I due rapaci citati nel titolo vogliono simboleggiare i limiti temporali di questa trattazione che vedono, da un lato la presenza nel medio Polesine delle legioni romane, e dall’altro gli Artiglieri del 3° Reggimento Artiglieria missili contraerei Hawk (falco) che hanno nel falco il loro simbolo.
Va innanzitutto detto che Rovigo ha sempre goduto di un tranquillo scorrere del tempo: il suo territorio non è quasi mai stato teatro di grossi avvenimenti militari. Il secolare nemico del rodigino infatti, non è stato infatti l’uomo ma la natura dei fiumi contro cui ben poco o nulla contano gli eserciti. E anche la presenza degli uomini in armi è stata spesso utile non per adoperare l’arma ma quegli arnesi di lavoro che servivano per alleviare le ferite inferte a uomini o cose dallo straripamento di questo o di quel corso d’acqua.
Nella ultramillenaria storia di Rovigo le Forze Armate hanno comunque avuto a più riprese la loro parte nel contesto sociale sin dalle sue origini.
La “Villa di Rodige” nonostante fosse sorta diversi decenni prima (dal momento che il suo nome compare in un documento ufficiale nel 838) acquistò rinomanza e rispetto nei confronti dei paesi limitrofi nel 920 quando fu edificato quel castello di cui oggi sono rimaste le due torri e parte del muro di cinta, voluto dal vescovo di Adria Paolo Cattaneo a salvaguardia della parte occidentale del proprio territorio troppo esposto alle scorrerie degli Ungheri. Ma la presenza militare nel territorio di Rovigo risale a molti secoli prima.
Gli antichi dominatori
Il primo accampamento militare nel Polesine risale intorno al 90 a.C. e si collocava nella zona di Lusia, in una laterale della via Emilia che da Ferrara portava ad Este, uno dei municipi di Roma.
In quella zona vi era la corte di una delle più prosperose fattorie dell’epoca di proprietà dei Luisi o Bebi, i cui territori si estendevano da Badia sino ad Adria.
In quel periodo il Polesine era in gran parte terreno acquitrinoso e quella dei Bebi era una delle poche zone emergenti dalle acque. In esse le colture agricole avevano, grazie alle iniziative dei Bebi, trovato enorme sviluppo tanto che Roma si riforniva di grano dai Bebi, pagando talvolta tale preziosa mercanzia non con denaro ma con la cessione di schiavi, indispensabili per la lavorazione dell’estesa proprietà e soprattutto per il dissodamento del delta polesano.
E proprio a Lusia fu costituito un castrum romano, denominato “Castrum Eleusinum”, di cui si hanno ripetute tracce notarili, sino a scomparire definitivamente in una delle più travolgenti inondazioni avvenute nella metà del 1500.
Se, come abbiamo visto, la presenza militare nel Medio Polesine risale al I secolo a.C., ben più lontana nel tempo trova collocazione la gente armata nel basso Polesine ed è legata a quella città polesana che la tradizione vuole abbia dato il nome al mar Adriatico.
Varie sono le leggende che fanno derivare Adria da questo o quell’avvenimento storico o mitologico. Preferisco citare quella che vuole il primo popolamento del basso Polesine legato alla guerra di Troia, avvenimento reso immortale da Omero, e che ha determinato anche uno sconvolgimento in quelli che erano gli equilibri socio abitativi del tempo.
È riconosciuto da molti storici, infatti che, terminato il conflitto fra Troiani ed Achei, dei numerosi combattenti accorsi da ogni dove non tutti riuscirono a ritrovare la strada di casa per cui, spinti da varie tempeste, approdarono in questa o quella spiaggia finendo per stabilirvisi, dando origine a nuovi nuclei abitativi da cui presero origine poi varie città ancor oggi esistenti.
La pianura padana fu tra i territori che maggiormente beneficiarono di quelle emigrazioni; gli Heneti infatti, popolo alleato dei Troiani, si riversarono copiosamente nei fertili territori del golfo adriatico.
E la leggenda vuole che Antenore, principe troiano parente di Priamo, abbia fondato Padova e Lendinara. Diomede, il più valoroso combattente dopo Achille e compagno di Ulisse, mentre tentava di ritornare in patria fu dalla tempesta disperso per i mari fin quando non giunse alle foci del Po ove con i suoi uomini si stabilì fondandovi proprio Adria.
Che l’origine di Adria sia questa o sia da rintracciare in una delle molteplici altre ipotesi sostenute da vari scrittori, ha poca importanza; qualunque sia stata la sua origine, per la posizione di controllo e di porta che ha avuto alle foci dei due grandi fiumi, Po ed Adige, è stata sempre una colonia ambita e difesa per controllare quei traffici che si spingevano verso la Gallia o verso gli Euganei.
Della presenza militare-commerciale di Adria si hanno notizie certe dal IV secolo a.C. durante il governo di Diogene o Dionisio di Siracusa, il quale fondò una colonia adriese ed occupò militarmente tutte le zone fra le foci dei due fiumi Po ed Adige.
Durante il dominio di Donisio di Siracusa il porto di Adria fu dotato di un presidio militare navale che disponeva di 100 navi, mentre a presiedere la sicurezza della città e del suo territorio era preposto un corpo militare, costituito da 500 soldati a cavallo.
Che Adria stesse nel cuore del tiranno di Siracusa lo attesta il fatto che egli mandò il celebre navarca Filisto, suo grande amico e saggio consigliere, a comandare la divisione navale, a governare il paese e a presiedere all’opera di colonizzazione.
Filisto strinse alleanza con i Galli e combatté contro gli ultimi presìdi etruschi. Realizzò importanti opere di idraulica a scopo strategico-militare per agevolare la navigazione alle sue quinquireme da Adria alla laguna lungo i rami del Po attraverso i cosiddetti Sette Mari.
In quel periodo Filisto trasferì nella zona i coloni siculi ribelli che bonificarono il Po di Volano ed il Tartaro; e fu lui che diede origine a quell’importante allevamento di cavalli detti poi padani che per secoli costituirono l’orgoglio del Polesine, divenendo successivamente aspetto qualificante della fiera di Rovigo dalla sua nascita nel 1482 fino ai tempi recenti.
Dopo la morte di Dionisio il presidio navale di Adria non si indebolì, anzi, pur subendo la costante vigilanza dei Galli, vecchi alleati dei siracusani, continuò a svolgere le sue funzioni difensive e commerciali nell’alto Adriatico.
Il dominio dei Galli su Adria e più in generale sulla Pianura Padana non durò a lungo, infatti nel 255 a.C. Roma, lanciata a diventare la dominatrice del mondo allora conosciuto, con la vittoria contro i Cisalpini a Talamone si impossessò di tutto il territorio padano.
Con l’arrivo dei romani il presidio navale di Adria, sino ad allora prevalentemente marittimo, fu rinforzato, oltre che da una nuova e più potente armata navale, da reparti di fanti di terra, necessari ora che il presidio si era allargato sino a comprendere Padova e Ravenna.
Nell’anno 102 a.C. i Cimbri, popolo proveniente dallo Jutland unitosi ai Teutoni, scesero in Italia attraverso il Brennero; sconfissero il proconsole romano Lutanzio Càtulo, che aveva tentato uno sbarramento in Val Lagarina, e scesero giù per l’Adige fino alla sponda del Po impossessandosi di tutto il Polesine.
Il Senato romano, accortosi del pericolo, mandò contro di loro il console Caio Mario che già aveva sconfitto i Teutoni a Marsiglia in Francia. Nella primavera del 101 a.C. il condottiero romano si portò con le sue truppe sulla riva sinistra del Po e diede battaglia ai Cimbri fra le due località chiamate “Vercelli” e “Campi Raudi”, distruggendoli completamente.
Caio Mario dopo tale vittoria fu nominato comandante del presidio di Adria dove potenziò l’organizzazione difensiva terrestre; le numerose truppe a disposizione del condottiero romano trovarono posto in due accampamenti, uno nel medio Polesine e l’altro ad Adria lungo la via Popilia (la via consolare che, partendo da Rimini raggiungeva Altino, Concordia Sagittaria e Aquileia e, attraverso le valli del Natisone, giungeva sino a Virunum l’attuale Klaghenfurt).
Ed a questo punto la nostra trattazione conferma quanto sostenuto dallo storico Quadrelli che ha localizzato in Lusia e negli immediati dintorni dell’attuale Rovigo l’accampamento occidentale voluto da Caio Mario, ove, come detto, si situarono i Bebi.
Negli anni che seguirono, il Polesine godette di un lungo periodo di tranquillità; la massiccia presenza dei legionari romani infatti, oltre che costituire elemento dissuasivo per i barbari avvezzi ad effettuare prima di allora escursioni vandaliche, creò le premesse per una lunga e duratura stabilità economico-sociale.
Le traversie del Medioevo
Con la decadenza dell’impero romano, nel 395 d.C. l’imperatore Teodosio iscrisse Adria ed i suoi territori nella diocesi di Ravenna segnando la decadenza del presidio militare della città ormai ridotto ad una piccola guarnigione.
Nel 712 Ravenna assieme ad Adria cadde nelle mani di Liutprando, re dei Longobardi, mentre nel territorio polesano fra Cavarzere e Loreo iniziavano a sorgere le prime fortificazioni della nascente Repubblica Veneta. L’espansione di Venezia fu però frenata nel 752 in seguito alla donazione dell’Esarcato di Ravenna al papa Stefano II, con grande soddisfazione del vescovo di Adria Giovanni I, che pensò subito di richiedere nella zona una solida presenza militare papale contro le mire espansionistiche veneziane.
Ma il territorio polesano, non più protetto quantitativamente come al tempo dei romani, divenne sempre più vulnerabile alle incursioni di quanti vedevano nel fertile territorio fra l’Adige ed il Po una preziosa terra di bottino.
Per questo, agli inizi del X secolo, il Vescovo, feudatario di Adria, il polesano Paolo discendente dalla famiglia dei Cattanei di Lendinara, avuta autorizzazione da Papa Giovanni X fece costruire delle fortificazioni in prossimità dei punti più caldi del suo territorio.
Fu così che nel 920 sorse, come detto, il castello nel borgo Rodige (Rodighe). Tale costruzione divenne subito presidio militare ed acquistò importanza politica, per il trasferimento a Rovigo della sede vescovile da Adria, e strategica per la sua posizione di sentinella della strada commerciale Ferrara Monselice Padova e per i collegamenti con Verona.
Ciò fu di disturbo alla famiglia D’Este che troviamo più volte impegnata per demolire questa autorità militar-religiosa tanto che nel 1002 Rinaldo D’Este riuscì ad espugnare il presidio di Rovigo, acquistando per tale merito il titolo di Duca e Principe dell’Impero e dando l’avvio al lungo periodo di dominazione degli Estensi nel Polesine.
Tale periodo ebbe per Rovigo una notevole importanza; sino ad allora infatti la cittadina aveva sempre subìto le imposizioni di chi si era avvicendato nel dominio del suo territorio.
Dal 1164 invece ebbe i suoi Statuti che la dotavano del primo ordinamento politico amministrativo militare. L’ordinamento militare, al cui vertice vi era un Capitano Generale, prevedeva dei reparti, detti Masnade o Custodie preposti alla difesa del territorio, mentre “le Cernede”, reparto di una cinquantina di uomini, costituivano la guardia scelta cittadina.
Dalla Serenissima al periodo napoleonico
Agli Estensi, sotto il cui dominio Rovigo ed il suo territorio ebbero ancora un periodo abbastanza tranquillo, subentrarono i Veneziani che inizialmente avevano avuto il territorio polesano a garanzia di un prestito di 50.000 ducati chiesti al governo della Serenissima da Niccolò III D'Este per far fronte ad una grave situazione economica.
Con la Guerra del sale (1482-84), La Repubblica Veneta entrò definitivamente in possesso della maggior parte del Polesine. Rovigo cadde in mano ai veneziani il 14 Luglio 1482, quando i militi della Serenissima, guidati da Roberto Sanseverino, grazie alla connivenza dello spagnolo Ramez, comandante del presidio militare della città, ebbero ragione della milizia cittadina.
Primo governatore della Repubblica Veneta e comandante militare, che fu insignito del titolo di provveditore e capitano del Polesine, fu Giovanni Venier.
Sotto la Serenissima, come scrivono Luigi Stocco, Cucchi, Cappellini ed altri, Rovigo godette di un periodo di assoluta tranquillità; la Repubblica riuscì infatti a farsi accettare più o meno benevolmente usando il pugno di ferro in guanto di velluto.
Venezia controllava tutte le attività produttive dei territori sottomessi traendone notevoli benefici; il frumento polesano, ad esempio, era uno dei prodotti su cui maggiormente contava, tanto da emanare disposizioni severissime per il controllo della produzione, dell'immagazzinamento e dello smercio.
Il raggiunto assestamento politico favorì anche a Rovigo una particolare fioritura delle arti e delle lettere. Ludovico Ricchieri, detto Celio Rodigino, il più famoso umanista della città visse ed operò proprio in questo periodo dal 1469 al 1525.
Nel settore militare, oggetto della nostra trattazione, per Rovigo, come del resto per tutto il territorio sottomesso alla Serenissima, fu un periodo di pace effettiva, interrotto soltanto da alcuni conflitti temporanei soprattutto con le truppe pontificie, dopo l'estensione del potere del papato su Ferrara, in seguito all'estinzione della dinastia estense. Tra questi confronti militari, da ricordare soprattutto la cosiddetta Guerra del Castro (1641-44), durante la quale il Polesine divenne più volte luogo di battaglie e di acquartieramenti militari.
Nel complesso comunque Venezia restò fedele alla sua secolare politica di neutralità, tendendo a demandare la risoluzione delle controversie alla diplomazia piuttosto che alle armi. Le Forze Armate furono pertanto preposte più alla protezione della tranquillità interna che agli assalti esterni.
Il dominio della Serenissima durò sino alla fine del '700, quando il Polesine fu invaso dalle truppe napoleoniche.
Le operazioni militari francesi iniziarono il 14 Luglio del 1796, ed è curioso come giorno e mese di tale data coincidano con l'inizio del periodo veneziano tre secoli e 14 anni prima.
Le prime cittadine ad essere occupate da un reparto di cavalleria francese e da uno di fanteria furono Lusia, Concadirame, Anguillara e San Martino di Venezze.
Lo stesso giorno alcuni ufficiali transalpini fecero la loro comparsa in Rovigo alloggiando in Ca' Venezze.
Nei giorni successivi la cittadina polesana fu luogo di transito di reparti armati ma nulla faceva presagire un'occupazione della città. Il 3 gennaio 1797, come attestano le cronache dell'epoca, soggiornò, ospite di casa Campo, il generale Adenaud.
La repubblica di Venezia, preoccupata per questi avvenimenti, inviò a Rovigo due compagnie di schiavoni ed una di italiani, ma ormai gli eventi precipitavano in modo vertiginoso e Venezia richiamò in patria tutte le truppe che pochi mesi prima aveva inviato nei domini lasciando sguarnite le città venete che, una dopo l'altra, ben presto caddero sotto il controllo francese.
Rovigo cadde in mano francese il giorno 11 maggio del 1797 alle ore 10 di sera quando uno squadrone al comando del generale Giambattista Rusca, a cui Napoleone aveva affidato il comando generale del Polesine, occupò la città installando il quartiere generale in piazza duomo nel palazzo Manfredini. La milizia cittadina non oppose alcuna resistenza.
Il primo atto del generale fu quello di convocare presso il quartiere generale il podestà della città Nicolò Venier e trarlo agli arresti domiciliari.
Nei giorni seguenti i francesi abbatterono la colonna di San Marco ed issarono in piazza dei Signori l'albero della libertà.
Uno dei primi provvedimenti presi dal nuovo governatore francese fu la prescrizione della leva obbligatoria e questo creò non poco malcontento fra i giovani e nella popolazione tutta, tanto che molti si diedero contumaci rifugiandosi per le campagne ed andando oltre confine.
La dominazione francese ebbe una interruzione dal 24 gennaio 1798 (a seguito del trattato di Campoformido che assegnava i territori del Veneto all'Austria) al 18 gennaio 1801, quando in forza al trattato di Luneville, Rovigo con il Polesine fu restituito ai francesi, le cui truppe entrarono numerose in Rovigo al comando del generale Kellerman.
I francesi, tornati nel Polesine tra il gennaio e l'aprile del 1801, con il generale Savàry governatore della città, riversarono in Rovigo oltre 10.000 soldati e 900 cavalli che crearono notevoli problemi logistici e di vettovagliamento, tanto che dopo pochi giorni dovettero essere trasferiti in altra sede non potendo la cittadina, già in precedenza dissanguata da analoghe "ospitalità", provvedere al loro mantenimento.
Successivamente, con il riordino amministrativo in vigore nel giugno del 1805, Rovigo fu sede di vice prefettura, affidata al lendinarese Giambattista Conti e, con decreto imperiale del 30 marzo del 1806, la città ebbe titolo di ducato ed il generale Savary quello di duca del Polesine. Il governo della città fu affidato ad un podestà ed il primo ad essere nominato fu Francesco Durazzo.
Nel 1806 il generale Savary pretese che venisse riservata un’area verde da dedicare al tempo libero dei propri ufficiali, e tale zona fu rintracciata fuori porta san Francesco dove fu successivamente innalzato un monumentale Arco celebrativo in onore di Napoleone Bonaparte, tuttora esistente e sotto la protezione dei beni culturali.
Crescendo l’esigenza di accasermare le proprie truppe che in numero sempre maggiore venivano inviate in zona, nel 1808 l’ex Seminario, fin dal 1700 edificato nel quartiere del Duomo, fu requisito ed adibito a caserma.
Il dominio austriaco
Il dominio napoleonico terminò il 19 novembre del 1813 quando la città fu rioccupata dalle truppe austriache. Rovigo tornò ad essere capoluogo di provincia alla quale furono dati gli attuali confini. Al governo della città fu dapprima posto in via provvisoria Francesco Durazzo e dal 4 novembre del 1816 il conte Ferdinando Porcia, delegato austriaco del conte Carlo Wullerdorf.
La gendarmeria cittadina fu sistemata nel palazzo Manfredi che ospita l’attuale istituto magistrale.
Di notevole importanza fu anche il decreto imperiale del 5 settembre 1815, con il quale Rovigo divenne città regia con diritto a quel sigillo che ancor oggi rappresenta lo stemma araldico della città.
La desolante situazione lasciata dal precedente dominio, con viabilità inesistente con le limitrofe città di provincia, come riportato da Eugenio Piva nel suo manoscritto "Rovigo nel secolo XIX", trovò nei nuovi governanti e soprattutto nel podestà Carlo Silvestri, molto vicino agli austriaci, propensione alla realizzazione oltreché di strade anche di nuove opere quali l'Accademia dei Concordi in Piazza Maggiore, il Teatro Sociale e nel 1819 i giardini pubblici, in quell'area verde precedentemente a disposizione degli ufficiali francesi.
In quello stesso anno fu anche realizzato il nuovo cimitero, lo stesso di oggi ed il primo a trovarvi sepoltura fu il delegato austriaco Wullerdorf, suicidatosi "in botte" durante una caccia in valle.
È questo il periodo in cui nel popolo italiano cominciò a soffiare il vento della libertà ed indipendenza, e anche il Polesine non fu insensibile ai vari movimenti patriottici. La carboneria, portata in questa zona da Teresa Monti di Fratta, moglie del generale francese Arnaud, trovò molti adepti. Ma i loro aneliti di libertà svanirono presto e 34 di essi vennero arrestati nel 1819: per 21 le condanne furono di pochi mesi, mentre per gli altri 13 fu decretata la pena di morte, commutata poi in lunghi anni di fortezza.
Il 23 marzo 1848 la città insorse contro gli Austriaci, le autorità civili e militari deposero i loro poteri in mano agli assessori. Ma tutto fu effimero, il 18 giugno gli austriaci ripresero la città e la repressione fu feroce.
A seguito di questi fatti e dei moti che avvenivano in altre città limitrofe, il governo pensò di munire la città di solide fortificazioni. Vennero costruiti 4 forti in calcestruzzo a forma poligonale di 22 lati a cono. Tre (quello di Sarzano, Borsea e Roverdicre) erano armati con 32 cannoni, il quarto, quello di Boara, con 44. Il presidio militare fu rinforzato con altri contingenti di truppe per ospitare le quali furono requisiti molti edifici.
Nella Piazza Maggiore venne costruito il Palazzo del Corpo di Guardia, detto La Gran Guardia (architetto veneziano Tommaso Meduna) con un esiguo numero di austriaci a far da palo. Il resto delle truppe fu acquartierato nel palazzo Montalti che, dopo il 1866, divenne la prima prefettura e nel nostro secolo fu trasformato in edificio scolastico, oggi occupato dall'istituto tecnico per Geometri.
Dopo la seconda Guerra di Indipendenza del 1859 e la Spedizione dei Mille alla quale presero parte anche 15 polesani, gli Austriaci rafforzarono ancora di più il proprio presidio militare sino a portarlo a tre battaglioni di linea su sei compagnie, un battaglione di cacciatori, pure su sei compagnie, uno squadrone di Ussari e di Ulani e 4 compagnie da fortezza e truppa del genio e di sussistenza per un totale di oltre 10.000 uomini.
Dalla terza Guerra di Indipendenza alla Repubblica Italiana
Si giunse frattanto alla terza Guerra di Indipendenza
Spargendosi l’8 luglio del 1866 la notizia che 14.000 armati italiani costituiti da cavalleria ed artiglieria sotto la guida del generale Cialdini stavano attraversando il Po e muovevano su Rovigo, gli Austriaci, che avevano appena subito la sconfitta di Sadova dai Prussiani, anziché pensare ad una qualsiasi difesa della città, provvidero ad una sollecita ritirata. Portarono via e distrussero tutto l’archivio civile e militare, fecero brillare i 4 forti riducendoli ad un ammasso di rovine e fecero saltare i ponti sull’Adige alle loro spalle.
Rovigo divenne Italiana il 10 luglio del 1866, quando il generale Cialdini in testa alle sue truppe entrò nella città in festa, ed il colonnello dei bersaglieri Volpelandi fu posto al comando del presidio militare subito installato.
Passata l’euforia della liberazione, Rovigo rimase alle prese con mille difficoltà. Fra i molti problemi, quello che interessa la nostra trattazione era rappresentato dall’assenza nel Polesine di qualsiasi reparto militare.
Ciò creava un clima di insicurezza, sia per la mancanza di protezione che facesse fronte ad eventuali emergenze interne che per gli interventi in caso di calamità naturali per le quali gli uomini in armi potevano portare un immediato soccorso.
Dopo ripetute petizioni al ministero della guerra, nel 1877 venne insediato in Rovigo il Distretto militare che trovò dislocazione nella caserma del vecchio seminario e nello stesso anno fu adibito ad accasermamento l'ex Convento degli Olivetani già trasformato in casa di ricovero dai francesi, che doveva accogliere due compagnie permanenti a disposizione del distretto, unità ridotte ad una sola cinquantina di soldati.
Nel 1882 per la rottura dell'argine dell'Adige a Legnago furono allagati oltre due terzi del Polesine. Ciò richiese l'invio di truppe da altre province per far fronte alla grave esigenza. Al fine di favorire l'assegnazione di un battaglione di bersaglieri promesso dagli organi centrali, fu approvato il progetto della costruzione di una capiente caserma da realizzarsi in quell'area dei giardini pubblici ove già esisteva l'arco in onore di Napoleone.
Detta infrastruttura, completata nel 1889, venne intitolata alla famiglia dei conti Silvestri, nobile casato originario del ferrarese, trapiantatosi a Rovigo nel tredicesimo secolo, che aveva dato alla città illustri personalità.
La famiglia Silvestri, che aveva la sua dimora nel palazzo ancor oggi esistente nelle adiacenze del Teatro Sociale e che aveva la tomba di famiglia nella chiesa di San Francesco, si era estinta nel 1875 con la morte dell'ultimo discendente, il cardinale Pietro figlio di quel Carlo Silvestri che era stato podestà di Rovigo subito dopo il ritorno degli austriaci a Rovigo nel 1813.
Tornando alla nostra trattazione, la caserma Silvestri venne occupata non già dal battaglione bersaglieri promesso, ma da una sola compagnia di fanti piumati che, dopo qualche anno, furono trasferiti altrove.
Per lunghi anni la nuova infrastruttura restò a disposizione di reparti in transito o che sostavano nella zona per esercitazioni. Alla vigilia della grande guerra nella caserma fu costituito un centro di raccolta dei coscritti da inviare al fronte quindi divenne ospedale principale. Altri luoghi di cura per militari furono approntati nel collegio Sacro Cuore, nel seminario vescovile messo a disposizione da mons. Anselmo Rizzi, vescovo di Adria, presso il collegio Angelo Custode. Un ospedale da campo fu costituito anche a San Martino di Venezze.
Nel corso della grande guerra, Rovigo fu interessata a grossi stazionamenti e movimenti di truppe. Presso l'albergo Corona Ferrea fu costituito il comando di tappa per le truppe di passaggio. Sulla torre comunale venne installato il posto osservazione aerea il cui comando fu collocato in una delle sale del comune.
In località Granzette, nelle strutture del manicomio provinciale, trovarono sistemazione per qualche tempo 2 batterie del 14° reggimento di artiglieria da campagna. Tale struttura acquistò notevole importanza dopo gli avvenimenti di Caporetto, in conseguenza dei quali lo Stato Maggiore dell'esercito italiano, riparando oltre l'Adige, occupò per un certo periodo la predetta infrastruttura. Fu ospite di tale accasermamento anche il re Vittorio Emanuele III che, proprio da Granzette, diede la comunicazione del cambio delle consegne tra il gen. Cadorna ed Armando Diaz.
Il gen. Giardino era alloggiato nella villa Tracanella Barbirolli vicino alla caserma Silvestri.
È stato difficile reperire sulla stampa dell'epoca notizie riguardanti le presenze militari nella zona in quanto ciò costituiva segreto militare; nei giornali da me consultati ho trovato infatti ampi spazi bianchi su cui campeggiava la stampigliatura "censura". Quanto detto in precedenza è stato rintracciato in un documento riportante una nota di un'agenzia dell'epoca.
Nel corso del 1 ° conflitto mondiale, aerei da ricognizione atterrarono a più riprese nella piazza d'armi, terminata la guerra gli stessi aerei tornarono in città per una manifestazione che sollevò l'entusiasmo della numerosa folla presente.
Ritornata la pace, Rovigo si vide nuovamente privata di reparti militari e la caserma Silvestri fu sede di un deposito del genio militare.
Nell'imminenza del secondo conflitto mondiale nella caserma rodigina trovò dislocazione la sezione mobilitazione del 3° reggimento artiglieria d'arma. Un comando tedesco si installò nel palazzo dell'I.N.A., mentre a palazzo Bisi e nell’Istituto Magistrale trovarono posto dei comandi italiani.
Nel maggio del '42 a Polesella fu dislocato il 441 ° battaglione costiero, dal luglio dello stesso anno a Polesella venne costituto il 305° comando di truppa speciale.
Anche dopo la seconda Guerra Mondiale e la nascita della Repubblica la città non fu immediatamente dotata di reparti armati, il Distretto Militare fu trasferito da via Santa Barbara in una costruzione poi abbattuta nelle adiacenze della caserma Silvestri fra via Silvestri e via Anita Garibaldi. In tale sede restò fino al '64 quando, unitamente all'ufficio leva, fu aggregato al distretto militare di Padova.
Dal 1949 al 1953 la caserma Silvestri ospitò il comando interprovinciale della pubblica sicurezza, reparto celere, e dal '54 al '56 il 5° battaglione di fanteria.
Trasferito anche tale reparto, il 30 settembre del '57 si installarono nell'infrastruttura militare rodigina una batteria del 7° gruppo mortai da 120 mm., proveniente da Lucca e 3 batterie del 5° gruppo della stessa specialità prima dislocate ad Intra. Tali reparti vennero agli inizi del '62 sciolti e nella caserma restò solo per un breve periodo il loro nucleo stralcio per il disbrigo delle pratiche di versamento dei materiali.
1967: arriva l'artiglieria missili contraerei
Ed a questo punto la trattazione diventa la nostra storia: quella iniziata alle ore 11 del 14 Ottobre 1967 quando l'Artiglieria Missili Contraerei ordinò, con i reparti schierati in armi, il primo alzabandiera nel cortile Adua della Caserma Silvestri, decretando con tale cerimonia l'ingresso ufficiale dell'artiglieria missili contraerei nella comunità di Rovigo.
L'arrivo del nuovo reparto fu subito accettato con simpatia dalla popolazione locale che aveva vissuto tutti gli avvenimenti militari dando anche per il tricolore italiano il suo contributo di sangue e che ha avuto premiato l'eroismo di molti dei suoi figli con la concessione di nove medaglie d'oro, oltre 150 d'argento e diverse centinaia di bronzo.
Nel corso di questi 30 anni, il 3° Reggimento ha operato con lavoro diuturno e silenzioso con le batterie dislocate nella pianura veneto-friulana a difesa dei cieli, inseriti nel sistema di difesa aerea integrata della NATO e gli artiglieri sono sempre prontamente intervenuti anche in tutte quelle occasioni in cui le popolazioni del Polesine hanno avuto bisogno.
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Come citare questo articolo
Giovanni Fortunato. “Dalle aquile imperiali ai falchi”. Ventaglio Novanta, n. 16, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/dalle-aquile-imperiali-ai-falchi/