Parlare di anni 2000 e di futuro dell'umanità, oggi significa parlare soprattutto di creatività e di flessibilità. L'uomo sta affrontando una difficile crisi epocale, e non sembra avere molte possibilità di superarla senza guardare allo sviluppo di questi valori intesi come incremento del capitale umano. Recita a questo proposito la Carta ECO-Crea, un Istituto internazionale che si occupa di ricerca e di innovazione educativa: "Alle soglie del Terzo Millennio l'uomo si trova di fronte a situazioni complesse per le quali non trova riferimenti nei sistemi di conoscenze acquisite e deve quindi progettare nuovi quadri concettuali che permettano soluzioni tecniche, sociali, economiche e produzioni innovative. Anche la scienza non fa eccezione a questo cambiamento di paradigma concettuale, con uno spostamento dell'attenzione della ricerca scientifica dal mondo esterno all'uomo stesso, per una maggiore comprensione dei suoi valori e delle sue qualità migliori quali l’intelligenza e la creatività".
Così l'artefice del proprio futuro è l'uomo stesso. Egli deve conoscere meglio le sue qualità migliori, l'intelligenza e la creatività, esserne consapevole se vuole metterle in opera e farne parte determinante dei propri modelli culturali, delle proprie procedure di decisione. È evidente però che quando si parla di intelligenza, di creatività di flessibilità, di incremento del capitale umano, non ci si deve riferire solo alle virtù di pochi cui il resto dell'umanità debba guardare con fiduciosa quanto inerte speranza di essere salvata dalla crisi incombente. Quello che serve oggi, alle soglie del Terzo Millennio, è uno sviluppo dei valori intellettivi dell'intera società umana: è un aumento dello standard collettivo. Su questa linea, la moderna ricerca scientifica ha prodotto studi complessi e approfonditi che consentono ormai di conoscere con esattezza gli elementi organici e biologici su cui si basano le più evolute attività di integrazione del cervello umano, quali appunto l'intelligenza e la creatività. Incrementare il capitale umano significa però trasferire questo ordine di conoscenze da un livello scientifico necessariamente speculativo ed elitario a un livello operativo più allargato.
A tale scopo è evidentemente necessario far sì che le relative conoscenze scientifiche diventino oggetti di informazione di massa e di apprendimento, per innescare così nella collettività i processi autonomi di comunicazione interpersonale che sono necessari allo sviluppo di nuovi e più evoluti modelli culturali.
Il bagaglio delle attuali conoscenze scientifiche in tema di intelligenza e di creatività sembra però troppo astratto ai fini divulgativi, per far cioè comprendere all'uomo della strada il problema a fronte così che egli si possa identificare in ciò che scienza e progresso sociale gli stanno chiedendo come suo contributo personale, consapevole ed attivo al previsto e inderogabile incremento dello standard collettivo. Quello più immediato, anzi propedeutico, è dunque un problema di comunicazione. Per poter chiedere alla collettività e soprattutto ai giovani di oggi di sviluppare maggiormente e consapevolmente le proprie doti di creatività e flessibilità, è infatti indispensabile comunicare loro con semplicità e chiarezza quali siano le caratteristiche delle doti richieste.
In ogni caso per poter parlare con la dovuta proprietà di simili concetti astratti – come di ogni altro concetto – è buona norma iniziare da una loro definizione.
Dei due termini 'creatività' e 'flessibilità', quello di uso più comune sembra essere il primo. Il Devoto-Oli definisce il termine 'creatività' come "Capacità produttiva della ragione o della fantasia, talento creativo, inventività", e il termine 'creativo' come "pertinente alla realizzazione di un'opera dell’ingegno".
Per una definizione più articolata di questo concetto ne ho chiesto a un operatore del settore, il dottor Paolo Manzelli segretario del summenzionato Istituto ECO-Crea. Mi ha risposto che "la creatività umana è un fatto libero e naturale se non viene bloccato da elementi culturali obsoleti e da concezioni limitative del quadro cognitivo storicamente evolutosi che interrompono i processi di comunicazione e di integrazione cerebrale". Alla mia successiva obiezione di aver egli introdotto il concetto di creatività senza averlo definito, mi ha poi precisato che il concetto di creatività, per la sua particolare natura, non ammette ulteriori definizioni perché ogni altra definizione finirebbe con l'essere paradossale.
Una definizione più articolata di questo termine mi è stata tuttavia suggerita da un filologo, il senatore Mario Crescenzio: "Per creatività intendiamo comunemente l'attività intellettiva e operativa attraverso la quale si individuano nuove procedure, nuove metodologie e nuovi strumenti per l'accesso alle conoscenze o a nuove forme di utilizzo delle conoscenze stesse, sia sul piano scientifico e tecnologico che su quello pratico ed operativo. Questa particolare attività dell'uomo si esplica nel far emergere ciò che esisteva e non era conosciuto; nel mettere insieme elementi singoli per ottenere un risultato del tutto nuovo rispetto a quello dei singoli componenti; nell'individuare un processo che risolve in forma nuova ciò che era dato per irrisolto ed irrisolvibile".
Sulla base di questi riscontri sembra lecito affermare che nella nostra cultura il termine 'creatività' viene comunemente inteso come un attributo dei prodotti dell'intelletto umano cui corrisponde una conformazione organica caratterizzata dalla massima capacità di comunicazione e di integrazione cerebrale; e che, per essere considerato creativo, il prodotto dell' intelletto umano deve porsi come nuovo rispetto al contesto in cui viene collocato. Va però rimarcato che la creatività di un prodotto non sembra dipendere necessariamente dalla consapevolezza che di essa può averne il produttore – o quantomeno, l'elemento consapevolezza non è stato esplicitamente chiamato in causa da nessuna delle tre fonti consultate.
Ma se l'attributo di creatività si deve riferire alle qualità innovative presenti nei prodotti dell'intelletto umano più che a una caratteristica specifica dell'intelletto stesso, diventa lecito a questo punto il dubbio se l'uso della parola 'creatività' sia appropriato come termine di riferimento per l'identificazione di un nuovo modello culturale. Se questo attributo risulta infatti legato alla eventuale novità di un prodotto rispetto agli altri prodotti dell'ambiente esterno, esso diventa una funzione esterna, indipendente rispetto alle caratteristiche intrinseche del soggetto produttore – al quale pertanto l'attributo stesso non può essere esteso automaticamente. Se infatti il soggetto 'creativo' dovesse essere riconosciuto tale in base alle caratteristiche di novità osservate nei suoi prodotti, ne seguirebbe il paradosso che un brav’uomo di per sé creativo, il quale avesse ideato un suo prodotto in condizioni di perfetta e consapevole autonomia intellettiva, non sarebbe però ritenuto creativo all'osservazione esterna se per caso nell'ambiente comune esistesse già un altro prodotto con caratteristiche similari. Allo stesso modo sarebbe viceversa giudicato 'creativo' un soggetto del tutto inconsapevole di una propria eventuale funzione creativa – che non avrebbe quindi possibilità alcuna di comunicare tale valore al contesto collettivo e reale incremento del capitale umano – se appena egli avesse casualmente e inconsapevolmente prodotto qualcosa di nuovo per l'ambiente.
In entrambi i casi ci si troverebbe dunque di fronte a una metodologia arbitraria di giudizio. Nel primo caso infatti non verrebbe considerato creativo un soggetto che lo è a pieno titolo; nel secondo caso verrebbe invece giudicato creativo un soggetto privo di quelle caratteristiche intrinseche di consapevolezza e di potenziale inventività che sole possono garantire un reale incremento del capitale umano.
Chi dunque intendesse migliorare lo standard culturale collettivo attraverso lo sviluppo della cosiddetta creatività dell'uomo, basandosi sul criterio di osservare le caratteristiche 'creative' di ciò che l'uomo produce per poi estendere tale giudizio dal prodotto al produttore nell’ipotesi di farne un modello educativo ripetibile, farebbe ricorso a una metodologia arbitraria di giudizio. E poiché nell'immaginario collettivo, oltre che nella sua etimologia, l'attributo di creatività sembra ormai legato indissolubilmente ai prodotti dell'uomo, l'uso di tale termine o di una sua eventuale definizione nella comunicazione divulgativa rende inevitabile il ricorso a detto tipo di metodologia arbitraria e deve quindi essere considerato – più che un paradosso – un vero e proprio errore epistemologico.
Il ricorso al termine 'creatività' nel linguaggio corrente non alimenta però solo l'ipotesi di un errore di metodo destinato a rimanere confinato nel campo astratto dell'epistemologia e della speculazione filosofica. Infatti, nella pratica dell'informazione di massa e della stessa comunicazione educativa, l'uso sistematico dei termini creatività e creativo potrebbe ottenere lo spiacevole effetto paradosso di indurre chi riceve il messaggio – in special modo i giovani – a ricercare detti valori nei prodotti del mercato. Il riferimento a questi termini sembra così più funzionale a una logica pubblicitaria e consumistica che a una vera politica di educazione creativa per lo sviluppo del capitale umano.
Come utile alternativa, il termine creatività può essere utilmente sostituito da quello di flessibilità. Il Devoto-Oli definisce questo termine come "Relativa facilità nell'assumere una configurazione curvilinea, ad angolo; adattabilità, adeguabilità" e il termine 'flessibile' (in senso figurato) come "facilmente adeguabile a diverse situazioni o esigenze". Quest'ultima definizione sembra particolarmente accettabile, infatti nell'opinione comune per 'flessibilità' nell'uomo si intende un attributo dell'atteggiamento e della consapevolezza del soggetto, in quanto attitudine a porsi in modo potenzialmente critico e possibilista, flessibile appunto, rispetto a quanto è già noto o dato per scontato nell'ambiente.
Nel linguaggio corrente di chi si occupa di comunicazione i due termini creatività, e flessibilità sono per lo più usati come se fossero equivalenti. Non lo sono. Il concetto di flessibilità non è infatti immediatamente legato a quello di produzione innovativa che è invece intrinseco al concetto di creatività. La differenza tra i due concetti verrebbe quindi dal fatto che la creatività si riferisce al prodotto dell'uomo, la flessibilità invece al produttore.
Quest'ultima distinzione non avrebbe solo valore formale ma soprattutto sostanziale, e non tanto per motivi di ordine epistemologico quanto per le inevitabili implicazioni operative. Abbiamo infatti considerato come l'incauto ricorso al termine 'creatività' nei messaggi con intenti educativo-formativi potrebbe richiamare l'attenzione di chi riceve il messaggio sulle caratteristiche creative dei prodotti del mercato, e quindi indurre comportamenti consumistici di poco o nullo valore culturale. L'uso del più razionale termine 'flessibilità' potrebbe invece spostare l'immaginario collettivo dalle caratteristiche di novità e di inventività da ricercare nelle suggestioni dell'alta tecnologia e nei prodotti del mercato, alle caratteristiche di adeguabilità e di adattabilità di pensiero da sviluppare nella formazione educativa, queste ultime certamente più adatte a promuovere nell'uomo la consapevolezza del proprio stesso ruolo, così da renderlo finalmente capace di dare risposte più appropriate e più mature ad un mondo che evolve sempre più in fretta. Per chi avesse responsabilità educative ciò significa guardare non tanto alla fucina dove l’uomo costruisce i suoi prodotti quanto invece a quelle dove l’uomo costruisce se stesso: significa guardare al luogo della prima formazione educativa. Questa fucina formativa è la Famiglia, nel suo insostituibile ruolo di struttura relazionale fondamentale su cui l’uomo di domani modella e apprende il proprio modo di mettersi in relazione con l’ambiente sociale e naturale, con gli strumenti della cultura e della scienza.
D’altra parte l’uomo produce in ogni caso, e la qualità dei suoi prodotti dipende soprattutto dalla sua struttura cerebrale. Questa potrà essere rigida e dipendente, incapace di risposte adattative, oppure autonoma e flessibile, capace di adeguare le proprie risposte alle più complesse esigenze evolutive. E poiché un cervello flessibile produrrà sempre e inevitabilmente risposte creative, la creatività deve essere considerata solo un aspetto secondario, anzi scontato e inevitabile, della flessibilità. Quindi a ben poco serve dedicarsi ad osservare la creatività nei prodotti dell’uomo, quando lo sforzo educativo comune potrebbe essere più utilmente speso a sviluppare la flessibilità di chi produce. Oggi è infatti possibile indicare ai genitori con ragionevole certezza quale sia il modello di comunicazione famigliare più adatto a sviluppare la personalità flessibile nei figli. I meccanismi educativo-formativi che legano la struttura mentale e le relative risposte comportamentali del giovane individuo al tipo di comunicazione famigliare adottato dai genitori sin dalla prima età del bambino sono noti: questo specifico argomento è stato l’oggetto del Convegno “Per una politica di educazione creativa in Europa” a Rovigo nell’Aprile ’94; ho avuto inoltre modo di sviluppare l’argomento nell’intervento “The cultural part of the family educative patterns in building people’s flexibility” alla Conferenza della Progress Publishing Group Corporation: “Education under cultural shock – Experiences of a new futurology” a Mosca nel Settembre ’94, e in altri scritti.
Per concludere, a questo punto sembra possibile affermare che l’incremento del capitale umano, il futuro dell’umanità, è solo in parte legato alle parole più o meno efficaci o suggestive con cui facciamo informazione, con cui intendiamo comunicare i nostri valori, la nostra cultura, la nostra scienza. Certo, la proprietà del linguaggio e la scientificità dei contenuti hanno le loro esigenze e queste vanno rispettate. Ma al di là delle parole ci sono gli uomini con la loro intelligenza, la loro operosità e le loro scelte: e sono queste ultime che contano.
In questa prospettiva, la scelta che la nostra società deve affrontare alle soglie degli Anni 2000 non riguarda soltanto l’uso più o meno felice di qualche termine lessicale. Si tratta di una scelta molto più importante perché riguarda le linee maestre della nostra politica educativa. Da una parte la speranza che i miracoli della scienza e dell’alta tecnologia – la cosiddetta creatività dell’uomo – vengano a soccorrerci, a salvarci dall’abisso di disadattamento in cui stiamo precipitando. Dall’altra la consapevolezza che solo una maggiore flessibilità di giudizio e di comportamenti potrà darci sempre le migliori garanzie di saper costruire in ogni occasione risposte adatte ed adattabili alle sempre nuove esigenze evolutive dell’ambiente comune, della nostra stessa natura umana.
Da una parte quindi la creatività. Dall’altra, la flessibilità.
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Come citare questo articolo
Antonio Rossin. “Creatività, flessibilità: come definire?”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/creativita-flessibilita-come-definire/