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NARRATIVA

La bomba

di Viviana Segantin

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 123–126

Le giornate erano eccezionalmente calde: la piovosa Londra, stava regalando un agosto di sole intenso, che aveva permesso di dimenticare nella valigia ombrelli e maglioni. Quella mattina, piacevolmente stupita dal persistere di un'estate tipicamente mediterranea, decisi di “tradire” chiese e musei, per rilassarmi in riva al mare lasciandomi accarezzare dai raggi caldi del sole. Avrei preso la metropolitana, partendo come ogni giorno da Notting Hill Gate e, una volta a Victoria (la stazione ferroviaria), mi sarei diretta a Brighton.

Lasciai quindi il college incamminandomi verso “l'underground”. Dopo pochi minuti di attesa, giunse il treno che mi avrebbe portata a Victoria.

Non appena le porte si aprirono, entrai facendo una breve pausa prima di prendere posto: notai nel vagone due turisti tedeschi, una ragazza assorta nella lettura di un libro, un signore con un giornale in mano e, al lato opposto, un vecchio dall'aspetto molto trasandato che, dormendo, occupava quattro poltroncine.

Decisi di sedermi tra la coppietta e l'inglesina, mentre un uomo che era salito con me, dopo aver scrutato accuratamente la situazione, optò per il sedile di fianco ai piedi del vecchio; dall'altro lato, il posto rimase libero.

Le porte si richiusero, e io cominciai ad osservare quest'uomo che sedeva esattamente di fronte a me. Aveva un'aria che m'incuriosiva molto: era una persona di mezza età, con qualche capello bianco e dei grossi baffi grigi; indossava giacca e cravatta, ma teneva in mano una valigetta che pareva essere molto vecchia e completamente fuori moda. Sembrava di compensato: era molto rigida, ma non troppo solida perché rovinata dall'uso; il legno appariva graffiato e portava segni visibilmente profondi.

Subito balzava agli occhi l'evidente contrasto tra la figura maschile dall'aspetto distinto ed elegante, e la piccola valigia squinternata che reggeva sulle ginocchia. Nessuno si curava di lui: il vecchio dormiva, i due tedeschi consultavano una guida turistica, la ragazza era assorta nel suo libro, e l'ultimo passeggero del vagone, era alle prese con le notizie del giorno. Così, decisi di lasciarmi andare e, seguendo l'andatura regolare del treno, fui in procinto di assopirmi.

Ma gli strani movimenti dell'uomo coi baffi, che mi sedeva di fronte, non mi permisero di prendere sonno. Egli aprì la singolare valigetta, e cominciò ad estrarre tutto ciò che vi era contenuto, appoggiando con cura sul sedile in fianco a lui, agende, penne, riviste, e molti altri oggetti che venivano sistematicamente accatastati. Avevamo superato High Street Kensington. Quando egli si accorse che stavamo per giungere a Gloucester Road ripose frettolosamente ogni cosa al suo posto; all'aprirsi delle porte scese velocemente sparendo tra la folla. Anche gli altri passeggeri se ne andrarono, e io rimasi sola col vecchio che continuava a dormire profondamente. Ancora tre fermate e sarei arrivata alla stazione ferroviaria.

Ormai il sonno se n'era andato completamente, così iniziai a guardarmi attorno. Notai con sorpresa che nel sedile dove l'uomo coi baffi aveva posto tutti i suoi effetti, era rimasta una scatola nera. Pensai che probabilmente l'avesse dimentica per la fretta; oppure era vuota e, non sapendo che farsene, l'aveva abbandonata in treno. Trascurando tale oggetto, continuai a far ruotare lo sguardo leggendo le pubblicità affisse e cercando di cogliere la traduzione italiana dei giochi di parole impiegati. Successivamente mi trovai a leggere il cartello “vietato fumare” e, rattristata, mi resi conto di dover escogitare in fretta un altro passatempo perché le scritte contenute nel vagone, stavano per esaurirsi.

Era rimasto un ultimo cartello che si trovava ben in vista proprio sopra alla porta, a cui però non avevo prestato attenzione. Non conoscevo la traduzione di tutte le parole, ma ne capii perfettamente il senso generale: diceva che se si avvistavano pacchi sospetti, bisognava avvertire immediatamente il macchinista, perché questi potevano contenere materiale esplosivo.

Pensai subito ai ripetuti attentati dell'I.R.A. Il mio sguardo slittò immediatamente su quella scatoletta nera che mi stava di fronte e sballottava assecondando l'andatura del treno. Mi ritornò in mente l'uomo che mi aveva colpita per il suo insolito modo di fare, la valigetta che non gli si addiceva, l'inusuale azione di porre tutto sul sedile, la frettolosa “inversione di marcia”, il precipitarsi fuori alla prima fermata incontrata, ed infine la scatola nera che era rimasta misteriosamente nel vagone, e che giaceva ora davanti ai miei occhi.

Tutto combaciava: quell'uomo aveva agito così stranamente, per avere il pretesto di “perdere” qualcosa, che in quel momento non seppi catalogare in alto modo che in una bomba.

Era la prima volta che mi sentivo tanto vicina alla morte; sapevo che ogni minuto poteva essere l'ultimo. In pochi secondi fui in preda al panico, ma lottavo disperatamente con me stessa per reprimere la paura.

Se avessi avvertito qualcuno e si fosse scoperto che si trattava di un banale equivoco, mi sarei resa ridicola agli occhi di tutti, ed avrei creato un'inutile perdita di tempo dannosa a molti passeggeri. Se però quella era realmente una bomba, avrei salvato la vita ad un centinaio di persone, cominciando dalla mia. Oppure esisteva una terza soluzione: scendere alla fermata successiva di Sloane Square, e tornare al college in autobus, sperando di avere a disposizione il tempo sufficiente per allontanarmi prima dell'esplosione.

Ma in questo caso, avrei mai cancellato dalla mia coscienza il rimorso? Per colpa del mio silenzio, in quei bui viali sotterranei, si sarebbe forse consumata una tragedia. La scelta era difficile; maledivo Londra, ed odiavo il sole che mi aveva spinta verso Brighton. Rabbia e disperazione si agglomeravano dentro di me e ne trattenevo a fatica lo scoppio.

Quando infine mi resi conto di non poter più domare la paura, decisi di coinvolgere nella delicata faccenda il mio anziano compagno. Lo svegliai, e mi impegnai a spiegargli in inglese quale fosse il mio problema. Il vecchio mi ascoltava senza rispondere; corrugava la fronte come se non mi capisse e ogni tanto sorrideva dando segno di non cogliere assolutamente la gravità della situazione. Solo alla fine del mio lungo discorso, capii dalla sua reazione che era ubriaco. L'uomo si alzò e, urlando e sghignazzando, si sbizzarrì in una sequela di frasi incomprensibili, nelle quali potevo afferrare solo qualche parola: “A bomb? Wonderful!”.

Incredula, non potevo capire cosa potesse trovare di tanto meraviglioso in una bomba, decisi di correre ad avvertire il macchinista prima che fosse troppo tardi, ma il vecchio mi trattenne stringendomi per un braccio. Allungò una mano verso la scatola; sapevo che non si rendeva conto del pericolo a cui andava incontro. Urlai per fermarlo, ma, in preda all'angoscia, la mia mente sembrava aver cancellato il 'vocabolario' inglese e non riuscii a reperire neppure una delle parole che mi potessero essere utili in quel momento. L'ultima cosa che ricordo di quella situazione fu il vecchio ubriaco che, ridendo, afferrò la scatola nera; poi, mi risvegliai all'ospedale.

Non appena fui lucida chiesi se fosse scoppiata la bomba. “Bomba?” si stupì il medico che mi aveva curata. “Lei è stata trovata in metropolitana svenuta, e un vecchio signore ha dato l'allarme!” mi spiegò.

“Ma… la scatola?” chiesi non riuscendo a ricostruire l'accaduto.

“Quell'uomo ha lasciato qui una scatola nera. Ha detto che, a quanto gli era sembrato, lei ci teneva particolarmente, così si è raccomandato che gliela recapitassimo”.

“L'ha lasciata qui?!” chiesi confusa.

“Certo, eccola!” rispose allungando un braccio.

La guardai con stupore, era proprio lei, la bomba della metropolitana che tanto mi aveva terrorizzata. Aprii delicatamente la scatoletta, ancora impaurita per le eventuali conseguenze che poteva provocare.

Nel vedere il contenuto arrossii violentemente, in preda ad un indescrivibile imbarazzo. “Calzini!” eslamai incredula, comprendendo finalmente tutto ciò che era successo.

“Che stupida, svenire per tre paia di calzini nuovi!” rimuginavo in silenzio sperando che nessuno avesse ricostruito i fatti. Poi, ripensando alla traumatizzante esperienza, mi accorsi di quanto la vita fosse bella ed importante.

Appena mi ripresi dallo shock, vedendo il sole filtrare attraverso i vetri, ripensai a Brighton: “Niente di perso!” mi dissi; e rimandai l'escursione al mattino seguente, sperando che Londra mi regalasse un'altra caldissima giornata mediterranea.

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Come citare questo articolo

Viviana Segantin. “La bomba”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-bomba/

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