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NARRATIVA

Il Giardiniere

racconto verità di Paolo Zambonin

di Paolo Zambonin

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 99–101

Il maestoso albero precipitò con grande fragore, stendendo i lunghi rami secchi sul prato fiorito. Giuliano, il giardiniere, riuscì a farlo cadere nella piccola radura evitando di colpire i numerosi cespugli fioriti di azalee e rododendri che l'attorniavano. Era geloso del suo parco e orgoglioso di quanto era riuscito a creare. L'ambiente, da molti anni abbandonato e incustodito, si era risvegliato grazie al suo lavoro solerte ed appassionato.

Laghetti e ruscelli si erano animati di germani, di cigni e raganelle. Ai grandi alberi secolari erano stati alternati morbidi prati, e aiuole variopinte avevano creato estese macchie colorate.

Quando l'albero rinsecchito cadde, il giardiniere spense la motosega e, dopo tanto rumore, nel parco tornò un profondo silenzio. Gli animali, impauriti, zittirono come ogni altra cosa intorno, ma fu solo per un attimo. Gli uccelli ripresero presto il loro canto. Un branco di germani, che nuotavano nelle fresche acque del vicino laghetto, volò via starnazzando. I cani abbaiarono, irrequieti, nel loro recinto. Nel cortile delle case vicine i bambini ripresero, chiassosi, i loro giochi.

Chinandosi, Giuliano si accingeva a riprendere l'attrezzo, bloccato sotto il tronco.

Un improvviso fruscio, un leggero sibilo e un tonfo secco.

Non ebbe il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo. Un grosso ramo che si trovava, già staccato da tempo, sulla cima dell'albero morto, dopo aver dondolato per qualche secondo, trattenuto dalle fronde del vicino abete, piombò su di lui colpendolo pesantemente sul capo e le spalle. Tutto fu repentino e inatteso. Giuliano non sentì alcun dolore in quel momento, ma soltanto un gran calore alla testa. Poi uno scossone in tutto il corpo, come se i tendini ed i muscoli si fossero contratti contemporaneamente. Restò frastornato, incredulo, ma fortunatamente non perse il controllo di sè. Tentò di muoversi per rialzarsi ma si trovò completamente imprigionato dal groviglio dei rami, incastratisi nel terreno. Si sentì in gabbia, impotente. Rivoli di sangue caldo gli cadevano dal capo sul volto e sul petto.

Solo allora si rese conto della gravità di quanto era accaduto. Doveva chiamare soccorsi al più presto, prima di finire dissanguato.

Si ricordò di avere con sè il cellulare. A mala pena riuscì con una mano a raggiungere la tasca del giubbotto ma non lo trovò. Certamente era fuoruscito nella caduta.

Si guardò attorno, muovendo lentamente il capo. Il telefono era per terra, poco lontano ma irraggiungibile con le braccia imprigionate.

Un attimo di angoscia, un morso lacerante allo stomaco.

Quel piccolo ramo secco, lì appresso, poteva essere la sua salvezza. Bisognava arrivare a prenderlo. Allungò il braccio. Ancora pochi centimetri. Fece uno sforzo e sentì un dolore penetrante sul cranio, ma tenne duro. Non vi erano alternative e bisognava fare presto. Poteva svenire, crollare da un momento all’altro. Con due dita riuscì ad afferrare il ramoscello e con quello, finalmente, a trascinare il telefonino vicino a sè.

Con fatica compose il numero dell’amico Piero, che doveva trovarsi nei dintorni.

Uno squillo, due, tre… sette, otto squilli.

La paura stava per prendere il sopravvento. Giuliano sentiva le forze affievolirsi. Il suo volto era una maschera di sangue. Gocce calde gli bagnavano le labbra aride. Finalmente la voce di Piero rispose. Era la speranza, forse la salvezza.

Ma quanto tempo sarebbe occorso all’amico per raggiungerlo?

Si sentiva mancare. Un torpore gli annebbiava la testa. Gli alberi attorno erano sempre più offuscati, lontani.

Un silenzio pesante, opprimente.

Possibile che gli uccelli del parco, solitamente garruli, tacessero tutti? Che i rumori e le voci fossero spariti improvvisamente? Possibile che le ombre della sera stessero già calando così in fretta?

Non voleva lasciarsi prendere dalla sfiducia, dalla disperazione. Doveva farcela. Aveva ancora tanti lavori da ultimare. Aveva promesso al padrone che il parco e la villa sarebbero stati pronti per la grande festa del giorno appresso, che tutto sarebbe stato preparato al meglio e non poteva mancare alla parola data. Doveva ancora sistemare le aiuole dei fiori. La signora ci teneva molto ai suoi rosai, alle sue azalee!

E poi aveva la famiglia che lo aspettava per quella sera. Era il fine settimana e doveva rientrare a casa per trascorrere la domenica con la moglie e la figlia.

Come il pensiero andò alla famiglia, Giuliano sentì un nodo alla gola, un brivido gelido per tutto il corpo.

La sua famiglia. Renata ed Anna.

Le vedeva sulla porta di casa, come ogni sabato sera, ad attendere il suo arrivo ma il loro sguardo era triste questa volta. Lui non arrivava. Poteva non tornare più e loro erano là, disperate.

Anna gli tendeva ora la sua manina e piangeva. La vedeva ancora bambina, quando aspettava il suo rientro a casa, la sera, per sedersi sulle sue ginocchia e giocare felice con lui.

La casa era buia ora, chiusa. Giuliano vedeva sua moglie seduta sul divano, lo sguardo spento, perso nel vuoto. Renata non aveva più voglia di vivere, non aveva più il sorriso col quale accoglieva abitualmente il suo ritorno, sforzandosi di nascondere le fatiche di una settimana di lavoro e di solitudine.

Improvvisamente sentì le loro voci. Renata ed Anna lo stavano chiamando da lontano.

Sussultò.

Il richiamo si avvicinava, si sentiva più netto.

Ma non era la voce di Renata, non era quella di Anna. Era Piero che arrivava di corsa con i soccorritori. Ce l'avevano fatta. Era la salvezza.

Poteva finalmente lasciarsi andare. Ora ci avrebbero pensato loro.

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Come citare questo articolo

Paolo Zambonin. “Il Giardiniere”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-giardiniere/

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