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STORIA - TRADIZIONI

Gli ebrei a Rovigo

Il ghetto fu imposto alla comunità ebraica nei primi decenni del XVII secolo dal clima della Controriforma, ma anche con lo scopo di salvaguardarne la presenza sul territorio per esigenze di ordine economico

di Carla Boccato

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 48–55

Gli israeliti nel Veneto ebbero frequenti e favorevoli opportunità di insediamento e di integrazione con la popolazione delle città nelle quali li avevano condotti le attività di prestatori, banchieri, sensali, e i commerci.

Ovunque la loro presenza assunse caratteri di stabilità; ancorché nella coercitiva urbanizzazione imposta dai ghetti, sorsero i loro cimiteri, emblematici di una concreta “saldatura”, anche sotto l’aspetto psicologico, intervenuta tra la componente ebraica e la popolazione locale. Pertanto al progressivo stabilizzarsi della loro presenza nel territorio, si è accompagnato il sorgere in Rovigo di ben tre cimiteri, due dei quali tutt’ora esistenti.

Il più antico, risalente sembra (ma non vi sono certezze) al secolo XVII, ubicato fuori porta Arquà in località denominata “Pestrina”, fu abbandonato da tempo immemorabile e, stando alla testimonianza di Federico Luzzatto, già negli anni ’30 non presentava più traccia di lapidi. Circa gli altri due, uno era quello fuori porta S. Francesco, situato tra via Verdi e via Mure Soccorso, un tempo proprietà della Confraternita Ghemilut Chasadim (Fraterna della Misericordia) che curava le onoranze funebri e l’accompagnamento dei morti a sepoltura; l’altro, il più recente, posto nell’attuale via Stacche alla Madonna dei Sabbioni, inaugurato intorno al 1820 (nel quale sono stati portati anche taluni resti provenienti da scavi effettuati nell’area di via Mure, citata) è attualmente ancora in funzione, sottoposto alla giurisdizione della Comunità israelitica di Padova.

La presenza documentata di ebrei in Polesine risale agli ultimi anni del secolo XIV. Al 1506 data il primo documento che ne attesta ufficialmente l’attività di prestatori in Rovigo. Il rinnovo, espresso o tacito delle così dette “condotte di banco” a partire dal 1° Maggio 1570, (epoca in cui il permesso di tenere in città un banco di prestito venne accordato dalle Autorità locali, per dieci anni, a tali Madonna Dolce relicta di Salomonino e a messer Consiglio suo cognato, nonché a messer Rafael ed Elia fratelli, figli del fu Mazo di Padova), agì quale fattore di ulteriore stabilizzazione di tale presenza e ne rafforzò, col tempo, l’essenziale apporto finanziario alla languente economia locale e alle impellenti necessità di denaro della popolazione, esigenze che il Monte o Fontego del frumento, creato nel 1508, non risultava in grado di soddisfare a causa, soprattutto, così sembra, di problemi di gestione.

Da tale attività di prestatori (è noto che il diritto canonico vietava l’usura ai cristiani, in base al principio per il quale pecunia pecuniam parere non potest), emergerà, col tempo, la privilegiata ed influente figura del “banchiere”, facente capo alle due eminenti famiglie dei Salomon e dei Consiglio, costituenti una sorta di classe eletta, all’interno della Comunità medesima.

Il Cinquecento fa registrare, per la Cattolicità, la perdita della Germania e del mondo anglosassone. Dopo il Concilio di Trento già si delineano le premesse di quella Controriforma che con i suoi rigori e la stretta ortodossia, connoterà di sé il secolo seguente.

La ricaduta di un tale clima avrà ripercussioni negative anche sull’elemento ebraico, e infatti il Seicento può essere considerato per l’ebraismo veneto – ma non solo veneto – come l’età dei ghetti. In ordine di tempo essi sorgono a Verona nel 1599, a Padova nel 1601, a Rovigo nel 1612, a Conegliano nel 1637, ad Este nel 1666 e a Ceneda, addirittura, verso le metà del ’700.

Dall’accezione talmudica ghet (dispersione, diaspora) secondo l’interpretazione lessicale del termine, in realtà si è più propensi a riconoscere all’espressione ghetto la valenza di toponimo e precisamente del luogo ove si fondevano (da getto, gettare) i cannoni nella Venezia del ’500, cioè la località di S. Gerolamo, nel sestiere di Cannaregio, dove nel 1516 venne costituito il primo ghetto della storia, prototipo e modello istituzionale di quelli che, come si è detto, si sarebbero poi diffusi nel secolo successivo.

Tale formula comporta l’individuazione e l’assegnazione agli ebrei (e in un più esteso concetto, a minoranze emarginate) di uno spazio abitativo separato artificialmente – in genere con recinti in muratura – dalla città, all’interno del quale la Comunità ha l’obbligo di risiedere, svolgere le proprie attività, tenere scuole, luoghi di culto ecc.

Tale quartiere separato ed esclusivo, dal quale è consentito uscire soltanto in certe fasce orarie della giornata (con divieto nelle ore notturne, ad esempio, in cui i suoi accessi vengono chiusi), nell’intendimento dell’Autorità che lo istituiscono e, come si è ricordato, sull’onda delle cautele e delle diffidenze di matrice post-tridentina, assolve essenzialmente la funzione di separazione fisica tra l’elemento ebraico e la popolazione cristiana, al fine di preservare quest’ultima da troppo frequenti contatti ed influenze con “infedeli” e quindi dalla paventata contaminatio.

Prescindendo dalle considerazioni negative sull’istituzione “ghetto”, si può ad ogni buon conto osservare come tale formula abbia avuto il potere di rafforzare, tra l’altro, il processo di consolidamento delle strutture comunitarie dell’ebraismo veneto e ne abbia difeso i valori della tradizione, determinando la proliferazione dei luoghi di culto – sinagoghe –, di istruzione – Midrash – e, appunto, di cimiteri o “case dei viventi”, in parallela corrispondenza al costituirsi dei quartieri-ghetto.

A Rovigo, il 4 novembre 1612, il Consiglio cittadino deliberava con apposita Parte assunta con 31 voti favorevoli e 4 contrari, la creazione del ghetto, con l’esplicito intendimento di limitare il contatto reputato “scandaloso” (sic) tra la popolazione cristiana e l’elemento ebraico, la cui presenza in città e nel territorio si era intensificata con l’afflusso di israeliti da territori limitrofi, in particolare da Ferrara. Tale città, come è noto, alla fine del ’500, venuto meno il dominio del governo Estense, era entrata a far parte dello Stato della Chiesa assumendo di conseguenza una posizione più rigida nei confronti degli Ebrei il cui ghetto sarebbe stato istituito intorno al 1626.

Il Consiglio di Rovigo, nel chiedere in pari data al Governo di Venezia (di cui il Polesine era suddito dal 1515) l’autorizzazione a concentrare gli ebrei in quartiere separato, in definitiva si allineava alle generali tendenze del momento nei confronti di tale Comunità, assecondando una duplice e contrastante esigenza: ottenere la formale separazione dei loro membri, ma nel contempo garantirsene la presenza continuata e regolare in ambito locale, per le irrinunciabili esigenze di ordine economico che facevano capo, soprattutto, all’attività dei prestatori.

Il 28 dicembre di quell’anno, il Doge di Venezia accoglieva l’istanza dei maggiorenti sudditi di Rovigo, prevedendo contestualmente l’obbligo nei loro confronti, di individuare il luogo da destinare alla dimora coattiva degli ebrei e di emanare apposite norme o Capitoli atti a disciplinare la vita della Comunità nel ghetto e nei rapporti esterni.

Due gentiluomini rodigini di famiglia influente e titolari di cariche pubbliche, Gasparo Roncale e Antonio Raimondi, provvidero nei due anni a seguire, per incarico del Consiglio, a mettere a punto un articolato d 15 Capitoli, che il Consiglio stesso approvava il 1° agosto 1615 e che otteneva il placet del Governo veneziano il 26 novembre 1616.

Altro tempo si rese necessario per localizzare lo spazio destinato a concentrare le famiglie israelite e che, a regime, venne a coincidere pressapoco con le attuali aree di Piazza Merlin e del Mercato Annonario; alla data del S. Michele (29 settembre) 1617, venne previsto l’ingresso nel ghetto di 17 famiglie ebree, ma sarà necessario circa un altro decennio (1627) per la completa attivazione della struttura.

Col tempo, il ghetto di Rovigo assunse l’aspetto di vera e propria fortezza quadrilatera, separata dalla città da una “muraglia a due teste di almeno nove piedi” e chiusa da portoni, uno dei quali riservato al transito dei carri. Il perimetro del quartiere aveva i lati lungo le mura che da porta S. Bartolomeo conducevano al Terraglio, lungo la via Pubblica, lungo lo stesso Terraglio e l’ultimo lato chiudeva sull’attuale via X Luglio, a ridosso della cinquecentesca chiesa di S. Antonio Abate o S. Domenico.

Dunque una sorta di cittadella nella città, in pieno centro urbano, dotata di proprie organizzate strutture, tra le quali la Sinagoga di rito ashkenazita, in relazione alla prevalente origine tedesca dei componenti la Comunità.

Tale edificio di culto venne distrutto con la demolizione di parte del ghetto voluta nel anni ’30 dal regime fascista. Federico Luzzatto ricorda che “Il Tempio era ampio e luminoso, con forma leggermente ellittica, sobrio nelle decorazioni, ma ricco di dignità e suggestione; a pianterreno si trovava il Beth-ha midrash, di proprietà della Fraterna della Misericordia. Il rito osservato era quello tedesco”.

Il pavimento, gli ornamenti marmorei e l’arca lignea scolpita nel 1642, salvati dalla demolizione, furono successivamente trasportati nella nuova sede di via Corridoni 8 e, successivamente, passato tale edificio in proprietà di un privato, a Padova.

Alla testimonianza di Federico Luzzatto facciamo ancora ricorso per la descrizione del ghetto come esso si presentava poco prima dell’intervento di demolizione. Egli ne descrive il tipico assetto urbanistico connotato da case multipiani, per la carenza di spazi edificabili che rendeva necessario sopraelevare in altezza, dotate di piccole finestre. Il quartiere si snodava intorno a due grandi cortili (Piazzale primo e Piazzale secondo); la prima rampa di scale in molti edifici era esterna, gli anditi simili ad oscuri corridoi, i soffitti bassi.

Il regime di clausura era sottolineato anche da richiami esteriori; ancor oggi, spostata e sovrapposta ad uno dei cancelli che immettono al Mercato Annonario, è leggibile la lapide² che un tempo appariva sull’ingresso principale del ghetto. Essa risale all’anno 1627; venne manomessa all’epoca dell’avvento dei francesi, alla fine del ’700, che segnò la chiusura dei ghetti in ossequio ai principi di libertà, fraternità e uguaglianza postulati dalla Rivoluzione e, attualmente, rievoca la memoria di una discriminazione che di fatto a Rovigo fu piuttosto blanda, in quanto il regime di clausura e di separazione imposto agli ebrei conobbe molteplici deroghe ed attenuazioni.

“La clausura – scrive in proposito Luzzatto – non dovette mai essere troppo rigorosa e lo spirito della popolazione… era, quando non intervenivano particolari eccitamenti, più largo e tollerante di quello di altre città…”

In effetti, già i ricordati Capitoli del 1615, portavano eccezioni a vincoli di carattere generale che si riscontrano in altri ghetti italiani dove furono invece rigidamente osservati.

Ad esemplificazione, ricorderemo che agli ebrei di Rovigo fu consentito di partecipare, con le proprie mercanzie, all’annuale Fiera di ottobre; di tenere fuori dal ghetto, praticamente sulla pubblica piazza (e questo per la ristrettezza del quartiere) magazzini e botteghe di generi molteplici (e, quindi, non solo della tradizionale marzaria od usato); di avvalersi di servitù e balie cristiane. Né va dimenticato il regime di particolare privilegio di cui furono gratificati i già citati banchieri, autentica forza economica del Polesine.

Possiamo quindi concludere che il ghetto, sorto a Rovigo in ossequio all’ortodossia religiosa dell’epoca, in effetti non si tradusse in uno strumento di reale e capillare coercizione per la Comunità. Un intreccio di situazioni consuetudinarie, di interessi economici, di dipendenza della popolazione locale, dai canali del prestito e dai rapporti con i prestatori di denaro, fecero sì che l’elemento ebraico si integrasse in maniera penetrante ed osmotica con la collettività cittadina.

NOTE

¹ Lo studio qui pubblicato è tratto dalla relazione presentata il 2 dicembre 1990 all’incontro presso il Teatro Sociale di Rovigo per il concorso-idea sul recupero di piazza XX Settembre bandito dal Comune di Rovigo.

Il contributo ripropone alcuni contenuti della relazione sul tema Minoranza ebraica e popolazione cristiana a Rovigo nel Seicento: il Ghetto, una formula attenuata di separazione, (cfr. nota bibliografica a seguire).

L’Autrice desidera ringraziare particolarmente il prof. PierCesare Ioly Zorattini dell’Università degli Studi di Udine, ordinario di Storia dell’ebraismo, per i riferimenti sui cimiteri ebraici tratti da un suo contributo su I cimiteri ebraici nella terraferma veneta, presentato in occasione della Giornata di studio per il secentesimo anniversario della fondazione del cimitero ebraico di S. Nicolò di Lido, nella sede della Comunità israelitica di Venezia.

² La lapide posta all’ingresso del Ghetto di Rovigo riportava la seguente iscrizione, divenuta pressoché illeggibile: “INFRA HAEC SEPTA IUDEOS COERCENDOS / RHODIGINI PATRES CENSUERUNT / NE EORUM CONVERSATIONE / CRISTIANORUM RELIGIO LAEDEATUR / MDCXXVII. MARINO ZANE PRAET. VIGIL. / DELAITO DELAITO EQUITE ET / HERCULE ACHARTIS REGULATORIB. / ANTON. RAIMUNDO EQ. AC. I. C. ET GASPARE RONCALLIO PRAESIDENTIB”.

BIBLIOGRAFIA

Si ritiene utile far seguire in progressione cronologica le referenze bibliografiche edite e manoscritte accertate, sulla presenza degli Ebrei in Polesine.

R. Cessi, Gli Ebrei in Rovigo ed il commercio della lana (secolo XVIII), Padova, 1904.

Id., Alcuni documenti sugli ebrei del Polesine durante i secoli XIV e XV, in «Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti di Padova», vol. XXV (1908-1909).

F. Luzzatto, La Comunità ebraica di Rovigo, estratto da “La Rassegna Mensile di Israel”, X (1932), pp. 3-19.

G. Piva, Il Ghetto di Rovigo, “Ambrosiano”, 2 aprile 1932.

C. Roth, Gli Ebrei in Venezia, Roma, 1933.

A. Milano, I primordi del prestito ebraico in Italia, “La Rassegna Mensile di Israel”, XIX (1953).

R. De Felice, Storia degli Ebrei Italiani sotto il Fascismo, Torino, 1961.

A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino, 1963.

C. Semenzato, Guida di Rovigo, Vicenza, 1966, pp. 168-169.

C. Boccato, Interventi del Governo Veneziano contro l’esportazione e l’incetta della lana in Rovigo nel secolo XVIII, “Rassegna Economica del Polesine”, n. 11-12 (1972), pp. 41-42.

L. Stocco, Moneta e Credito nel Polesine di Rovigo fino al XVII Secolo, Rovigo, 1973.

L. Caniato, Rovigo: Una Città inconclusa, Treviso, 1974, pp. 71-75.

R. Negri Carugini, Notizie per una storia degli Ebrei in Rovigo dal XV al XVII Secolo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Lettere e Magistero, a.a. 1975-1976.

Relazioni di Rettori Veneti in Terraferma, VI, Podestaria e Capitanato di Rovigo, Milano, 1976.

A. Cappellini, Rovigo nella storia e nell’arte, s.l.e, 1983, pp. 133-134.

A. Massarente, L’iscrizione nell’elenco delle strade comunali delle piazzole e delle vie del Ghetto di Rovigo. Condizioni igienico sanitarie del Ghetto nel 1904. Relazione presentata al IX Convegno di Studi di Storia Polesana promosso dall’Associazione culturale Minelliana di Rovigo (1983).

C. Boccato, Il Ghetto, oggi: polo dimenticato della storia economica della città, “Rassegna Economica del Polesine”, maggio-giugno 1984, pp. 58-63.

Id., Intorno ad alcuni affreschi del Ghetto di Rovigo, idem, ottobre-novembre-dicembre 1986, pp. 50-54.

Le “Iscrizioni” di Rovigo delineate da Marco Antonio Campagnella. Contributi per la storia di Rovigo nel periodo veneziano, Trieste, 1986, pp. 333-334.

B. Rigabello, Il Monte di Pietà di Rovigo e gli antichi Istituti di pegno del Polesine, Rovigo, 1987, pp. 17-21; 71-76.

C. Boccato, Minoranza Ebraica e Popolazione Cristiana a Rovigo nel Seicento. Il Ghetto, una formula attenuata di separazione, in «Atti del XIII Convegno di Studi Storici su Eresie, Magia e Società nel Polesine tra ’500 e ’600» a cura di A. Olivieri, promosso dall’Associazione Minelliana, Rovigo, 1989, pp. 93-102.

Id., Percorso di idee per una Rovigo “riscoperta”, “Rassegna Economica del Polesine” Ott.-Nov.-Dic. 1990, pp. 34-36.

Tra i manoscritti che conservano testimonianze sulla presenza degli Ebrei a Rovigo e nel Polesine, si citano, a semplice esemplificazione orientativa, i seguenti:

Archivio di Stato di Rovigo, Mappa del Catasto Austro Italiano e Buste Speciali (contenenti, tra l’altro, alcune relazioni tecniche sulla demolizione del Ghetto). Presso l’Archivio stesso, i fondi dei notai conservano, con molta probabilità, atti tra vivi e cedole testamentarie rogati per conto di ebrei locali. Analoga presenza è stata accertata dall’A. presso le Sezioni Notarili di altri Archivi di Stato (es. Venezia) e qui la si pone come proposta di ricerca, in considerazione che la prolungata e stabile permanenza di israeliti in Rovigo e nel Polesine, non può non aver prodotto anche atti di tale natura.

Archivio di Stato di Venezia, Ufficiali al Cattaver, b. 269, filza 62 (copie a stampa settecentesche di atti istitutivi del Ghetto di Rovigo).

Biblioteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo; Archivio Storico del Comune di Rovigo, Registri del Consiglio H, cc. 206r, 221r; I, cc. 4v, 5r, 6v; Concordiana, 37, cc. 487-490; 490-93; 507; Silvestriana, b. 35, fasc. 10, c.n.n.; b. 48, fasc. 8, c.n.n.

Biblioteca dell’Università degli studi di Padova, Raccolta Morpurgo.

Si rammenta, altresì, che con l’intervenuta soppressione della Comunità israelitica di Rovigo, i documenti d’archivio di pertinenza della stessa sono stati acquisiti dalla Comunità di Padova.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Carla Boccato. “Gli ebrei a Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-ebrei-a-rovigo/

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