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STORIA - TRADIZIONI

I mulini natanti

Per secoli costituirono un importante riferimento economico per la terra polesana

di Vittorio Secchiero

Ventaglio Novanta n. 17 1998 pp. 76–79

Davvero antiche sono le radici dell'arte molitoria che, in tempi remoti si serviva di macine azionate dalla forza umana o animale, sostituita poi da quella idraulica o eolica.

Il Polesine, terra di fiumi, si caratterizzò per la presenza di mulini natanti, particolarmente fitta sulle sponde dell'Adige, con una fioritura che si può fissare a poco prima del 1000. Il loro numero era difficilmente calcolabile, in quanto era proporzionale all'entità delle comunità che si trovavano nei dintorni.

Fin dal '300 abbiamo testimonianze di tali mulini a Lendinara e Badia Polesine, in quanto il meccanismo che azionava l'impianto venne esteso a decine di nuovi dispositivi: accanto ai mulini sorgono officine per conciare e lavare le pelli, per segare le pietre e il legno, per frantumare materiali di vario genere, per torcere la seta e i filati.

Il mulino era fondamentalmente una macchina di trasformazione del grano in farina, ma, da un documento cinquecentesco rinvenuto presso l'Archivio di Stato di Modena, apprendiamo che, in tempo di guerra, quando le necessità difensive divenivano impellenti, poteva svolgere anche funzioni militari. Tale manoscritto riferisce che era stato ordinato di sgomberare le macine in pietra di una decina di mulini che stavano in una località chiamata "Cortestanti", e che al loro posto venivano introdotte le artiglierie. A riprova di ciò, segue nello stesso documento una lista di elementi necessari per la truppa: vi figurano "ligname da difesa, plumbo et ferro assai per lo bisogno de l'artiglieria, polvere, fili per balestre", da cui deduciamo un utilizzo improprio del mulino, che fino ad ora ci era sconosciuto.

Il mulino natante, nella sua forma classica era composto da due barconi, affiancati a poca distanza l'uno dall'altro, detti "sandoni"; un terzo barcone, detto "antàn", era distanziato dai primi due. Sui due barconi avvicinati gravano il peso del meccanismo molitorio e della "casa", chiamata così perché era la parte abitabile, con le macine, i sacchi di grano e di farina, nonché il letto e i vari attrezzi.

Tra i primi due barconi e l'ultimo c'era la grande ruota a pale, spinta dalla corrente del fiume, che grazie al suo movimento riusciva a conferire energia necessaria alle mole per macinare i cereali. I mugnai avevano tutti casa vicino all'argine e spesso avevano qualche piccolo appezzamento di terreno nei dintorni che essi lavoravano assieme ai loro famigliari.

A testimoniare l'importanza che i mulini rivestivano nella società polesana, è un riferimento che troviamo negli Statuti del Polesine di Rovigo del 1440. È stabilito che "nessun mugnaio e nessuna altra persona possa avere un mulino vicino alla "rotta della Malopera" 1, sopra Badia o in nessuna parte della stessa, dal primo maggio per tutto il mese di luglio". Questo provvedimento veniva adottato per problemi di sicurezza, e si stabiliva che, se il capitano di Rovigo avesse accertato la presenza di un mulino, questo venisse rimosso, sotto la pena di cento lire. Inoltre ogni mulino posto sul fiume vecchio (l'Adigetto) e sull'Adige doveva distare dalla riva almeno 18 piedi, sotto pena di 40 soldi.

Per quanto riguarda il Po, gli Estensi già nel 1287 negli Statuti di Ferrara dedicarono ampio spazio a tali mulini, stabilendo che dovevano esclusivamente trovare sistemazione nel tratto che va da Melara a Ficarolo, per via delle rotte degli argini che devastavano il territorio 2.

Quando il corso dei fiumi e canali diminuiva, i mulini rimanevano privi dell’energia necessaria per il funzionamento. Allora i mugnai non esitavano a costruire e collocare sbarramenti, quali “roste” (composte di frasche e legname) e “volpare” (sbarramenti in terra), al fine di indirizzare e far crescere la forza dell’acqua sulle pale delle ruote. Anche per questo i mulini furono sempre oggetto di particolare attenzione da parte dei vari governi, sia per i danni che potevano arrecare agli argini, sia per gli ostacoli che creavano alla navigazione.

A testimonianza di ciò, riportiamo un documento, datato 15 novembre 1455, nel quale il capitano della guardia di Rovigo, Trojlo de’ Joculis, scrive al Marchese Borso circa le alterazioni del corso di un canale presso Badia, provocate da alcuni mugnai, con il conseguente affondamento di imbarcazioni e annegamento di persone. Il funzionario afferma che un fatto simile si era verificato tempo prima presso l’Adigetto, nella Podestaria di Lendinara; là “si roversò una barcha cum altri gentilhomeni venetiani dentro”, e chiedeva al Marchese di quale entità dovesse essere la pena da applicare.

Da documenti come questo emerge la natura del mugnaio che spesso non esitava a mettersi contro la legge spinto talvolta dalle necessità o da carestie. A tale proposito citiamo alcuni detti che sono entrati nella nostra cultura popolare, quali "furbo come el munaro", oppure "a l'astuzia del munaro no ghè mai nissun riparo". La diffidenza degli utenti del mulino non era casuale: bisogna infatti ricordare che il mugnaio, per ogni quintale di grano macinato, per sé tratteneva la "molenda" (quantità di farina che gli spettava per la macinazione, di solito un sedicesimo di quella prodotta), più la "olativa'' ovvero tutta la farina che volava via durante tale operazione. Se il cliente non teneva gli occhi bene aperti, e non era in grado di seguire la contabilità del mugnaio, in varia misura sempre a lui favorevole, peggio per lui. Da ciò nasce il detto "80 chili a tutti, 90 a qualcuno, 100 a nessuno".

Per combattere le industriose contraffazioni che avvenivano nei mulini, gli Statuti stabilivano che non si poteva vendere merce se non con "misure, pesi, stadere, bilancie et strumenti" adeguati alle misure del Ducato, e i mugnai dovevano utilizzare sacchi bollati dall'amministrazione comunale. Grosse multe e spesso condanne infamanti, come tratti di corda, si infliggevano ai contravventori.

Per avere tutti gli strumenti regolarmente controllati e bollati, i mugnai e tutti gli altri commercianti dovevano pagare una tassa, non sappiamo se riscossa dal pubblico ufficiale (il "console alle vettovaglie”) al momento della consegna o della verifica della misura, oppure unitamente ad altre imposte o tasse d'esercizio, quale la licenza per esercitare la professione.

Sulle sponde dei nostri fiumi e mulini natanti rimasero fino a pochi decenni fa, quando con l'avvento della civiltà delle industrie e delle macchine supertecnologiche scomparve questa piccola casa-azienda galleggiante, e con essa una parte della nostra cultura e delle nostre tradizioni.

1 Rottura dell'argine avvenuta secondo la tradizione nel 1438 durante la guerra tra Venezia e Milano.

2 Ricordiamo fra le altre, la famosa rotta di Ficarolo avvenuta nel 1152 che sconvolse a lungo il Polesine, dando luogo all'attuale corso del Po.

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Vittorio Secchiero. “I mulini natanti”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-mulini-natanti/

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