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ARTEOGGI

L’irruenza creativa di Eugenio Donatol

L’Artista rodigino usa colori allo stato puro, per accentuare gli effetti espressivi

di Roberta Fava

Ventaglio Novanta n. 11 1995 pp. 105–108

La pittura di Eugenio Donato nasce da una ricerca interiore tesa alla conquista del bello, dell’armonia e della verità. Ciò si realizza attraverso temi vari, i più seguiti dei quali sono per l’artista rodifino la donna, il paesaggio, la luna, la natura e gli aspetti comuni della vita.

Elemento essenziale, attraverso il quale il pittore esprime tutto il suo mondo, è il colore; esso è infatti vita, forza, drammaticità.

I suoi colori non sono tenui, ma sono quelli di base, essenziali.

Non troviamo pertanto le mezze tinte ma il giallo, il verde, il blu e il rosso, che danno spesso l’impressione dell’irruenza, della vitalità, della drammaticità, dell’aggressività, della vita.

Donato dipinge con pennellate decise, si avvicina, talvolta, ai macchiaioli toscani, agli impressionisti francesi o agli espressionisti; sente molto, infatti, la forza della pittura di Van Gogh e prova una grande ammirazione per i classici quali Leonardo, Michelangelo e Ligabue: “sono dei geni – afferma – che attraverso il colore hanno dato un’impronta indelebile alla propria esistenza”.

E proprio come Leonardo, Eugenio Donato sta lavorando ad un quadro che egli ama molto: “L’Ultima Cena”.

Il suo Cristo non è però al centro-tavola, ma a capo-tavola perché il Cristo ha presentato ai suoi discepoli il suo programma, una preparazione al suo credo. È un incontro tra invitati per far capire il suo sacrificio e la sua parola.

C’è molta spiritualità in quest’opera, perché è delineato un progetto futuro, con i personaggi dipinti che sono simboli, talvolta, di una umanità stanca, travagliata e avvilita, che si accosta alla Verità per ricevere una Luce che dia conforto.

Nella pittura di Eugenio Donato è spesso presente il soggetto femmininile. Secondo il suo pensiero, la donna, è poesia, è armonia. È spesso più sincera e aperta di un uomo. Questo ci riporta, forse, alla concezione del dolce stil novo che considerava la donna un angelo, “trait d’union” tra cielo e terra.

L’artista ha rappresentato le sue donne in aspetti diversi, alla “Modigliani”, con collo allungato, con fluenti capelli azzurri, oppure con un grande cappello, in atteggiamento pensieroso, come simbolo del mistero.

Accanto a queste opere, ci sono quelle del paesaggio: la primavera e l’estate che ricordano l’arte di Van Gogh, con tratti evidenti e staccati, e la raffigurazione di covoni assiepati in un paesaggio assolato.

Il paesaggio più sentito, però, è quello polesano dove il cielo e il mare si uniscono; in questa essenziale natura sono ammessi solo i gabbiani.

Accanto ad ambienti tipici delle nostre zone, vi sono quelli dominati dalla luna. Essa dà vita alla natura, è simbolo della lotta tra la luce e le tenebre, in tele dove prevalgono i colori scuri.

Non manca un altro simbolo: il gatto, venerato dagli antichi e ammirato dai moderni, come aspirazione alla libertà.

Un altro soggetto è poi rappresentato dalle porte; porte chiuse, aperte, dove si intravvede una luce dorata che conduce al divino. La porta chiusa è un ostacolo voluto dall’uomo, ma è sempre qualcosa che induce a fantasticare e a ricercare ciò che vi è oltre.

C’è quindi nella pittura di Eugenio Donato una costante ricerca della verità, della sacralità, della religiosità della vita in una visione dinamica.

Cambiare stile è pertanto una necessità e segno di progresso: quando un’opera d’arte si fissa sulla tela è stata visualizzata interiormente ed ha esaurito la sua funzione di ricerca.

È importante per l’autore sentirsi libero: come nella poesia si è abbandonato il legame costrittivo della rima, così anche nel disegno, la prospettiva non ha più l’importanza di una volta; oggi, nell’epoca della terza dimensione, del computer e di nuove tecniche, l’artista deve esprimersi liberamente. Il riferimento basilare per Eugenio Donato è costituito dalle regole del buongusto, dalla creatività e dalla forza dei colori.

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Come citare questo articolo

Roberta Fava. “L’irruenza creativa di Eugenio Donatol”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/lirruenza-creativa-di-eugenio-donatol/

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