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STORIA - TRADIZIONI

“Bunin Bonano”

Una tradizione che a Bottrighe fa ricordare il tempo degli zoccoli

di Roberto Marangoni

Ventaglio Novanta n. 16 1998 pp. 78–79

“Bunin Bonano, salute e guadagno”, una frase d’altri tempi, un’espressione augurale quasi dimenticata da tutti ormai. Meglio così. Essa infatti ricorda gli anni duri, di privazioni per la maggioranza della nostra gente, anzi miseria per la povera gente abituata a mangiare tutti i giorni polenta e aringa, zucca e ravanelli e che viveva in quelle povere case “infangà”.

Alcuni dicono che quello era un tempo più felice, perché fatto di cose semplici, senza i problemi di alienazione e di arrivismo che quotidianamente ci assillano. Erano tempi senza i nostri problemi, ma forse di ben più gravi e la felicità poteva significare una “gran fassina” di legna che durasse oggi e anche domani.

Ecco perché nessun rimpianto hanno i nostri nonni se quel motto augurale è andato ormai scomparendo nella tradizione locale: ricorda solamente privazioni e miseria, anni difficili da dimenticare. E chi ha ormai passato il traguardo dei settanta ricorda benissimo i canti augurali della notte di S. Silvestro con il consueto finale del “Bunin Bonano, salute e guadagno” il cui scopo principale era per i più, poter racimolare un po’ di farina, un salamino, o un fiasco di vino e qualche “fassina”.

Per molte compagnie di canterini e suonatori, la notte di S. Silvestro significava quindi terminare le festività più serenamente, con qualcosa in più da mettere sotto i denti. Erano tempi duri per tutti, in special modo per i molti poveri, e anche i ragazzi attendevano con ansia il capodanno per mettere insieme qualche “palanca”, passando al mattino di casa in casa ripetendo l’augurio del “Bunin Bonano”.

E così di buon'ora, sulle strade ghiacciate del Basso Polesine, era un intenso rumore di zoccoli (i cosiddetti "cuospi") che costituivano l'unico genere di calzature che si poteva permettere la povera gente e calzati quindi dalla maggioranza dei ragazzi. I piedi rimanevano caldi e poi, con la suola di legno e i molti chiodi per risparmiarla, costavano poco e ciò era importante.

Tutta la mattina del primo giorno dell'anno era caratterizzata da un rumore cadenzato, come uno scalpitare di cavalli lungo le strade, fino a quasi l'ora di pranzo. Nel pomeriggio, poi, i ragazzi potevano anch'essi avere l'attesa "felicità" di acquistare "ciuci", "carate" o "biscutin" al botteghino di Nane D'la Cesa, o di fare una buona scorpacciata di farina di castagna con la "bistoca" e la "micona" di Mario d'Lego, che puntualmente stazionava lungo "El Stradon d'la Cesa" – oggi piazza della Libertà di Bottrighe.

Ecco cosa voleva dire nei tempi andati per molti, anziani e giovani, l'augurio del "Bunin Bonano": un giorno di "felicità" tra tanti giorni di stenti.

Forse allora la lunga attesa tra mille difficoltà dava maggiore valore anche alle piccole cose di un giorno all'anno, come poteva essere un po' più di cibo o una manciata di "carate" per i ragazzi che dovevano attendere un anno per rivedersi in mano qualche "palanca". Ora che tutto è così cambiato come si può avere nostalgia di quel "Bunin Bonano" ricordo di anni così duri per i più?

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Come citare questo articolo

Roberto Marangoni. ““Bunin Bonano””. Ventaglio Novanta, n. 16, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/bunin-bonano/

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