Da molto ero innamorato di te, sin dagli anni ’60 scanzonati e ottimisti. Mi piaceva quella tua aria tesa e scattante, seria e pur non sussiegosa. Eri realmente la figlia più adatta a rappresentare quell’Italia in crescita che ti aveva definita come figlia del vento per volare sulle nuove autostrade.
Anche il tuo nome lo trovavo adatto alla tua personalità, era antico e moderno insieme, intenso e breve. Ricordo come ascoltavo estasiato, dall’interno della mia piccolissima utilitaria il rombo tuo vellutato mentre mi sorpassavi veloce. Eri per me una sorta di dea meccanica. Ma sapevo che ti avrei posseduta, un giorno.
Ti presi infatti negli anni ’70, problematici e inquieti. Il tempo per te sembrava non essere passato. Certo i tuoi occhi non mostravano più quelle grandi orbite più esterne che ti davano uno sguardo all’insù tipico della prima età. Ora essi erano calmi e uguali come di femmina matura e sicura della sua nobiltà antica.
Per averti dovetti riunire, per tua dote, tutti i miei risparmi, uniti ad una somma prestatami da mio padre, comprensivo complice del mio innamoramento. Ti desideravo candida come sposa ma arrivasti blu, un distinto blu olandese che infine mi sembrò più adatto a te che certo non eri più bambina.
Recavi sul retro la scritta elegante “Nuova Giulia Super” e nonostante la tua cilindrata non enorme mostravi che quel “Super” non era abusato come per altre. Tu valevi molto di più delle tue concorrenti, altri erano il tuo lignaggio e la tua classe. Insomma tu eri un’Alfa.
Questo tuo status sempre lo testimoniavi quando partivi decisa pronta all’allungo cadenzato dal tuo cambio preciso, ed esso funzionava come diretto collegamento con il tuo cuore; e mi ricambiavi con ancor maggior enfasi quando ti sostituivo, con precisione d’alchimista, i fluidi vitali o quando, tranquilla, ristavi, ed io sollevato il cofano, contemplavo adorante il tuo meraviglioso bialbero.
Per molti anni mi fosti compagna (tu si!) fedele, vivesti con me i giorni oscuri e quelli di sole. In silenzio hai ascoltato nel tuo interno parole dolci o irate e parole d’amore e tardi giuramenti eterni che eterni non furono.
Lentamente invecchiavamo insieme. Entrambi, con il tempo, un po’ più stanchi. Io qualche capello bianco, tu (oh! dolore) qualche piccolo segno di ruggine. Poi, dapprima piano, quindi sempre più forte come una calunnia di qualche cattivo consigliere mi prese di te un senso di inadeguatezza.
Mi sorprendevo a guardare, celato alla tua vista, nuove creature che a ritmo continuo nascevano luccicanti e profumate di nuovo, dotate di tutti quei congegni elettronici che tu sdegnavi. Finché un giorno, quasi per gioco, ti portai tutta tirata a lucido da un concessionario per conoscere la tua valutazione. L’uomo ci guardò entrambi da capo a piedi e con un’aria mista tra compatimento e un po’ di sadismo pronunciò senza riguardi una piccola cifra che mi fece trasalire. Finsi sicurezza e distacco e difendendo il tuo onore, replicai che ti avrei ceduta solo per una valutazione più vicina al tuo vero valore indipendentemente da quello squallido, di mercato. Ebbi da lui come controproposta, non senza una piega beffarda del labbro, di lasciarti in esposizione con l’aggiunta impudente che un pazzo in libertà avrebbe anche potuto passare da quelle parti.
Me ne andai così senza di te, in cuor mio sperando che nessuno potesse avvicinarsi alla mia valutazione affettuosa. Qualche giorno dopo l’uomo insensibile mi telefonava con tono allegro, come di chi avesse una buona nuova da darmi, comunicandomi che un acquirente offriva una cifra vicina a quanto da me richiesto. Il resto lo avrebbe lui stesso scontato sul nuovo. Raggelai, ma ormai non potevo più ritrarmi.
Ti persi così, quasi senza volerlo; solo per provare se avessi potuto sostituirti, come fan molti, senza rimpianti.
Un’ultima volta ti ho rivista, eri tu ne sono certo con quel segno sul paraurti che solo io conosco. Ti seguii per un tratto carezzandoti con lo sguardo. Come ti trovavo invecchiata nell’aspetto, oh divina!, e intristita da quei pupazzi sul lunotto dalle teste dondolanti. Il ribaldo tuo nuovo proprietario ti aveva inoltre profanato le dolci fiancate con vistosi fregi rossi e dai tuoi amati passaruote spuntavano ora quattro gomme enormi e sgraziate. Sembravi dirmi: “riprendimi con te e salvami! Possibile che il tempo e i tanti ricordi comuni non contino più nulla?”. Poi ad un semaforo ti persi di vista e mi rimase di te un ultimo rombo lontano, quasi doloroso addio. Nel mio cuore scese la pesante malinconia che soffre il traditore ravveduto dopo aver rivista un’amante troppo presto lasciata e che in fondo ancor s’ama.
Sì, questa è la mercede che io ti ho corrisposto, Giulia, per tanta fedeltà! Così van le cose di questo mondo.
Ora ho una nuova compagna molto moderna ed efficiente. Ma non l’amo e lei non m’ama, lo sento. Talvolta penso di essere anch’io un optional per lei, tanti ne ha e tanto è autosufficiente.
Forse è assurdo cercarti o farti rivivere, pur tuttavia ti ricordo Giulia, giovinezza. E temo per te. Quando vedo le tue compagne squassate, squartate e appese negli spazi disordinati degli sfasciacarrozze lungo le strade, io tremo. So che le spietate leggi di mercato e il continuo nevrotico desiderio del nuovo non salveranno neanche te e per questo invoco quel “Nume Meccanico” da cui tu certo discendi affinché ti risparmi, nel fatale trapasso, da un tale scempio. Che ti sia concesso almeno un demolitore gentile, che ti smonti piano piano, dolcemente, senza farti male.
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Come citare questo articolo
Franco Romano Lazzari. “Ricordando Giulia”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/ricordando-giulia/