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STORIA - TRADIZIONI

Quando a Salvaterra c’erano i conti

All’aprirsi della primavera, tutto il paese assisteva al ritorno della famiglia Pellegrini

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 17 1998 pp. 84–87

Il "Palazzon" di Salvaterra, ebbe come ultimo illustre inquilino il conte Pellegrini. La sua erezione, risalente al 600, avvenne per opera della potente famiglia Loredan che già possedeva in quel di Lendinara ville e terreni. Come la restante facoltosa nobiltà locale anche i Loredan provenivano da Venezia per quel movimento diffusissimo che portò le più ricche famiglie veneziane ad investire in terraferma i loro capitali, non appena si offuscarono e persero competitività le relazioni commerciali con l'oriente.

La famiglia dei conti Pellegrini era invece originaria di Bergamo, anzi per meglio dire abitava a Bergamo e trascorreva a Salvaterra lunghi periodi di riposo e di svago, nella fastosa cornice della villa con un retroparco costellato di statue, vialetti alberati, piscina per i bagni e monticello artificiale per l'esercizio del tiro al bersaglio.

Bisognava pur capirli questi nobili! Dopo sei-sette mesi di dura vita cittadina, impegnati in un tour de force di cene mondane, serate a teatro, inviti al ballo, sfilate per il corso, nottate trascorse nei fumoir dei tabarin per parlare a ruota libera di dame e ballerine, avevano pure la necessità di un meritato riposo tra il verde dei prati, lontano dal frastuono, all'ombra di querce fronzute.

Era la moda dei benestanti di allora trascorrere gioiose vacanze in campagna (ne è un esempio la celebre commedia del Goldoni); allora non si era ancora scoperto il mare, e poi, in piena Bella Epoque, chi si sarebbe sognato di denudarsi e mettersi a rosolare al sole in un orrendo carnaio umano che avrebbe fatto inorridire i benpensanti?

A Salvaterra, quando si sapeva dell'arrivo del conte, si mobilitava l'intera comunità, non solo la servitù provvedeva a ripulire, lucidare, stanze, corridoi e vialetti, ma anche la facciata del palazzo veniva rinfrescata ed ognuno stava all'erta, dato che l'economia del borgo era indissolubilmente legata alla villa a alla persona del conte.

Villa Pellegrini dominava infatti direttamente vaste estensioni di terreno, accogliendo nei suoi campi centinaia di braccia; i piccoli proprietari prestavano saltuariamente la loro opera nei possedimenti comitali, mentre i restanti pochissimi facoltosi paesani non potevano sottrarsi dal fare i conti con l'enorme quantità di prodotti sfornati dalle campagne soggette alla villa e al conseguente dominio del mercato. Gli artigiani, dal canto loro, pregavano affinché il conte li interpellasse per qualche lavoretto, come la manutenzione di porte e cancelli o l'appalto annuale degli attrezzi agricoli dalle zappe agli aratri.

I servigi resi erano del resto l'unica maniera per conoscere il volto regale del monarca stampato sulle monete con cui venivano ricompensati, vera gioia per gli occhi; gli altri, i villani, pagavano prevalentemente in natura.

Da ultimo ma non ultimo, il parroco. Egli si preparava con meticolosità per l'arrivo del suo illustre e potente vicino, tanto vicino da poter accedere al tempio direttamente da una loggia coperta, tuttora esistente e terminante in un'apertura discretamente schermata da una grata sul lato destro della chiesa, dietro la quale un banco di rara fattura accoglieva le blasonate ginocchia della contessa e delle di lei figlie.

La chiesa di Salvaterra, sorta senza dubbio sotto il patrocinio della famiglia Loredan, e di poco posteriore al Palazzon, passò poi al clero secolare acquisendo il titolo di parrocchia. Ne conseguì un rapporto alquanto ravvicinato tra il parroco reggente e la famiglia del conte. È facile immaginare (ma molti indizi e testimonianze dei vecchi lo confermano) come, in assenza del conte, il parroco si sforzasse di esercitare, non solo il suo mandato religioso del quale doveva rendere conto al vescovo (lontano), ma anche una sorta di controllo meno spirituale sui beni e sulle persone che gravitavano attorno alla proprietà della villa, il cui titolare era sovente presente (e quindi vicino).

All’aprirsi della primavera, non appena le strade si erano rese praticabili, la famiglia del conte, dopo debiti preparativi, partiva da Bergamo in carrozza, disdegnando le ferrovie, con un tiro di cavalli maremmani, seguita dall’invidia dei concittadini che non potevano concedersi tale lusso, e dal sospiro di sollievo della restante servitù.

La velocità, dati i tempi e le strade, era quello che era, comunque forzando uomini a cassetta e animali si riusciva a giungere a Verona a sera fatta dopo aver cambiato i cavalli a Brescia.

In Verona scendevano ospiti di certi loro parenti appartenenti alla nobiltà minore, ma molto in polso in quanto a beni ed attività commerciali. Era costume di allora restare, magari per breve, ad onorare la famiglia ospitante: erano le uniche occasioni per scambiarsi pareri, pettegolezzi, affari di vario genere non esclusi pilotatissimi precontratti matrimoniali fra i giovani rampolli, ai quali le famiglie benestanti si preoccupavano di garantire una solida posizione da amministrare in compagnia di un loro pari.

Da Verona una sola giornata bastava poi per giungere a Salvaterra, con cambio di cavalli a metà strada, e quando nel tardo pomeriggio si udiva in lontananza il suono del corno del “cocio” (cocchiere), la gente accorreva: chi era nei campi lasciava la zappa nel solco, le donne mollavano il bucato nei mastelli di legno, i ragazzi non aspettavano altro e, tutti in piazza a far scommesse se il tiro della carrozza fosse stato di quattro o sei cavalli!

Il conte portava solitamente un abbigliamento vagamente venatorio, stivali compresi, la contessa ovviamente era in abito da viaggio con spolverino e tanto di cappello a larga tesa tenuto in sesto da un’ampia fascia annodata deliziosamente sotto il mento, le graziose contessine infine mettevano piede a terra con un’aria di angelica affettazione che incuteva negli astanti lo stesso timore reverenziale di Santa Agnese dipinta sopra gli altari.

Il conte veniva ben presto ragguagliato sulle cose avvenute in sua assenza dal Gastaldo, una sorta di amministratore, e, dopo essersi dato una sistemata, assieme alla famiglia si recava in chiesa per il canto del "Te Deum" di ringraziamento, visto il buon esito del viaggio, presente tutto il paese.

Tra la soavità delle note dell'organo accordato per l'occasione, il profumo dell'incenso, il bagliore delle candele e lo sfavillio dei paramenti e dei paludamenti dell'illustre famiglia, la gente aveva modo di riflettere e convincersi che esistevano davvero due esseri supremi: uno in cielo raggiungibile con invocazioni (per altri con bestemmie), l'altro in terra meno misericordioso ma certamente più toccabile, col quale bisognava scendere a patti.

La trionfale giornata veniva chiusa con una ricercata immancabile cena, cui era invitato il parroco fatto sedere tra le dame e qualche nobiluccio locale. E così ci si inoltrava nella notte tessendo le lodi all'albana e al raboso, e discorrendo amabilmente di viaggi, carrozze, briganti, cavalli e donne.

Tutto rientrava dunque in un ordine preconfezionato per assicurare la serena quiete del paesello, nella consapevolezza ribadita più volte dai più vecchi che "El pesse groso, magna quelo picolo".

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Graziano Beccari. “Quando a Salvaterra c’erano i conti”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-a-salvaterra-cerano-i-conti/

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