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STORIA - TRADIZIONI

Preziosi frammenti di altare

Vicissitudini e storia dei reperti esposti nella Cattedrale di Adria dopo il restauro.

di Aldo Rondina

Ventaglio Novanta n. 9 1994 pp. 59–65

Nel 1966, con delibera della Giunta Comunale di Adria, venivano restituiti alla Cattedrale 91 frammenti in cotto di fattura tardo rinascimentale custoditi presso la Biblioteca Comunale, provenienti da uno o più altari demoliti della stessa chiesa.

Il provvedimento amministrativo, concordato con l’allora Arciprete, mons. Pietro Mazzocco, comportava l’onere, per quanto fosse possibile, della ricostruzione del manufatto nella cattedrale di San Giovanni, ritenuta luogo originale di provenienza. La Soprintendenza ai Monumenti aveva già espresso il suo parere favorevole al restauro. Ma le speranze di veder compiuta in breve l’opera di ripristino andarono del tutto deluse e purtroppo dovette passare un trentennio perché una parte di quei frammenti potesse essere restaurata e messa a disposizione degli studiosi e dei visitatori. E ciò grazie alla buona disponibilità della attuale Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto di Verona, dimostratasi molto sensibile alle continue sollecitazioni dell’Arciprete mons. Lino Dalla Villa.

Il restauro è dunque giunto finalmente in porto, eseguito con fondi ministeriali da Maurizio Tagliapietra di Verona, diplomato presso l’Istituto Centrale del Restauro, sotto il controllo della Dr.ssa Samadelli. I frammenti, sostenuti da un pannello appoggiato alla parete sud-est della cattedrale di San Giovanni, sono stati disposti secondo la presunta collocazione originale.

Ma chi fu l’artefice dell’opera? E si trattò di uno o di vari autori?

Fino all’inizio degli anni ’50, gli studiosi assegnavano i preziosi frammenti ad un “anonimo maestro delle statuine” che avrebbe operato ad Adria nella prima metà del ’400.

Grazie alla intuizione del prof. Giuseppe Fiocco, che ne individuò il timbro schiettamente toscano, e, successivamente, alla prof. Elena Petrobelli, che svolse puntigliose ricerche d’archivio basandosi sulle vaghe descrizioni della Guida di F. De’ Lardi, oltre che sull’osservazione del manufatti, fu possibile l’attribuzione di una parte dei frammenti (foto n. 1) a quel Michele da Firenze, di casato Dini, girovago discepolo di Lorenzo Ghiberti. Egli, infatti, lasciò proprie opere a Verona, Modena, in Lombardia.

Un secondo gruppo, poco più tardo di circa un decennio, è invece attribuito, come vedremo in seguito, ad un allievo di Jacopo della Quercia rimasto anonimo, e individuato dagli studiosi come il Maestro del monumento Fava, assai attivo in zone dell’Italia settentrionale ancora legate alla cultura gotica.

Elena Petrobelli, prima di giungere a conclusioni precise sulla attribuzione, ha avviato ricerche sistematiche sui frammenti, con risultati che meritano di essere evidenziati per capire meglio la loro collocazione nella storia dell’arte del Veneto.

Seguendo una pista suggerita dall’arch. G.B. Scarpari, grande cultore di cose adriesi, nel 1954, l’illustre studiosa ha innanzitutto scoperto che una parte dei frammenti dello stesso altare erano finiti a Treviso, donati a quel Capitolo, nel 1830, dal canonico Stefano Bocchi della nota famiglia adriese. Dei preziosi manufatti, custoditi nel Museo diocesano di quella città durante il terribile bombardamento del Venerdì Santo 1944, solo quattro furono salvati dal disastro.

La “pista” trevigiana ha permesso di stabilire che i frammenti restituiti alla cattedrale adriese appartenevano a più altari. Certamente a due. Lo provano due bassorilievi dell’Annunciazione esistenti uno ad Adria (molto rovinato), l’altro a Treviso (in migliori condizioni). Sulla pluralità degli altari presso la cattedrale adriese è fatto un breve cenno da Francesco De’ Lardi nella citata guida, stampata nel 1851.

I frammenti attribuiti a Michele da Firenze

Risulta assai interessante percorrere a ritroso la storia dei frammenti attraverso un opuscolo fatto stampare nel 1807 da Francesco Girolamo Bocchi (1784-1810), fratello del canonico Stefano “donatore” dei frammenti a Treviso. La ricerca, dal titolo inequivocabile “Dissertazione sopra una vecchia pala ad uso d’altare che esisteva nella cattedrale di Adria” pone in evidenza le vicissitudini della preziosa opera. L’Autore esordisce informando che “nell’anno 1634, accanto alla porta occidentale del Duomo esisteva una pala con diversi Santi tutti di pietra cotta intagliata con fiori et indorata, vecchia et molto antica”. Lo stesso asserisce che, davanti a quella pala si trovava un tempo un altare. L’Autore della Dissertazione, riprendendo una nota di don Alfonso Bocca, risalente al 1637, ci fa sapere che “…tra le altre figure eravi anche l’immagine della Madonna della Vita… che prima era drio (dietro) il muro del frontespizio (della chiesa) verso il sagrato”. A don Alfonso risultava che davanti a quell’immagine da più di 70 anni, cioè da prima del 1567, non veniva più celebrata la Messa deducendo che, davanti a detta Madonna, “…non si fosse ormai altare…”.

Nell’opuscolo viene poi riportata in dettaglio la descrizione del sacro manufatto.

“Questa Pala di pietra cotta, adorna di molte Sacre Immagini e di gotica architettura, “aveva nel mezzo” la Beata Vergine intitolata la Madonna della Vita, col Bambinello Gesù in braccio, il Santissimo Crocifisso colla B.V. Addolorata alla destra e S. Giovanni Evangelista alla sinistra, S. Pietro Apostolo, S. Agnese, S. Antonio Abate e S. Cristoforo “ai lati”, essendosi tutte le altre parti spezzate in più pezzolini, e trafugate: onde noi di molte ne piangiamo l’irreparabile perdita”. Francesco Girolamo Bocchi commenta che se, in origine, la pala risultava dorata, di quella doratura, nei frammenti, era rimasto ben poco. Tuttavia, la nota di don Alfonso ricorda che: “…dette figure si vedevano dentro varie nicchie o Cappelline preziosamente compartite e disposte; che queste stesse nicchie o cappelline nel loro particolare frontespizio terminavano al di sopra a sesto, o acuto, o triangolare; che venivano separate da alcune colonnette adorne delle loro basi e dei loro capitelli, e che infine terminavano in altrettante cornici”.

Un altro Bocchi, Francesco Antonio, nelle memorie datate 1867, precisa che la grande pala plastica rimase intatta al suo posto fino al 1634, anno in cui, per disposizione del vescovo Germanico Mantica, fu rimossa la graziosa immagine della Madonna della Vita, trasferita ad altro altare della stessa chiesa per una più intensa venerazione.

Proprio questo depauperamento fu la causa principale della completa distruzione della pala ritenuta inutile dal vescovo Mora il quale, nel 1762, ne autorizzò la demolizione. Francesco Girolamo Bocchi, nel citato opuscolo, elenca persino i nomi dei cittadini che si erano impadroniti di alcune statue, murate per devozione nelle case. Era l’epoca in cui gli antiquari presero a frequentare con sempre maggiore insistenza l’area adriese, alla ricerca delle preziose testimonianze greco-etrusco-romane che, con il progredire delle opere di bonifica, affioravano in numero consistente nelle campagne. Frequentando le case dei nobili e dei ricchi ebbero così modo di apprezzare le statue ed i capitelli provenienti dagli altari demoliti, acquisendone ben presto buona parte. Si sa che quei rari manufatti venivano rivenduti come opere di Jacopo della Quercia, o della sua scuola, sbagliando di poco l’attribuzione.

Dell’intera pala rimase la Madonna, la cui immagine restò esposta al culto fino al 1870, anno in cui fu sostituita con la collocazione, nella nuova cattedrale, dell’effigie in marmo di Carrara della B.V. della Salute, opera del veneziano Martino Trevisan.

Da allora, il prezioso simulacro in cotto cadde nell’oblìo per circa un secolo. Ritrovata in un recondito ripostiglio, per fortuna senza danni irreparabili, la statua fu fatta restaurare dall’arch. Scarpari, il quale provvide anche a ’trovarle una adeguata collocazione nella navata centrale della vecchia cattedrale. La prof. Petrobelli, che ha contribuito alla riscoperta, così la descrive:

“È una statua in terracotta ad alto rilievo, non a tutto tondo, di cm. 80 di altezza, che basterebbe col suo fare, davvero alquanto nei modi di Jacopo della Quercia, …a convalidare la probabilità che l’altare da cui proviene fosse quello maggiore dell’antica Cattedrale, come “l’altare delle Statuine” era stato per Modena, tanto assomiglia a quello… È davvero alquanto nei modi del Quercia il bel gioco del manto, drappeggiato nobilmente lungo la snella figura; ed è a suo modo vivo l’accento del capo pensoso della Madre, e inconscio e fresco quello del suo guizzante Bambinello nudo …”.

Partendo dalla datazione dell’“altare delle Statuine” del Duomo di Modena (1442, secondo il Dondi) (foto n. 2) e dai lavori di Belfiore, in Emilia (1441, secondo Adolfo Venturi), le sculture adriesi, secondo la Petrobelli, dovrebbero gravitare attorno al 1440. Per la studiosa modenese esse chiudono l’attività artistica di Michele da Firenze di cui gli studiosi avevano perso le tracce dopo il grandioso lavoro del Duomo di Modena.

I frammenti del Maestro del Monumento Fava

Al gruppo delle terrecotte di Michele da Firenze, restituito alla cattedrale adriese (foto n. 1), fa riscontro il gruppo più consistente di frammenti in terracotta a rilievo di differente provenienza.

Francesca Piccinini di Modena, che ha studiato a fondo i reperti, non ha alcun dubbio nell’attribuire gli stessi all’anonimo Maestro del monumento Fava, così denominato dal celebre sepolcro in terracotta dedicato a Nicolò Fava (morto il 14 agosto 1439) nella chiesa bolognese di San Giacomo Maggiore. Non solo, ma la studiosa modenese avanza anche l’ipotesi che i frammenti citati appartengano tutti ad una pala plastica dedicata alla Vergine, da ricollegare al gruppo della “Dormitio” (presso la Basilica adriese di Santa Maria Assunta, detta della Tomba (foto 3a).

Oltre alla individuazione tra essi di “stringenti affinità stilistiche” e di “una palese complementarietà iconografica con una vasta composizione a bassorilievo”, la Piccinini ritiene appartenenti al gruppo della “Dormitio” alcuni frammenti più significativi: una lastra raffigurante “Cristo con l’animula della Vergine” tra uno stuolo di cherubini (fig. 3b), una seconda con la “Incoronazione di Maria” (fig. 3c), altri due di forma rettangolare, recanti ciascuno una figura maschile di tre quarti (fig. 4d). In base agli studi della professoressa modenese tutti i rilievi esaminati dovevano contribuire in origine a comporre una grande pala d’altare presso la Basilica adriese, dedicata fin dal sec. XIII all’Assunta, presso la quale, oltre ai tanti segni di devozione mariana, è venerato il Transito della Vergine.

La raffigurazione di una grande pala d’altare che narrava le ultime fasi della vita terrena di Maria “seguendo un percorso ascensionale culminante nella incoronazione” potrebbe trovare riscontro, secondo la Piccinini, in due pale lignee intagliate in Toscana negli ultimi decenni del sec. XV: l’ancona frammentaria del Museo di Villa Guinigi e quella della chiesa di San Frediano, entrambe a Lucca, recanti nella zona inferiore il Transito della Vergine e sopra, entro la mandorla, l’Assunta.

Tesi rivoluzionaria, rispetto alle considerazioni fin qui dedotte dagli studiosi, che merita di essere approfondita: ancor oggi alcuni di essi si ostinano a legare le terrecotte adriesi all’area di influenza artistica di Michele.

Proprio per fare chiarezza in questo campo, è auspicabile che anche il secondo gruppo di terrecotte quattrocentesche della cattedrale adriese possa essere messo al più presto a disposizione degli studiosi e dei visitatori.

BIBLIOGRAFIA

BOCCA A., Annali Adriesi a cura di A. Lodo, Minelliana, Rovigo, 1985.

BOCCHI F. G., Dissertazione sopra una vecchia pala d’altare …, Tip. Pretegianni, Adria, 1807.

BONSANTI G., in “Donatello e i suoi: scultura fiorentina del primo rinascimento” (Catalogo della Mostra – Firenze, Milano, 1986, p. 198). Non potendo attribuire tutti i frammenti a Michele da Firenze, aggregando quelli di Adria a quelli dell’Assunta della Sagra di Carpi, l’A. avanza l’ipotesi della attribuzione al figlio Marsilio, noto peraltro solo su base documentaria.

DE LARDI F., Indicazioni storico-archeologico-artistiche utili ad un forestiero in Adria, Tip. G. Grimaldo, Venezia, 1851.

PETROBELLI E., “Michele da Firenze ad Adria” in “Rivista d’Arte”, vol. XXIX (annuario 1954).

PICCININI F., “Uno scultore quercesco-donatelliano ad Adria” in “Ricerche di Storia dell’Arte” (n. 30, 1986).

RONDINA A., Antica città di Maria, Il Culto Mariano ad Adria, Ed. Artigrafiche Diemme, Taglio di Po, 1987.

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Aldo Rondina. “Preziosi frammenti di altare”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/preziosi-frammenti-di-altare/

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