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STORIA - TRADIZIONI

Rovigo, nuove ipotesi sul toponimo

Nelle origini del nome, il segno della secolare vocazione di città di confine

di Matteo Santipolo

Ventaglio Novanta n. 15 1997 pp. 46–49

“L’è na çità Rovigo dove ancora per le strade se sente la campagna; odor de tera, odor d’erba spagna che te buta i pensieri ala malora” (Livio Rizzi)

La storia del capoluogo polesano, città che ancora oggi conserva una dimensione non troppo lontana da quella cantata nei versi di Livio Rizzi, ebbe ufficialmente inizio nell’838 d.C.

A quell’anno risale infatti la prima comparsa del nome della città in un documento che ci conferma che, allo scopo di dirimere una controversia tra l’Arcivescovo di Ravenna ed un feudatario dell’Imperatore, i rappresentanti delle due parti convennero “…in villa quae muncupatur Rhodigo”.

Del 920 è invece la seconda testimonianza del nome: il Vescovo di Adria, Paolo Cattaneo, chiede a Papa Giovanni X la concessione di un vasto territorio comprendente la “…Curtem Bonevigo quae vocatur Rodige” in cui trasferire provvisoriamente la sede episcopale ed erigere un castello (ultimato nel 954) a difesa dalle invasioni dei popoli barbarici¹.

Da “villa” a “curtis”, già prima del 1000 Rovigo era assurta agli onori della storia locale, ed è perciò ipotizzabile che la sua fondazione sia stata ben precedente all’838.

C’è chi, come lo Zennari, ha voluto leggere già nelle pagine del padovano Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) un riferimento alla città: così i Raudii Campi in cui Mario affrontò i Cimbri, siti al centro dell’Ager Atriensis, lungo il percorso della Via Atesis e della Via Atria-Hostilia, si sarebbero trasformati, agli inizi del Medioevo, in Villa Rodigo, Castrum Rodige. Ad avvalorare questa ipotesi sarebbero anche i numerosi pagi (distretti campagnoli dell’Antica Roma) e vici, rivelateci dai ritrovamenti archeologici.

Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 – Ferrara 1533) trascorse a seguito del padre, capitano estense, qualche tempo a Rovigo, fino a quando la guerra per il commercio del sale tra Veneziani e Ferraresi (1482-84) lo indusse ad allontanarsi. Ma il giovane Ariosto deve avere portato con sè un buon ricordo della sua pur breve permanenza nel capoluogo polesano se nell’Orlando Furioso lo rammenterà

“Come la terra, il cui produr di rose le dié piacevol nome in greche voci” (Orlando Furioso, c. III, s. 41)

derivandone il nome dal greco ròdon, ossia “rosa”. Per quanto affascinante e suggestiva, questa ipotesi (sopravvissuta nello stereotipo Rovigo, città delle Rose) non pare avere alcun fondamento scientifico, non esistendo legami documentati con la civiltà ellenistica.

Sulla stessa scia di nobilitazione delle origini, sono da interpretare etimologie mitologiche di poco successive a quella ariostesca: dal nome della ninfa Rhoa, leggiadra divinità agreste; o dal dio campestre Robigo.

La variante R(h)odigium, spiega lo Zennari, sarebbe una latinizzazione tarda, secondo meccanismi consueti, derivata appunto dai Campi Raudi di cui abbiamo parlato precedentemente.

Tutte le ipotesi fin qui illustrate rimandano alla antichità greca o latina ed è per questo che pare appropriato raggrupparle sotto la denominazione di Ipotesi classiche.

L’ipotesi sull’origine del nome della città che attualmente sembra prevalere ci porta in una direzione tanto nuova quanto inattesa.

Ricordando che, al tempo delle sopracitate prime documentazioni storiche della città (838 e 920 d.C.), essa faceva parte dell’Esarcato di Ravenna, già capitale del Regno Ostrogoto in Italia di Teodoro il Grande (445-526 d.C.), non pare improbabile vedere una relazione tra questo popolo germanico e Rovigo. Del resto tra i nomi di persona più diffusi nella lingua italiana si trova Roberto, di chiara origine germanica, formato dall’unione delle radici gotiche hroth, “gloria” + berth, “famoso, illustre”, per cui Roberto: “famoso per la gloria”. Sarebbe proprio al primo di questi due elementi – hroth – che farebbe capo anche il nome di Rovigo: l’amministrazione ed il controllo del territorio su cui sorse la città potrebbero essere stati affidati da Teodorico ad un suo capitano chiamato Hrotheigs, da cui deriverebbe il toponimo del capoluogo polesano (Ipotesi germanica).

La presenza germanica in Polesine è stata di recente (campagna di scavi del 1992) confermata dal ritrovamento presso Chiunsano, nel Comune di Ficarolo, dei resti con corredo funebre di una dama ostrogota risalente ai primi decenni del VI secolo d.C. Tale scoperta è tanto più importante in quanto fino ad ora in Italia sono state rinvenute meno di 50 sepolture femminili appartenenti a questa popolazione.

Ulteriori prove di come una civiltà di ceppo germanico fosse radicata nella zona sono rintracciabili anche nelle voci di etimo gotico giunte fino a noi nel dialetto polesano-veneto. Così, ad esempio, sbregare è riconducibile al gotico brikan, “rompere”, presente anche nel tedesco moderno brechen e nell’inglese to break.

Tra le ipotesi sull’origine del nome di Rovigo volontariamente omesse fin qui, vi è quella, citata in documenti medievali (Curtis Roda), che lo vorrebbe derivare dal latino roda, misura agraria. La voce è ancora presente nel nome della strada che collega Porta San Bartolomeo ed il Corso del Popolo. Lo Zennari dimostra che, dove ora si trova la via, sorse probabilmente il primo ponte sull’Adigetto. Ecco quindi che Ponte della Roda significherebbe “Ponte di Rovigo”, leggendo roda come la forma popolare apocopata del più antico Rodige. Errata risulta pertanto l’interpretazione, secondo una etimologia ad sensum, “Ponte della Ruota”, che compare in un manoscritto ottocentesco di E. Piva, conservato presso la Biblioteca dell’Accademia dei Concordi.

Per quanto detto sopra riguardo allo stretto rapporto tra i popoli germanici ed il Polesine, la voce roda potrebbe altresì essere messa in relazione addirittura con la lettera R dell’alfabeto runico e con i termini da esso discesi, quali l’antico inglese e il medio inglese moderno road, “strada” e nel verbo to ride, “cavalcare” o nel tedesco reiten, di medesimo significato.

È probabile che nel Medioevo Rovigo, vista la sua collocazione su di una importante via di comunicazione, sia servita da stazione di posta, luogo in cui i viandanti provenienti da Este, Adria, Ferrara od Ostiglia si riposavano prima di riprendere il viaggio. L’elemento -vigo, derivando dal latino vicus, “borgo, villaggio, podere”, non presenta problemi di sorta ed era talvolta attribuito a piccoli agglomerati siti in zone di transito. Ecco quindi che il nome della città potrebbe non essere altro che il risultato della fusione dell’elemento germanico rad, “strada, via” e di quello latino, col significato perciò di “borgo sulla strada, borgo lungo la strada” (Ipotesi mista). Quanto appena illustrato trova tra l’altro riscontro anche nella toponomastica inglese (basti pensare a nomi di città quali Berwick, Warwick, ecc.).

Fin dalle sue origini Rovigo avrebbe perciò avuto la caratteristica di una terra di confine, non solo tra Veneto ed Emilia (peculiarità questa individuabile sia nel dialetto che nell’architettura cittadina), o come più tardi, tra Repubblica di Venezia e Stato Pontificio, ma addirittura tra due civiltà e culture: quella latina e quella germanica.

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Come citare questo articolo

Matteo Santipolo. “Rovigo, nuove ipotesi sul toponimo”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/rovigo-nuove-ipotesi-sul-toponimo/

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