Lendinara, l'aristocratica piccola città nel cuore del Polesine, già patria dell'eroe risorgimentale Alberto Mario e dei Canozi, preziosi maestri di tarsie, e del critico d'arte Giuseppe Marchiori (solo per citare alcuni dei suoi grandi del passato) ora vanta un nuovo figlio: Domenico Montagnana, prodigioso liutaio, polesano di nascita e veneziano d'adozione.
Valgono quanto uno Stradivari i preziosi strumenti ad arco, usciti dalle mani di questo artigiano di rara qualità che ha ritrovato il suo atto di nascita e una sua giusta collocazione artistica, proprio in questi giorni, nella sua città natale, "Atene del Polesine", a cui si sono affiancate la Regione Veneto e la città di Cremona, per rendere più complete e autorevoli le celebrazioni protrattesi per oltre un mese e chiuse il 25 ottobre con un maxi-convegno di studi, a cui hanno preso parte Charles Beare, Adriano Cavicchi, Stefano Toffolo, Riccardo Vianello, Pier Luigi Bagatin, Mimmo Peruffo, Renato Meucci. Per il prossimo anno è prevista inoltre la pubblicazione di una monografia e degli atti del convegno.
Per la prima volta un buon numero di lavori di Domenico Montagnana si sono ritrovati insieme, esposti a Palazzo Boldrin, per essere ammirati pubblicamente, attirando il fior fiore di musicisti, critici ed esponenti della liuteria mondiale, fra cui si sono visti americani, giapponesi, inglesi, svedesi, romeni, austriaci e tedeschi, accalcarsi davanti alle bacheche che contenevano gli strumenti; vere vetrine di sicurezza, realizzate dall'architetto Gae Aulenti, cortese prestito del comune di Cremona.
Buona parte del merito inerente il repêchage del liutaio polesano, deve essere attribuito al romanziere e maestro di liuteria, Charles Beare, proveniente da Londra, che a Lendinara ha aperto le manifestazioni con un'esaustiva relazione sulla vita e le opere di Domenico Montagnana, tradotta per il pubblico dal violinista Leonardo Finotti, uno dei fautori delle giornate celebrative.
L'artista lendinarese – abbiamo appreso – ha visto la luce nel 1686 e si è spento a Venezia nel 1750, dopo una vita di gloria artistica, ma di grandi lutti familiari, quando la Serenissima stava affrontando momenti difficili.
I suoi strumenti ci pongono di fronte, in maniera inequivocabile ad una personalità artistica fra le più affascinanti della storia della liuteria italiana. Le opere a noi pervenute raramente portano una data antecedente il 1720; i suoi violini di formato normale, con bombatura piatta, sono strumenti di prim'ordine per i solisti; soltanto una viola gli è stata attribuita: lo strumento utilizzato per molti anni da Lionel Tertis. La fama di Montagnana resta soprattutto legata alla straordinaria produzione di violoncelli che, a giudizio del violoncellista Ralph Kishbaum, annovera circa 40 esemplari.
Nel corso di un concerto commemorativo tenutosi lo scorso 7 Settembre, una della perle della produzione del Montagnana, l’audace e massiccio violoncello, detto “la Bella addormentata”, a causa dei suoi lunghi anni di silenzio, ha profuso fra le arcate del Santuario, dedicato alla Madonna del Pilastrello, l’immortale melodia della Suite bachiana n.3 in Do maggiore BW 1099, eseguito dalle mani abili dell’americano David Cole.
La stipatissima folla, accorsa al memorabile concerto, ha potuto apprezzare anche gli altri strumenti usciti dalle mani di Montagnana, quali i violini suonati dall’italiano Cristiano Rossi e dalla romena Mihaela Martin, il violoncello affidato all’esecuzione dello svedese Frans Helmerson, la viola, affidata all’esperienza di Vladimir Mendelsson. Alle voci dolcissime degli archi si è unita quella del pianoforte, alla cui tastiera si è cimentata Patricia Pagny, allieva di Nikita Magaloff.
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Grazia Giordani. “Riscoperto Domenico Montagnana (1686-1750)”. Ventaglio Novanta, n. 16, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/riscoperto-domenico-montagnana-1686-1750/