In un pomeriggio del settembre scorso, ormai tinto dei colori giallo-brunastri delle foglie morte, noi, soliti amici di sempre, c’eravamo ritrovati a discutere sui problemi della nostra piccola città, quando ad un tratto uscì dalle labbra di qualcuno la notizia che l’ultimo teatro cittadino stava per chiudere definitivamente.
La nostra reazione fu unanime: la cittadina perdeva anche quest’ultimo luogo disponibile dove fare cultura, mentre i cari amministratori se ne stavano beatamente a pensare ai loro problemi di tornaconto.
Fu così che decidemmo di organizzare qualche cosa di eclatante, un qualche cosa che potesse smuovere il torpore nel quale era caduta la nostra città. Da troppo tempo infatti, il paese era diventato un perdente; da quando la crisi economica aveva definitivamente smantellato le fabbriche, la gente sembrava morta, priva di volontà, senza interessi culturali, e quel che più importa senza la forza di poter cambiare questa triste situazione.
Dopo varie proposte, decidemmo di agire concretamente e di scendere in piazza, come si faceva spesso in quei giorni dell’ormai lontano ’68, così carichi di ideali e di speranze.
A noi adesso però la politica non interessava più; quello che volevamo era riportare la nostra città ad un aspetto decoroso, degno del passato illustre che l’aveva vista essere Estense e Veneziana.
Ci ritrovavamo in quei giorni, come i carbonari, in luoghi bui ed appartati, ma il più delle volte il nostro rifugio era nel piccolo studio dalla luce soffusa e dalle pareti affrescate della casa di Andrea. Un luogo quest’ultimo, all’interno di una vecchia dimora seicentesca in riva al naviglio, nel quale persino dai muri trasudava l’amore per il teatro. Vi erano appesi alle pareti vecchi ritratti ormai ingialliti ed ammuffiti di commedie rappresentate anni, forse decenni addietro; in un lato di questa stanza arredata con mobili originali fine ottocento, vi era una libreria con vetrinette dentro le quali si scorgevano testi teatrali ormai letti e riletti.
Fu in quel luogo che partorimmo l’idea di mettere in scena, per quest’ultima serata d’addio, uno spettacolo in collaborazione con tutti gli artisti dilettanti, giovani e anziani, che avevano calpestato, magari solo per un attimo, le oramai sconnesse ed impolverate tavole del vecchio palcoscenico.
Dopo varie notti insonni, spese forse più per stare insieme a vedere l’alba coperta da un impalpabile velo di nebbiolina a mezz’aria, che per lavorare, l’idea finalmente stava prendendo forma: il lavoro svolto a tavolino per la stesura dei copioni e della sceneggiatura era ormai a buon punto; gli artisti sebbene dilettanti, ma non per questo meno preparati, curavano le loro parti con la consueta diligenza, passando e ripassando i passi più difficili; ma ciò non bastava, altro lavoro ci attendeva.
Decidemmo di organizzarci in squadre, per poter ripulire il teatro dallo stato di incuria nel quale giaceva ormai da tempo; rattoppammo i fondali, mettemmo in uso vecchie cantinelle in disarmo, ed infine dovemmo lavorare non poco per riattivare le vecchie linee elettriche, che solo il Padre Eterno ci permise di utilizzare senza danno alcuno.
E fu così, come per incanto, che la sera prestabilita si andò in scena. Il pubblico, l’amato pubblico che per tanti e tanti anni aveva riempito la sua platea ed i suoi palchi era tutto lì, davanti a noi. Come per magia, appena partì la musica, la traboccante sala si ammutolì. Le potenti luci degli spot illuminavano le scene, mai così belle nonostante i rattoppi; l’acustica era perfetta. Dal loggione, appena si aprì il sipario, si levò subito un applauso, meritata ricompensa al nostro duro lavoro.
Ben tre ore di spettacolo, sempre diverso, sempre eccitante, ed infine “Il canto del cigno” e così, come quel vecchio attore protagonista, meditando sul suo passato glorioso finiva i suoi giorni sul palcoscenico, il nostro vecchio e caro teatro finiva la sua vita registrando un lunghissimo e caloroso applauso, tributato più a lui che a noi artisti; un applauso per i tanti momenti di gioia e divertimento che il teatro aveva saputo donare in molti anni al suo pubblico, giunto quella sera purtroppo al suo capezzale.
La magica serata però purtroppo finì e l’indomani, sporco come dopo ogni spettacolo che si rispetti, lo ritrovammo solcato soltanto da quel raggio di sole che da sempre penetrava da una crepa del vetro azzurrato che sovrastava la porta d’ingresso al palcoscenico, nel quale continuavano a danzare senza fine una miriade di granelli di polvere.
Tutto era finito, il nostro ultimo tentativo forse era stato vano, se non altro però uno scossone per una sera il nostro paese l’aveva avuto; avevamo dimostrato a tutti che, se esiste la volontà e la voglia di fare, s’infrange qualsiasi barriera.
Ora, non ci rimaneva altro che sgombrare le nostre cose da quel luogo nel quale non servivano più; dovevamo fare spazio alle ruspe che lo avrebbero abbattuto per erigere una struttura in cui la gente si sarebbe affollata non certo per applaudire, ma per andare di reparto in reparto ad acquistare cibo per saziare la propria fame, non più i propri sentimenti.
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Come citare questo articolo
Paolo Celin. “Morte di un teatro”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/morte-di-un-teatro/