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STORIA - TRADIZIONI

La calà della forca

Presso Badia, una località dal nome sinistro evoca storie di morte e patiboli. Vittima innocente fu nel 1859 il povero Franzoso, scambiato per francese

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 56–60

Il colpo d’occhio, che offre la carta topografica di Badia Polesine, è quello di una somiglianza impressionante con una candida farfalla adagiata nel bel mezzo della pianura a ridosso dell’Adige, con le punte delle ali perse ad oriente fra i campi, ed insinuata ad occidente fin dentro gli abitati di Baruchella e Castagnara. Anche Lendinara però non è da meno: allunga i suoi tentacoli possessivi fin sotto il naso di Villanova del Ghebbo, sbircia Fratta da dietro la stazione ferroviaria, arrivando sulla sinistra Adigetto ad un tiro di schioppo dal campanile di Badia.

Stranissimi confini, disegnati da una storia antica, quando i fiumi decidevano per conto degli uomini con rotte disastrose, completati dai desideri dei feudatari, incostanti nel porre le loro proprietà sotto un municipio invece di un altro.

Proprio sul confine sopramenzionato tra Lendinara e Badia, sulla biforcazione che giungendo da Rasa lascia l’argine per calare in Badia, esiste tuttora un piccolo capitello votivo recentemente restaurato (vedasi Ventaglio n. 3 “Il capitello del ritorno”) che, per la sua posizione solitaria fra i rovi e gli alberi, ricorda un più famoso capitello, …quello immortalato dal Manzoni, davanti al quale il povero Don Abbondio fu bloccato dai bravi di Don Rodrigo trangugiando l’altrettanto celebre ambasciata.

E non è forzato il paragone, né irriverente, se si pensa al nome sinistro della località in cui sorge il sacello: “Calà della Forca”.

Qui la vecchia strada provinciale, uscente dal “Cao de villa” di Badia dal piano campagna, sale repentinamente con una breve rampa sull’argine sinistro dell’Adigetto, accorciando il percorso primitivo che la portava con una amplissima ansa fedele al fiumiciattolo fin davanti a Salvaterra.

Sul nome della località sono fiorite le più inquietanti e tenebrose storie; storie provenienti dal passato, ripetute per generazioni davanti al fuoco acceso nei modesti casolari. Un rito che si ripeteva in tempi in cui la povertà era tanta, ed altrettanta la bramosia di sapere, conoscere le vicende di chi ci aveva preceduto, con la fantasia a briglia sciolta, curando il culto dei propri avi, i cui ritratti erano immancabilmente appesi nella sala d’ingresso (…a differenza di adesso che, senza saperlo, finiamo con l’essere figli di nessuno, senza radici, senza un passato, tronfi nel benessere, inebriati dal consumismo, inebetiti dalla televisione che ci illude di esser divenuti tutti cattedratici).

Si raccontava dunque che, alla Calà della Forca, si radunavano i ladri per dividere il bottino e per assalire gli incauti viandanti.

Pare inoltre che, proprio in questo sito, avvenissero le impiccagioni dei briganti infestanti il circondario di Badia attorno al 1820; il che confermerebbe il terribile termine che individua il crocicchio: forca, ossia patibolo.

Va infatti ricordato che, passato il ciclone Napoleonico, un gran numero di sbandati, reduci dalle innumerevoli campagne di guerra, non riuscendo ad integrarsi nella mutata situazione, si diedero alla macchia, saccheggiando casolari isolati, assalendo la gente per strada, incendiando per terrorizzare la popolazione.

Erano in quel periodo gli austriaci i padroni di turno delle nostre disagiate contrade. L’aneddottica ottocentesca, a Risorgimento ultimato, fece tutt’uno di briganti e patrioti per il solo fatto che il loro comune nemico era l’Austria. Ma nel luogo, così fuori mano da Badia, se esecuzioni capitali vi furono, se ne ricava che dovettero compiersi sul capo dei briganti. Il governo militare di Radetzky riservava infatti ai patrioti condannati politici ben altri patiboli, su altre piazze, davanti alle folle.

Furono quelli tempi atroci di passaggi d’eserciti invasori di alternanza e di potenze dominatrici; confusione e instabilità furono i germi nefandi che favorirono il brigantaggio. Famosi sono rimasti nella bassa Padovana le gesta dei briganti Sexe e Stella, taglieggiatori ed assassini, spauracchio delle popolazioni di campagna, tanto che, ancor oggi, per definire un ragazzo scapestrato e mascalzone, si usa esagerare come da antico costume dicendo: “El xe on sassin da strada”.

Se i palazzi dei ricchi, ubicati in città e costruiti con blocchi di marmo, erano inattaccabili, per i poveracci, isolati nei poderi, erano invece dolori: basta entrare in una di quelle piccole case basse ormai abbandonate che costellano il paesaggio polesano, per accorgersi che anche le più misere sono munite di robuste inferriate alle finestre.

Cosa potevano servire le inferriate? Non certo a parare i gelidi spifferi dell’inverno, né a trattenere le fastidiose zanzare d’estate… Erano la naturale difesa contro i malintenzionati, e davano modo agli occupanti di prendere tempo, salire sui tetti attraverso gli abbaini e gridare aiuto. In alcune di esse, inoltre, appena varcata la soglia, si notano sul soffitto, composto di tavole in legno sorrette da travi appena sbozzate, due fori: non sono questi opera dei tarli o dei sorci, ma pertugi praticati apposta dagli inquilini per potervi infilare le canne (da sopra) di un vecchio fucile ad avancarica, e scaricare, sui malandrini che fossero riusciti a forzare l’uscio, una gragnuola di pallettoni e chiodi.

È facile dunque pensare che, in tali luoghi caratterizzati dalla presenza di briganti, non fossero mancate esecuzioni di malfattori tramite l’impiccagione: la forca appunto.

Ma se queste sono ipotesi credibili, di un episodio cruento non si è del tutto spenta l’eco: avvenne certamente alla Calà della Forca un fatto delittuoso, la cui trama, un tempo sulla bocca di tutti, giunse fino alle mie orecchie, portata dal ricordo struggente che alcuni vecchi conservarono dell’avvenimento, vissuto e cento volte narrato dai loro padri.

Correva l’anno 1859, sui campi di gloria di S. Martino e Solferino l’Italia risorgimentale aveva appena colto due sfolgoranti vittorie; gli austriaci, sconfitti dagli eserciti congiunti di Vittorio Emanuele II e Napoleone III imperatore di Francia, dopo una breve e ordinata ritirata si erano rinchiusi entro le fortezze del Quadrilatero (Legnago era la più prossima a noi) apprestandosi a resistere per non dover cedere, oltre la Lombardia ormai liberata, anche il Triveneto.

Il fermento fra le popolazioni nostre era palpabile; alcuni coraggiosi, sfidando la pena di morte, erano corsi ad arruolarsi sotto le bandiere di Vittorio Emanuele e di Garibaldi; gli austriaci avevano emanato decreti severissimi comminando con prodigalità la pena di morte in zona di guerra.

Le truppe dell’immenso impero Austroungarico vivevano da mesi in stato di allerta, esasperando i controlli, effettuando perquisizioni ed arresti; avevano istituito un servizio permanente di pattugliamento su tutte le strade carreggiabili non appena era stata dichiarata la guerra col Piemonte (Il guerra d’indipendenza).

Un picchetto armato, comandato da un caporalmaggiore, marciava guardingo coprendo il tratto di strada arginale che da Salvaterra conduce a Ramodipalo sul lato destro dell’Adigetto.

Sulla piazza di Ramodipalo si sarebbero dovuti incontrare con la pattuglia proveniente da Lendinara, scambiarsi informazioni ed ordini, quindi fare un rapido dietrofront per arrivare a Salvaterra all’appuntamento coi commilitoni provenienti da Badia.

Erano le nove di una domenica mattina, compiuti all’incirca mille passi, i soldati si trovarono dirimpetto alla Calà della Forca, nel punto in cui gli argini si avvicinano particolarmente; scorsero sull’argine di sinistra un uomo, dal fare sospetto, che bighellonava e gesticolava.

Chi lo sa, …forse voleva prendersi gioco dei militari ingabbiati nelle bianche uniformi col kepì abbassato fidando nell’Adigetto scorrente nel mezzo, forse più semplicemente aveva qualche suo cruccio che lo tormentava; fatto sta che il caporale insospettito, per sapere qualcosa, fermò delle donne che tornavano dalla messa a piedi.

Con quelle poche parole che conosceva della nostra lingua chiese brusco: “Mamma, chi essere questo?” accompagnando la gutturale richiesta con l’indice puntato al misterioso personaggio di là dal canale.

Una di loro che lo conosceva bene, candidamente rispose: “E xe on certo Franzoso …el ndarà pai so intaressi”.

Quelle parole sul graduato d’oltralpe fecero l’effetto d’un fulmine; erano stati segnalati agenti segreti infiltrati nelle retrovie, per preparare il terreno alle prossime battaglie sulla linea dell’Adige.

Perso il lume degli occhi, e senz’altro voler sapere, urlò nella sua secca lingua: “Alarm!!! Franzose …Franzose …Feur …schnell, Schnell!!!” (Allarmi!!! Francese …Francese …fuoco …presto, presto!!!).

Fu un lampo, imbracciati i fucili i soldati austriaci spararono al povero malcapitato Franzoso, reo di aver un cognome la cui pronuncia suonava incredibilmente simile al tedesco Francese (Franzose …appunto) un nemico.

Cadde stecchito sull’argine della calà della Forca vittima inconsapevole di una guerra di cui probabilmente ignorava le cagioni. Nessuno osò chiarire l’equivoco, regnava la paura che tacitava le coscienze facendo mormorare: “Tasi …no ghe xe rason ca tegna davanti la boca di sciopi”.

Al comando austriaco la cosa tornava comoda quale terribile esempio, la gente però non scordò. E quando, sette anni dopo, nel 1866, il Veneto venne finalmente sollevato dalla presenza straniera, Fuga il cantastorie, portò di paese in paese la vicenda tragica dello sfortunato Franzoso tradotta in musica, mentre sulle piazze si cantava a squarciagola quello che prima neanche si sussurrava nel segreto degli scantinati:

“El generai Radischi (Radetzkj) xe el capo de i sassiniii el magna a crepapanza col pan de i poariniii… E anche Ceco Bepe a forza de picareee (impiccare) de note senza braghe a ghe tocà scapareee”.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “La calà della forca”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-cala-della-forca/

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