la mia infanzia, e l'altra la mia vita attuale. Poi prevaleva il desiderio di ritrovare la mia vera famiglia e riuscivo ad entrare nella mia cameretta dove avevo trascorso ore beatamente felici. Adesso tutto era chiaro.
Stringendo il mio vecchio orsetto di pezza, parlavo a mia madre di me, raccontandole la mia vita nei minimi particolari, cercando di condividere almeno in questo modo, i vent'anni trascorsi lontano.
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Come citare questo articolo
Viviana Segantin. “Il ritratto”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ritratto/