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ARTEOGGI

Gli artigiani della vecchia Rovigo

I loro laboratori furono autentiche scuole per varie generazioni

di Giannina Giunta

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 92–95

"Tutti i tempi quando sono antichi sono buoni", così scriveva il poeta George Gordon Byron. Mi capita spesso di soffermarmi a pensare a ciò che era Rovigo quando ero bambina e a ciò che è diventato adesso: sono bastate poche generazioni per creare radicali e veloci mutamenti di vita e di costumi.

I giovani maschi e femmine, finite le elementari, andavano presso artigiani a imparare un mestiere. Si era al tempo del sabato fascista; i giovani ballilla e gli avanguardisti in divisa con il fez in testa baldanzosamente, chi più e chi meno, in manipolo, marciavano per i viali della stazione, le piccole e le giovani italiane con il mantello e il basco nero andavano su e giù tra Porta Po e il Ponte della Fonderia: era un momento felice per incontrarsi. Quanta allegria dopo una settimana di serio lavoro nel ritrovarsi all'aria aperta! Allora l'Italia era fatta di povera gente e qualsiasi occupazione era motivo di svago.

Imparare un lavoro era un lusso, perché i più andavano a fare i contadini o i manuali o i facchini pur di guadagnare qualche soldo.

I ragazzi svelti e volenterosi andavano a scuola dal Signor Ricchieri, uomo alto dall'espressione un po' burbera, ma di cuore e di pazienza infinita perché avendo tanti figli ci sapeva fare con i giovani; dalle sue mani uscivano veri e propri capolavori di ferro battuto, come il portone posto davanti all'altare della Madonna delle Grazie in Duomo, avvenimento che destò un grandissimo interesse in tutta la città richiamando anche visitatori dai paesi limitrofi. Eravamo nel 1926. Cinque anni fa un fedele, per ricordare la morte prematura di un figlio, fece pulire e riordinare il portone portandolo all'antico splendore e abbellendo con foglie d'oro i fregi che prima erano di ottone; tutto il lavoro è stato fatto da mano esperta e cioè da un nipote di quel famoso maestro che l'aveva realizzato.

Quanti portoni davanti alle belle ville della città e quanti sacelli nel nostro cimitero e altrove portano la firma di Ricchieri! Dalla sua officina di via Giordano Bruno, uscivano giovani formati nello spirito e artisti completi che si sono sparsi un po' dappertutto, anche all'estero, facendo onore al nostro maestro e alla loro città.

Erano prodigiose la capacità e la pazienza con cui sapeva insegnare agli adolescenti che imparavano soprattutto osservando le sue mani grandi e forti che forgiavano con il martello il ferro incandescente piegandolo sull'incudine secondo il suo precedente disegno.

Questa officina era a ridosso del palazzo Ravenna (ora Banca Nazionale del Lavoro) facoltosa famiglia di ebrei proprietari pure del "bottegon" situato dirimpetto al portico degli Ebrei. Il palazzo si univa alla casa Casalini (ora Orva) con una lunga e alta mura che costeggiava la riviera destra de "l'Adeseto" che dal Ponte Cappuccini portava al palazzo delle Poste. Questa mura nascondeva un bellissimo giardinorto che confinava con il giardino dalle piante secolari del Seminario (ora Archivio di Stato).

Altri giovani andavano ad imparare a fare i sarti, i vestiti allora erano fatti a mano e su misura. Paltò e vestiti duravano anni e anni e, quando erano vecchi, si rivoltavano soltanto che "le tacchette" (gli occhielli) comparivano da tutti e due i risvolti; più tardi le brave mamme rammendavano un po' qua e un po' là e li passavano ai figli più piccoli (chiamati "i principi ereditari").

Come sartoria da uomo importante in città, io ricordo quella del Signor Furlanetto. Il negozio Sartori, sotto il portico dei Signori (ora a dirigere questa ditta ci sono i nipoti e i pronipoti di quel Signor Luigi) vendeva solo tessuti e biancheria per tutte le tasche, per fare le "famose dote" e per confezioni.

In corrispondenza di questo negozio c'era la sartoria Furlanetto che si affacciava in via Nino Bedendo. Avendo tanto lavoro aveva anche tanti ragazzi a lavorare e ad imparare e ognuno si specializzava in un particolare: chi negli occhielli col filo o con la stoffa per i paltò, chi nei pantaloni e faceva solo ed esclusivamente quelli, chi nelle giacche (importanti erano e sono tuttora le spalle) e chi nei paltò, naturalmente tutto fatto a mano. Il Signor Furlanetto era specializzato poi nei vestiti da sera, naturalmente neri, frac e smoking. I piccoli si accontentavano delle mance dei clienti e gli altri, secondo il lavoro che svolgevano, ricevevano una "paghetta". Quando erano sicuri anche nel taglio si comperavano una macchina da cucire Paff, che comportava una spesa enorme a quei tempi e perciò la pagavano poco a poco, e si mettevano a lavorare in proprio, e, pur di pagare il debito fatto, lavoravano anche di notte con pazienza e amore.

Ora tutto viene fatto di corsa, in serie, occhielli e bottoni attaccati a macchina, se si tira un filo ti rimane in mano un bottone; ora di vestiti ne abbiamo tanti di tutti i colori, di tutti i tipi pesanti e leggeri, belli e brutti, tutti in serie e, se ci guardiamo attentamente attorno, ci accorgiamo che, specialmente i giovani, sono tutti vestiti uguali; le camicie fuori dai pantaloni, il berretto alla Giovanotti, il giaccone di Armani i pantaloni Bleu jeus e così via e dicono … siamo liberi, siamo alla moda, ma?!!!

Queste storie raccontate non si leggono sui libri, ma si tramandano di bocca in bocca: è storia vissuta come quella della sartoria Sorelle De Paoli che da più di 60 anni fa parlare di sè per le toilette particolari che hanno sempre creato vestendo elegantemente le signore di Rovigo e di tante altre città.

Tempo fa ho letto sulla rivista Focus: De Paoli – Rovigo – esclusiva per loden austriaco – tutto cambia: da sartoria a boutique ed ora il marchio De Paoli s'impone sul mercato nazionale ed europeo e così anche questa antica scuola è scomparsa. Da anni in città c'è la scuola di sarta della Signora Barin, ma questa fa parte di un'altra generazione.

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Come citare questo articolo

Giannina Giunta. “Gli artigiani della vecchia Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-artigiani-della-vecchia-rovigo/

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