Tra le terapie alternative si è diffusa di recente quella con i "Fiori di Bach", medico omeopata inglese degli inizi del secolo. Egli descrive, tra gli altri fiori, la violetta d'acqua (Hottonia palustris), chiamata water violet in lingua anglosassone.
Caratteristiche della "personalità Water violet" sarebbero il riserbo orgoglioso, la riservatezza interiore. La pianta stessa, i cui fiori lilla pallido spuntano dall'acqua, sembra dimostrare nel suo atteggiamento, gracile ma eretto, tali caratteristiche.
Una fragilità, orgogliosa della sua bellezza, che però ha portato questa primulacea sull'orlo della scomparsa, tanto da essere inclusa nella Lista Rossa delle specie vegetali in via di estinzione in Italia, curata dal WWF.
La splendida Hottonia si trovava anche all'Oasi del Bojo di Concadirame fino a qualche tempo fa; ma i ripetuti incendi che hanno più volte devastato il piccolo e per questo tanto più fragile ambiente hanno avuto come risultato la scomparsa della pianta. Non disperiamo che qualche fiorellino sbocci ancora nelle zone più riparate del fontanile: la vicenda dell'Hottonia è quasi un paradigma di come la natura soffra, si ritragga e scompaia di fronte alla devastazione del nostro ambiente polesano.
Il Bojo rappresenta proprio un'oasi di natura quasi intatta in una campagna trasformata dalle bonifiche e dall'avvento dell'agricoltura intensiva. Le sue vicende plurisecolari, che abbiamo illustrato nel numero 13 di "Ventaglio", ci chiariscono come animali e vegetali altrove poco comuni possono trovare ancora qui rifugio, sempreché non arrivi il solito sciagurato piromane.
Se la Violetta d'acqua sembra scomparsa, molte altre piante fanno ancora bella mostra di sè. Può essere già interessante camminare sulle "banche" dell'Adige, dove all'inizio della primavera sbocciano le viole, le margheritine e le veroniche. Verso aprile le rive del fiume si ricoprono di tarassachi e ranuncoli; la salvia dei prati è stretta parente della salvia usata in cucina. A proposito, ecco la ruchetta e poi il profumo del timo e della mentuccia. Qualche gregge di pecore segue la crescita delle graminacee, quali il forasacco (Bromus arvensis, B. inermis) e i sonaglini, il nome dei quali deriva dalle particolari spighette pendule e tremolanti.
Scendiamo verso il fontanile e osserviamo un raro esempio di bosco igrofito, cioè di una zona perennemente allagata ove crescono gli ontani, alberelli piramidali; alla loro ombra numerosi esempi di carici e qualche giunco. Vicino ecco una rarità: la felce palustre. Più comuni, ma non meno interessanti sono gli equiseti, esempi di fossili viventi i cui antenati crescevano nelle paludi durante il Carbonifero.
Nel prato umido si nascondono altre specie vegetali estremamente rare. Si tratta delle due orchidee, Listera ed Elleborine palustre, rappresentanti di una famiglia che conta 20000 specie nel mondo. Non sono certo orchidee vistose come quelle tropicali ma pianticelle alte circa 20-30 centimetri. Tuttavia i loro piccoli fiori conservano tutti la bellezza delle forme più appariscenti. La Listera ha i petali verdi; l’Elleborine ha i petali esterni verdastri, quelli interni più chiari, e il suo labello è bianco con venature rosa.
Qua e là hanno attecchito vari arbusti, come la sanguinella, la frangola e il biancospino e anche alcuni alberelli: frassini, ciliegi e querce. Più sviluppati sono i salici cinerei. Il prato umido è anche l'ambiente delle valeriane, degli iperici, qui rappresentati dalla specie "alata" (Hypericum tetrapterum) e dei non-ti-scordard-di-me (Myosotis scorpioides).
Giungiamo al fontanile, posto al di là del sipario di cannucce e di tife. Tra le altre canne, una è più sottile e slanciata: è la canna di Ravenna. Sull'acqua fioriscono le ninfee: quella bianca sta purtroppo scomparendo, quella gialla o nannufero, gode di miglior salute. Simile a una piccola ninfea, con le foglie reniformi e i fiori bianchi con tre petali, è il morso-di-rana.
Infine, un'altra presenza eccezionale, l’Utricularia, dai fiorellini gialli. La pianta nasconde sott'acqua la sua arma nascosta, gli otricoli, specie di sacchettini che con il loro odore attirano gli animaletti. A questo punto scatta una valvola che imprigiona i malcapitati. Si tratta quindi di una pianta carnivora.
Quali animali si aggirano tra queste piante? Innanzitutto tanti insetti; come splendide farfalle: la Vanessa dell'ortica, la Vanessa atalanta, la Vanessa Io, detta anche Occhio di pavone per le sue ali ocellate. E poi tante libellule, che proprio in acqua trascorrono la prima parte della loro esistenza. Si tratta di insetti predatori, come la mantide religiosa, che però preferisce la caccia d'appostamento. Molti insetti nuotano nel fontanile cacciati dai pesci come la scardola, la tinca e l’alborella. Sul fondo si nasconde qualche luccio.
Il Bojo rappresenta inoltre un ambiente fondamentale per la riproduzione degli anfibi: rane, rospi, raganelle trovano qui un ottimo rifugio. Il tritone, poi, è stato oggetto di un'operazione di salvaguardia curata dai volontari del WWF. Scoperto infatti che nella vasca di uno zuccherificio in via di demolizione vi era una popolazione di tali animaletti, si è provveduto alla loro cattura e alla successiva liberazione nell'Oasi.
Naturalmente non mancano i rettili, in particolare gli inoffensivi biacchi, detti carbonassi per il loro colore scuro, e le bisce dal collare. Anche alcune rare testuggini d'acqua, recuperate in difficoltà, sono state rimesse nel fontanile.
Per quanto riguarda gli uccelli, i più mobili e più visibili tra gli animali, bisogna considerare che l'ambiente è piccolo; ciò porta a un inevitabile disturbo che riduce il numero delle specie presenti. Comunque, come dimostrano recenti campagne d'inanellamento, l'Oasi è un punto di riferimento per questi animali, in particolare durante il periodo delle migrazioni.
Sono settantotto le specie avvistate. Si va da alcune molto comuni, quali il fagiano che trova qui scampo alle fucilate dei cacciatori, ad altre più inusuali. Gallinelle d'acqua e porciglioni si nascondono fra le canne, fra le quali svolazzano cannaiole, canareccioni e usignoli di fiume. D'inverno la zona è utilizzata come dormitorio anche da un nutrito gruppo di migliarini di palude. Il forapaglie castagnolo è un'altra specie minacciata che trova rifugio nel canneto. Il martin pescatore ha certamente un aspetto più vistoso, così come il rigogolo, che però si nasconde in cima agli alberi. L'airone cenerino è il più grande rappresentante della sua famiglia, che comprende anche la nitticora, dalle abitudini serotine, e il tarabusino, probabilmente nidificante.
L'inverno risuona dei richiami di pettirossi e scriccioli, qui molto abbondanti, mentre stormi di cesene calano sui frutteti attorno. Quando poi, con il caldo, viene il momento della fioritura delle composite, gruppi di cardellini vanno a pranzare all'Oasi. Gli strillozzi non sono certo così colorati, ma si distinguono per il verso, simile al suono di un mazzo di chiavi scosso; è una specie in regresso in molte regioni europee. Inconfondibile è anche il richiamo del luì piccolo, chiamato onomatopeicamente dagli inglesi "chiff-chaff". Facilmente riconoscibile è anche il beccamoschino, che accoglie i visitatori dell'Oasi con il suo volo ondulato, in cui a ogni impennata lancia uno "zip" di richiamo. L'averla piccola nonostante sia un passeriforme ha abitudini rapaci ed è nota perché infilza le sue prede (insetti e talora piccoli uccelli) sulle spine; molto più rara, tanto da meritare una segnalazione all'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, è l'averla maggiore.
Vediamo ora i veri rapaci; vari uccelli di questo gruppo sono stati liberati nell'Oasi dopo che erano stati ritrovati feriti e quindi curati dal Centro Recupero Animali Selvatici del WWF. È interessante il fatto che una poiana, involata al Bojo, dopo circa sei mesi è stata osservata di nuovo in zona, segno che l'ambiente è favorevole allo stazionamento di questi animali. Durante il passo sono stati osservati anche l’albanella reale, il falco pecchiaiolo e lo sparviero; di notte gufi, civette e barbagianni vanno a caccia di arvicole e toporagni.
Un altro piccolo mammifero è il topolino delle risaie; d'inverno, fra l'erba secca, si trovano delle pallottoline fatte da foglie e fusti intrecciati. Si tratta proprio dei caratteristici nidi di questo topolino, il più piccolo d'Europa.
Anche donnole e lepri si aggirano nell'Oasi, a dimostrazione ancora del valore di questo ambiente.
A questo punto è lecito porsi una domanda: riuscirà l'Oasi a sopravvivere? Circondata da colture intensive dove non si lesina in antiparassitari e diserbanti, percorsa ripetutamente dal fuoco appiccato da mani irresponsabili, soggetta ad atti di vandalismo, l'area del fontanile deve oggi la sua esistenza alle cure dei volontari del WWF. Un lavoro continuo, sconosciuto a tutti, eppure compiuto per tutti: perché ogni polesano abbia diritto alla sua piccola fetta di natura. E perché ogni pianta, ogni animale, anche il più umile, ha diritto all'esistenza.
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Come citare questo articolo
Francesco Crestani. “Brulica di vita il Bojo di Concadirame”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/brulica-di-vita-il-bojo-di-concadirame/