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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Nella Valle dei Frassini

J~ella

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 19 1999 pp. 24–35

L'appuntamento è al Capitello di Fiesso Umbertiano, località che deve il suo nome all'Oratorio dedicato alla Beata Vergine della Salute. Si tratta di una costruzione risalente ai primi del '600, ma completamente rifatta nel 1884, ove è conservata una cinquecentesca immagine della Madonna, verso cui da sempre si è indirizzata la fede popolare.

Da questo luogo, che segna un primo incontro con le tradizioni di una civiltà che non va dimenticata, parte il nostro itinerario ciclo-turistico che ha come obiettivo principale la "Valle dei Frassini": un percorso che ci porterà a Frassinelle, per raggiungere il Canal Bianco che costeggeremo seguendo il flusso della corrente, fino ad incontrare un altro corso d'acqua, un tempo famoso, denominato Fossa Polesella. Da qui raggiungeremo la periferia di Polesella, per deviare verso Raccano, da dove inizierà il percorso di ritorno, compiendo un anello di oltre quaranta chilometri.

È bene ricordare che l'area, prescelta per il nostro itinerario, per secoli ha mantenuto un carattere di selva palustre: lo comprova un documento pontificio del 944, di papa Martino III, in cui il territorio è individuato come "Valle Fraxineta", con evidente riferimento ai frassini, pianta alquanto diffusa nel passato in tutto il Polesine che qui dovette aver una densità rilevante. Il predominio della natura era favorito da frequenti inondazioni del Po, dell'Adige e del Tartaro, tutti fiumi che segnano la nostra provincia in senso longitudinale.

E proprio nella zona di Frassinelle le acque alluvionali per secoli hanno trovato una sorta di sbarramento latitudinale costituito dalla Fossa Polesella. Le arginature seppur modeste di questo antico corso d'acqua, di origine artificiale, hanno più volte contenuto la forza delle inondazioni, facendo della zona una delle più colpite di tutto il Polesine.

Per secoli dunque la vasta area fu ricoperta da una palude, la cui eliminazione richiese molteplici interventi di bonifica, iniziati nella seconda metà del '400 dagli Estensi e proseguiti alacremente dopo il passaggio del territorio sotto la Serenissima, a seguito della Guerra del Sale (1482-84), e più volte ripresi fino ai giorni nostri.

Sulla vasta area bonificata spiccano da tempo due lunghe strade intersecantesi a croce: caratteristica questa che ha contrassegnato a tal punto la zona, da costituirne il simbolo recepito nello stemma comunale.

Sulla scorta di tali informazioni, dal Capitello di Fiesso prende dunque avvio il nostro percorso. In breve raggiungiamo il ponte che supera l'autostrada Padova-Bologna, dalla cui sommità vediamo estendersi il vasto territorio bonificato, che oggi non fa assolutamente pensare ad una valle di frassini. Infatti la vasta campagna, intensamente coltivata, attualmente riserva spazi veramente minimi agli alberi che svettano soltanto nei pressi delle fattorie; diverse delle quali conservano fortunatamente ancora intatti gli elementi tipici delle corti rurali che negli ultimi secoli hanno caratterizzato la storia della nostra terra.

Giunti in località La Crosara, deviamo a sinistra imboccando la lunga via rettilinea che porta a Frassinelle. Qui siamo accolti da variopinti festoni che ci comunicano un clima di allegria: molte delle case che sorgono sulla via sono inghirlandate da banderuole e segni di giubilo. È Giugno, e a Frassinelle si festeggia il Palio della Valle dei Frassini, manifestazione riscoperta da alcuni anni, alla cui riuscita concorrono, con ammirevole spirito di promozione del luogo, le varie contrade del vasto ma poco popolato comune.

Raggiungiamo frattanto la località Chiesa, baricentro del territorio comunale, ove le due strade principali si incrociano, disegnando sul territorio quella sorta di grande X di cui abbiamo parlato. Qui si concentra l'animazione per la festa del Palio, con la riproposta di alcune attività tipiche di quella che è stata definita la "civiltà contadina", nei confronti della quale sembra oggi manifestarsi finalmente una volontà di riscoperta.

La chiesa parrocchiale, che ebbe la sua prima edificazione nel 1496, al tempo dei primi interventi di bonifica, seguì più volte le incerte sorti del territorio circostante, sconvolto alternativamente dalle inondazioni di Po, Adige e Tartaro-Canal Bianco.

E proprio ad un paio di chilometri dalla chiesa (lungo via Roma) si ebbe a registrare la principale tragedia delle acque del nostro secolo: il 14 novembre 1951 l'onda del Po, abbattute le arginature ad Occhiobello, irruppe violenta sul Polesine portando ovunque distruzione. Un autocarro, colmo di persone da portare in salvo, transitante lungo la rettilinea via proveniente da Pincara, fu raggiunto proprio in questa località e sommerso dall'acqua limacciosa: ben 84 furono le vittime, al cui ricordo è stato innalzato un monumento nel luogo della tragedia.

La disastrosa inondazione del '51 minò anche la staticità della chiesa dedicata a S. Bartolomeo, che subì danni gravissimi, tali da richiedere l'abbattimento del sacro edificio. La riedificazione, inserita nel Piano Generale di Ricostruzione del Polesine a seguito dell'alluvione, fu tempestiva e la nuova chiesa fu consacrata il 12 Novembre 1955 dal vescovo Guido M. Mazzocco, presente l'on. Giovanni Brusasca, commissario governativo preposto a coordinare gli interventi dell'emergenza e della ricostruzione.

Fatta una breve sosta presso il tempio e le bancarelle di foggia artigianale sparse per il sagrato ed appositamente allestite per animare la festa del palio, riprendiamo il nostro percorso verso quella che può essere definita la nuova Frassinelle. Si tratta di un nucleo moderno, sorto in tempi recenti su terreni più elevati presso il Canal Bianco, ove ha termine la lunga strada rettilinea.

A Frassinelle centro è stato eretto anche l'edificio del Comune e una nuova chiesa dedicata a S. Maria Assunta inaugurata nel Gennaio del 1959, voluta ardentemente dalla popolazione, che ha concorso con generose offerte a coprire i costi di realizzazione. Il sacro edificio, privo di ricercatezze architettoniche, tutto basato sulla praticità e l'utilità degli spazi, accoglie un grande crocifisso ligneo, un bel portale marmoreo del sec. XVI, alcune statue di Felice Canton e Cesare Zancanaro, e due interpretazioni della Via Crucis: la prima in terracotta è opera del padovano Quaia, mentre la seconda è costituita da piccole tele realizzate dal pittore di Ceneselli Maurizio Barozzi.

L'unico edificio di pregio storico che sorge nei pressi del centro è Ca' Pesaro, un complesso rurale del '700, in cui, affiancati alla casa padronale si trovano l'oratorio (a sinistra) e le stalle con gli ambienti di servizio (a destra). Il complesso si presenta oggi in stato di abbandono e bisognoso di un radicale intervento di consolidamento e restauro. Per evitare furti o atti vandalici è stata tolta una bella icona con una Madonna Nera che impreziosiva l'oratorio.

Raggiungiamo frattanto il Canal Bianco e la vicina località Passo il cui antico Oratorio, che sorge oltre il corso d'acqua lungo la strada per Villamarzana, dal 1780 è dedicato a S. Lorenzo. Posto nei pressi del fiume, e quindi in posizione più elevata rispetto alla parrocchiale della località Chiesa, il tempietto nel corso dei secoli ebbe più volte a ricoprire un ruolo di supplenza alla chiesa madre resa inagibile dalle frequenti alluvioni. Ed il suo esiguo camposanto, che in più occasioni accolse le vittime delle inondazioni, è stato permanentemente destinato alle 84 persone che tragicamente persero la vita nell'alluvione del '51.

Ritorniamo frattanto sull'argine del Canal Bianco, le cui sponde si presentano ricche di vegetazione spontanea che ci fanno pensare ai fitti frassini che un tempo ricoprivano la zona dandole il nome.

Percorriamo la strada arginale in direzione della corrente fluviale, ricordando come questo corso d'acqua nasca da un'azione composita di uomo e natura. La storia e la geologia ci informano innanzitutto che, in una posizione mediana tra Adige e Po, è sempre esistito un fiume (nei tempi più antichi chiamato Filistina o Po di Adria, nel primo medioevo denominato Canale Maneggio) cancellato poi da varie inondazioni, fino a quella del 1438 derivante dalla rottura, forse dolosa, degli argini dell'Adige a Castagnaro e Malopera. Toccò dunque all'uomo ridisegnare questo fiume mediano, che infine prese il nome di Canal Bianco.

L'opera fu ritenuta essenziale dai bonificatori estensi nel XV secolo: si trattava di incanalare le acque provenienti da un lato dalle Valli Veronesi portate dal Tartaro, e dall'altro dalla rotta dell'Adige presso Castagnaro.

A Canda iniziarono pertanto i lavori di imbrigliamento dei due corsi d'acqua, fatti confluire nel nuovo canale, che solo successivamente venne denominato Canal Bianco, in quanto per un paio di secoli fu conosciuto come Castagnara, ramo dal quale proveniva la maggior parte delle acque. Lo scavo del fiume-canale raggiunse nel 1455 la Fossa Polesella, permettendo così di indirizzare nel Po le acque del complesso sistema idrografico caratterizzante l'alto Polesine. La continuazione del Canal Bianco verso Adria ed il Mare fu successiva, resasi necessaria quando l'innalzamento del letto del Po iniziò ad ostacolare il deflusso delle acque portate dalla Fossa.

Si trattava di un sistema idrografico che per un ampio periodo mantenne la sua funzionalità agevolando la navigazione all'interno del Polesine. E nei secoli in cui il territorio fu dominato dalla Repubblica Veneta, con frequenza il complesso fluviale formato da Po-Fossa-Scortico, era utilizzato dalle imbarcazioni dei nobili veneziani dirette alle belle dimore di Fratta. Un percorso questo che oggi non è più possibile effettuare, dato che la Fossa ha completamente perduto i suoi connotati di canale di collegamento tra Po e Canal Bianco.

Continuando il nostro percorso raggiungiamo frattanto la località Bresparola. Proprio qui la Fossa aveva origine dal Canal Bianco. La confluenza è oggi inibita da uno sbarramento, ma il collegamento tra i due corsi d'acqua esiste ancora in modo artificiale. È stato infatti reso possibile grazie ad un sistema di pompe e sifoni che, a seconda delle esigenze, è in grado di portare l'acqua al corso prescelto.

La zona, tipicamente agreste, è caratterizzata dalle colture stagionali, sulle quali si poggia il nostro sguardo che poi è attratto da una signorile costruzione probabilmente settecentesca che sorge su un dosso di sicura derivazione alluvionale, verso cui ci dirigiamo.

Nei pressi sorge un'altra importante opera dell'uomo: si tratta di un incrocio idraulico, in cui vari canali di bonifica della zona di Frassinelle si uniscono per sottopassare la Fossa. La complessa operazione fu caldeggiata nel secolo scorso da Pietro Paleocapa. Ed ancora oggi, in onore di colui che a buon diritto è considerato come il principe degli ingegneri idraulici polesani, la struttura a due canne è denominata Botte Palleocapa. Da qui ha in pratica origine il Collettore Padano Polesano, che scorre quasi parallelo al Canal Bianco, fino ad incrociarlo in basso Polesine, a Volta Grimana.

Continua frattanto il nostro itinerario costeggiando la Fossa, finché i resti di un tempietto diroccato attirano la nostra attenzione. Dalle vecchie pietre proviene una suggestione arcana. L'esile campanile a vela, nella sua minuscola struttura, ci parla di tempi ingenui e lontani, di una fede agreste che doveva trovarsi in sintonia con la natura; la quale si sta riappropriando lentamente dell'oratorio, con piante che ormai hanno messo radici anche al suo interno. Di fronte al tempietto si muove appena l'acqua nella Fossa, meta di alcuni pescatori domenicali che certamente sono attratti più dalla pace e dalla suggestione del luogo che dalle concrete possibilità di pesca.

Anche il nostro incedere è lento e tranquillo, modulandosi sulle caratteristiche della zona, che ispira un assoluto senso di quiete. Ma ecco che, improvvisamente, la Fossa si blocca: la "tombatura" dell'ultima parte dello storico canale è stata decretata dal comune di Polesella nel 1957. Al posto delle acque si presenta ai nostri occhi l'immagine quasi irreale di un terreno da poco sarchiato, dietro il quale si profila, inatteso, l'elegante profilo di una villa veneta.

Si tratta di Villa Selmi-Serafini, alla periferia di Polesella, che si presenta signorilmente inserita in un ampio e verdeggiante parco, alla cui progettazione si vuole abbia concorso l'architetto padovano Giuseppe Jappelli. Dello storico edificio, soprannominato il Palazzone, ci appare il lato occidentale, da cui non possiamo cogliere l'armonico equilibrio della facciata rinascimentale. Alla nostra vista si presenta invece, frontalmente, la costruzione ottocentesca, adibita a serra, ornata di un classico frontone su cui spiccano tre slanciati pinnacoli.

Scattata una foto, riprendiamo il nostro itinerario per soffermarci dopo pochissimo, presso il tempietto di S. Gaetano da Tiene, risalente alla prima metà del '700. Il verde che lo circonda ci riporta alla mente un verso di Giovanni Pascoli, là dove parla delle "chiese di campagna che erbose hanno le soglie". La lineare semplicità dell'oratorio, vigilato da un campaniletto con cupola a cipolla, ci infonde un mite sentimento di dolcezza pastorale.

Completamente diversa l'impressione che ricaviamo dalla tappa successiva. Abbiamo ormai iniziato il percorso di ritorno, rinviando ad un'altra occasione la visita al paese di Polesella. Fatto un breve tratto della Statale, imbocchiamo la prima strada sulla sinistra ove si erge, oltre ad un ponte, la composita struttura dell'ex zuccherificio, da annoverare ormai tra gli edifici significativi di un'architettura industriale tipica della prima parte del nostro secolo.

La tappa successiva è a Raccano, ove sostiamo presso la Chiesetta dedicata alla natività di Maria Santissima. Si tratta di un tempietto che affonda le sue radici nel Medioevo, quando la comunità di Orcano (questo era il toponimo originale) prosperava sulle rive del Poazzo. Una serie di alluvioni convinsero però la maggior parte della popolazione a trasferirsi nella vicina frazione di Polesella che, difesa dalle arginature della Fossa, godeva di una maggior sicurezza idraulica. Fu così che i rapporti di forza tra le due comunità si invertirono e Raccano divenne frazione di Polesella, perdendo perfino, nel 1737, il ruolo di parrocchia, recuperato soltanto più di due secoli dopo, nel 1954, a seguito di un consistente lavoro di recupero del tempio.

La chiesetta, raro esempio di architettura romanica in Polesine, negli ultimi decenni si è posta all'attenzione degli amanti dei beni artistici per un originale Polittico in terra cotta, che gli studiosi hanno attribuito a Michele da Firenze, il quale operò con maestria nel XV secolo. L'artistica opera, in cui campeggia la Vergine con bimbo, assistita da quattro santi, da qualche tempo non è però più presente nella sede originaria, dato che, dopo un'operazione di pulitura, è stata spostata in ambienti più sicuri presso la Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi di Rovigo. È comunque tuttora presente nel tempio una parte di un affresco quattrocentesco, recuperato con i lavori di restauro, che contribuisce a mantenere alla sacra costruzione il fascino dei resti antichi.

Dopo aver scattato un'ultima foto al tempietto di Raccano, ci predisponiamo alla conclusione dell'escursione, soddisfatti di un itinerario che ci ha fatto scoprire aspetti del Polesine poco noti, ma non per questo di scarso pregio, ed anzi certamente significativi sotto il profilo storico ed ambientale. Inforchiamo dunque le nostre bici prendendo la strada che porta a Fiesso da dove siamo partiti e dove facciamo ritorno con la consapevolezza di aver arricchito il nostro patrimonio di conoscenze relative ad una zona forse tra le meno conosciute della "terra dei grandi fiumi".

Note e riferimenti bibliografici

1. Cfr.: Alberino Gabrielli, Comunità e Chiese nella diocesi di Adria-Rovigo, Edizioni Ciscra, Villanova del Ghebbo, 1993.

2. Cfr.: Bruno Rigabello, Consorzi e Retratti nel Polesine in età estense e veneziana, in Uomini, Terra e Acque, Minelliana, Rovigo, 1990.

3. Cfr.: Luigi Contegiacomo, Verso la fine dei particolarismi, il grande collettore Padano Polesano, in Succassi d'acque, Cariparo, 1991.

4. Cfr.: Rubis Zamella, La mia Polesella perdura, Demetri e Schiesaro, Polesella, 1996.

5. Cfr.: Aldo Rondina, Frammenti d'altare, in "Ventaglio Novanta" n. 9.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Nella Valle dei Frassini”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-valle-dei-frassini/

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