Incontriamo Michele Barin, autentico uomo del Delta, lungo la riva del Po di Gnocca, e precisamente nel capanno dove di solito ripone gli attrezzi da pesca. Da qualche tempo, e in particolare da quando ha lasciato l’attività esercitata per tanti anni, il rustico ricovero costituisce per lui una sorta di rifugio. Forse lo è sempre stato, forse è semplicemente il luogo dove, sentendosi a proprio agio, trascorre la maggior parte del proprio tempo. Il capanno rappresenta la sua vita passata, partecipa di essa ed indugiandovi, il pescatore in pensione riesce a saldare il passato col presente. Nativo di Goro, da trent’anni Michele ha preso dimora a Gorino Sullam, dove vive con la moglie.
Scendendo per la scaletta di legno fin giù verso l’attracco, ci congiungiamo idealmente al suo mondo d’infanzia, al "barcagno" di canna, il casone galleggiante con la vela posta sulla soglia come unico riparo durante il maltempo o la pesca notturna.
Senza sussulti scivoliamo all’interno delle reti coniche del bertovello, inserite l’una nell’altra con maglie progressivamente più fitte. Un bertovello che la nostra guida maneggia abilmente per ripararne la parte superiore unita a rami di salice, piegati e legati a formare un semicerchio.
La rete è emblema e fulcro attorno a cui si sedimenta l’esistenza del pescatore, cadenzata dai ritmi di migrazione e riproduzione del pesce. Un detto popolare ne coglie l’essenza: "Quando la porèta punze, la pàssara onze". La passera depone le uova in autunno inoltrato, periodo in cui ne è sconsigliata la pesca, in quanto sarebbe troppo scarnita per la cucina. Viceversa si presenta grassa e pronta per la cottura (onze) solo a partire da marzo con il germogliare del canneto (quando la porèta punze).
Michele risale il corso della sua esistenza e parla degli anni ’50: ha lasciato l’attività di pescatore dopo il matrimonio per diventare conduttore di un traghetto a pendolo che, sfruttando la forza motrice delle correnti fluviali, univa la riva di Gorino Sullam a quella di Santa Giulia. Ricorda di aver trasportato fino a quattrocento persone alla balera sull’altra sponda in occasione dei concerti di Claudio Villa, Oscar Carboni, Luciano Taioli. Difficile inoltre stabilire quante donne con altrettante biciclette hanno attraversato il fiume all’alba per andare a diradare le barbabietole. Durante le due alluvioni che hanno colpito il Delta, il traghetto ha inoltre svolto il proprio servizio portando in salvo ben cinquecento capi di bestiame o trasportando il carburante per le “turbine volanti”, sorta di pompe idrovore.
Un’esistenza quella di Michele, vissuta quindi in parte da pescatore e in parte da “Caronte” del Delta fino al ’76, anno in cui il traghetto è stato soppiantato dall’attuale ponte di barche. Da questo momento inizia un’attività nuova, quella di guida turistica alla scoperta di segreti del Delta.
Depositario di un’esperienza e di una sapienza, che affondano le loro radici in un duplice interesse per l’aspetto fluviale e quello umano, il nostro ospite ci racconta delle sue imprese e della sua abilità nel destreggiarsi con la “cannaiola”, la sua imbarcazione, nell’intricato dedalo di “paradei”, i canali. Ricorda di aver voluto, una volta, avvicinarsi, – per “toccare” con occhi – al luogo di nidificazione di una coppia di aironi rossi che aveva avvistato innalzarsi da un canneto. Mosso da un’irresistibile curiosità si era munito di “zatteroni” e di stivali per riuscire ad inoltrarsi fino al nido. La guida prosegue e spiega: l’airone nidifica nei mesi fra giugno e luglio, raccogliendo le canne sparse, lasciate dall’alta marea, per intrecciarle e costruire una sorta di barriera, “na rostra ad cana”, sulla cui sommità infine depone le uova. Anche la gallinella d’acqua costruisce nidi simili a quelli degli aironi, con una differenza: innalza i ripari per le proprie uova lungo i canali. La folaga, invece, intreccia flessibili erbe palustri attorno ad alcune canne in modo che il nido galleggi scendendo e salendo lungo il supporto a seconda della marea. Il gabbiano reale e la sterna nidificano sulle spiagge arenili degli scanni.
Fra queste spiegazioni e descrizioni cogliamo un grande rispetto per l’ambiente: il pescatore, fattosi guida, ci propone il corretto modello d’esplorazione per avvicinarci ai significati intrisi di vissuto di quest’ultimo lembo di terra in cui il fiume si dà al mare.
E ne riceviamo inoltre un insegnamento da non dimenticare: il viaggio in questa terra richiede umiltà d’animo e pacata riflessione, per scavare nell’alveo di ciò che diamo per scontato.
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Come citare questo articolo
Serena Pattaro. “Nel regno del fiume”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/nel-regno-del-fiume/