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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Pasquetta nel Delta

Una piacevole escursione lungo il Po di Gnocca. Pranzo nel casone galleggiante di Ca' Lattis

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 22–25

Per Pasqua non avevo fatto alcun progetto. E del resto il tempo umido e ventoso dei giorni immediatamente precedenti la festa aveva ulteriormente scoraggiato la formulazione di ipotesi turistiche. Accolsi perciò con piacere la notizia di una gita nel Delta, organizzata per il Lunedì dell'Angelo, “Pasquetta”, come si dice non solo qui in Polesine. Nel ciclostilato di invito, diffuso dall'associazione “Turismo & Cultura”, si chiedeva di portare con sè, oltre all'allegria, alcune uova sode per riattualizzare la “gara del cozzo” che nella nostra terra ha origini lontane.

Nel luogo stabilito per il raduno mattutino, a Rovigo, fummo tutti puntuali e pertanto la partenza per il Delta (ognuno col proprio mezzo) avvenne nel pieno rispetto dei tempi. La speranza che il sole riuscisse a consolidarsi in cielo, fugando alcuni addensamenti nuvolosi che apparivano più intensi a settentrione, sembrava realizzarsi man mano che procedevamo verso la meta. Superato il paese di Taglio di Po, percorremmo un breve tratto della Romea per imboccare poi, a sinistra, la strada meridionale del Delta polesano, con destinazione Gorino Sullam, dove ci attendeva Michele col suo battello, il Rodry, per un'escursione sul Po.

Tirava vento sull'argine del fiume e la temperatura era ancora piuttosto bassa nonostante fossero già le dieci. Ma il sole luminoso, in un cielo completamente sgombro di nubi, prometteva di riscaldare l'atmosfera.

Cortese e cordiale come sempre, Michele ci accolse sul battello, mettendoci al corrente che si trattava della prima escursione dell'anno, e che dalla nostra iniziativa, traeva buoni auspici per la stagione turistica che stava per aprirsi.

Azionato il motore, il battello cominciò a scivolare docilmente sulla liquida superficie del Po di Gnocca, mentre il nostro nocchiero ci informava sulle caratteristiche del fiume, con riferimenti alla stagione, alle possibilità di pesca e anche, purtroppo, con rilievi dolorosi sull'incuria e la maleducazione visibilmente simboleggiata da alcuni contenitori in plastica annidatisi nel vicino canneto.

A bordo del Rodry il gruppo iniziò ben presto ad animarsi: i più esperti non avevano difficoltà ad avvistare germani ed aironi tra i canneti ancora segnati dalle tonalità giallo-ocra della stagione invernale, interrotte qua e là da verdeggianti macchie dell'incipiente primavera.

Frattanto, a poppa dell'imbarcazione, Donatella aveva dichiarato aperto il gioco del cozzo delle uova, stabilendo i primi abbinamenti per la “disfida di Pasquetta”, come fu subito battezzata la gara, impareggiabilmente arbitrata da Raffaele.

Non ricordo chi sia stato il vincitore finale della “singolar tenzone pasquale”, ma ho ben presente che l'aria frizzantina, risalendo dalla superficie delle acque non più dolci ma non ancora completamente salate, aveva stimolato un certo appetito per cui le uova, che nel cozzo avevano riportato la rottura del guscio, trovarono pronti degustatori.

Michele, il nostro accompagnatore, ci informava frattanto sull'origine dei toponimi locali. Apprendemmo così che il Po di Gnocca deve il suo nome all'epiteto, di origine non certo dotta, che nelle nostre zone viene usato per definire una bella giovane donna: “‘na bela gnoca”. Il termine originario del ramo del fiume (del resto ancora presente in molte carte geografiche) è Po della Donzella, sostantivo questo di origine letteraria, ma di più ampia comprensione, che sarebbe stato attribuito al corso d'acqua in seguito ad un infausto suicidio per amore di una giovane del luogo, che vide i suoi sentimenti contrastati dalla aristocratica famiglia veneziana dell'amato. Di qui l'insano gesto che legò indissolubilmente quel ramo del Po ad una presenza femminile.

Meno romantica e più concreta la derivazione del toponimo della Sacca di Scardovari. L'insenatura (sacca) era meta dei pescatori di scardole, gli scardolari o scardovari per l'appunto, oggi sostituiti dai mitilicoltori che nella zona hanno seminato con ottimi risultati le vongole, il cui raccolto, abbondante e remunerativo, ha suscitato interessi non certo turistici: di qui la “guerra delle vongole”, che purtroppo ha avuto nella zona di Pila anche il suo tragico tributo di sangue.

Avevamo frattanto raggiunto il faro del Bacucco, in terra ferrarese all'estremità del Po di Gora, dove decidemmo di invertire la rotta per rispettare il nostro programma che prevedeva il pranzo presso il casone galleggiante in zona Ca' Lattis.

Il casone era stato costruito sopra una grande zattera in cemento, ormeggiata al riparo di una insenatura golenale, un tempo adibita, insieme ad altri manufatti gemelli, a sostenere un ponte di barche sul Po.

Il casone-rifugio, che era stato ideato e realizzato da un gruppo locale di amanti delle tradizioni del Delta, era protetto da una penisoletta arquata, ricoperta di vegetazione spontanea, e si presentava ottimamente attrezzato per un piacevole ristoro.

Ad attenderci trovammo il presidente della cooperativa “Turismo & Cultura”, che ha in consegna l'originale ostello; con altri solerti aderenti all'associazione, egli stava provvedendo alle necessità della cucina.

All'interno, due tavolate disposte parallelamente lungo le pareti del casone, erano già apparecchiate, mentre su un grande camino, che occupava quasi tutta la parete di fronte all'entrata, scoppiettava un fuoco vivace. L'ambiente era invaso dall'appetitoso profumo del pesce in fase di cottura. Al centro dell'unico grande stanzone, sospesa alla volta del soffitto, pendeva una artistica gabbia decorata con smalti policromi: all'interno due bianche colombe simboleggiavano il segno pacificatore della Pasqua.

Pranzammo con appetito e buon umore, indirizzando più volte i nostri complimenti ai cuochi. Un gigantesco uovo di cioccolata, confezionato dalla ditta lendinarese Rital, fu alla fine aperto, mentre un improvvisato coretto animatamente intonava: “La porta un litro de 'chel bon, siora parona!”. Dopo un ultimo brindisi conviviale, che naturalmente fu indirizzato alla salute di tutti i presenti, uscimmo per una passeggiata sull'argine del Po.

Mentre seduti sul verde pendio arginale gustavamo il ristoro del dopopranzo, scambiandoci promesse di un prossimo appuntamento nel Delta all'inizio dell'estate, registrammo alcune visite gradite, tra cui quella di un gruppo di ragazze veronesi che, scaricate le biciclette da un pulmino, ci informarono del loro progettato itinerario ciclistico sul Delta e dell'intenzione di usare il casone galleggiante come ricovero notturno. Idea che naturalmente ricevette il nostro plauso.

Ma la nostra giornata non si era ancora conclusa: ci attendeva il Castello della Mesola, ex residenza estiva e di caccia degli Estensi di Ferrara, che sorge sul ramo destro del Po di Gora. All'interno potemmo ammirare fra l'altro un'ampia mostra pittorica dedicata ai ritratti eseguiti dai più prestigiosi artisti italiani del novecento.

All'uscita dal castello, mentre gli ultimi bagliori del sole al tramonto stavano per spegnersi, ci riunimmo per un ultimo saluto collettivo, rinnovando la promessa di un'altra immancabile rimpatriata nel Delta.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Pasquetta nel Delta”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/pasquetta-nel-delta/

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