A conclusione di una piacevole salita tra verdi abeti e svettanti larici, la comitiva polesana raggiunse Forcella Forada, sopra il rifugio "Città di Fiume". La forcella comparve all'improvviso, come una finestra incavata nella cresta di confine tra la valle del Boite e la Val Fiorentina: un balcone incorniciante stupende vedute sui massicci rocciosi dei monti Antelao, da una parte, e Pelmo, dall'altra. Un contorno di innumerevoli cime, magnifiche ed imponenti, degradanti verso l'orizzonte e sfolgoranti di una intensa luce solare, completavano la scena.
I gitanti ammirarono il fascino di quel panorama grandioso, si inebriarono della bellezza di quel paesaggio dolce e suggestivo e si immersero nella pace e nella serenità di quel luogo incantevole.
Per la colazione al sacco, si sistemarono in una piccola conca del prato ove alcuni massi, affioranti dall'erba, e folti cespugli di pino mugo riparavano dal fresco venticello d'alta quota. Man mano che i corpi ritrovavano vigore, le allegre chiaccherate del mattino, ultimamente interrotte per la fatica sostenuta nella salita, riprendevano con sempre maggior lena.
Un gruppo di persone veneziane, giunte dall'alto sentiero, costeggiante i lunghi e ripidi ghiaioni del versante nord del monte Pelmo, si collocò, poco dopo, nello spiazzo adiacente. Stanche per il faticoso percorso, taciturne e silenziose si preparavano anch'esse per la colazione. Volevano riposare e rifocillarsi per riprendere al più presto il cammino.
I nuovi arrivati notarono le sei persone, ciarliere e chiassose, vicine a loro.
– Devono essere tre coppie – disse Claudio alla moglie Fedora, osservando come stavano sedute a due a due, prendendo le loro vettovaglie ognuna dai propri zaini.
– Guarda come si divertono con quelle mucche, che stanno loro appresso come volessero riprendersi il proprio pascolo – aggiunse Fedora.
Umberto cercava, infatti, di distogliere gli animali e allontanarli, ma inutilmente, con il suo alpenstock. Gli amici ridevano, divertiti per i suoi vani tentativi e le allettanti parole senza effetto.
Imperterrite, le mucche gironzolavano, scampanellando, attorno a Laura, moglie di Umberto, quasi a rivendicare un loro possesso su quei prati, ove erano state portate per la transumanza estiva.
– Forse sono attratte dalla giacca rossa di Laura – insinuava scherzosamente Bruno.
Finalmente le mucche se ne andarono, rassegnate, biascicando la tenera erba ed aspettando, pazienti, che quegli intrusi togliessero il disturbo.
– Ecco il maglione che mi piace. – disse Loredana al marito Paolo, indicandogli quello indossato dalla signora del gruppo vicino. – Ne desidererei uno uguale. Me lo regali per il mio compleanno? -.
Paolo guardò il maglione di Fedora e osservò i nuovi arrivati, che stavano seduti lì appresso. Anch'essi mangiavano al sacco e parlavano sottovoce tra di loro.
Paolo notò il volto giovanile dell'uomo contrastare con la sua evidente calvizie.
Sentendosi guardato, anche Claudio si girò verso il vicino restando colpito dalla capigliatura completamente canuta.
– Guarda come spiccano quei capelli bianchi sul volto abbronzato! – disse Claudio alla moglie.
Bruno e Umberto, particolarmente in vena quel giorno raccontavano frattanto barzellette e tenevano allegra la comitiva. Ogni tanto le risate rompevano la quiete.
Dina fotagrafava i variopinti e rari fiori, che sbucavano coraggiosamente a quell’altitudine tra i frammenti di roccia caduti dalla grande croda sovrastante ed ora sparsi sul prato.
– Devono essere proprio stremati quei quattro! – fece osservare Umberto, considerando la calma ed il molle abbandono sull'erba fresca dei nuovi venuti.
– Se hanno attraversato tutto quel ghiaione, devono aver faticato parecchio. – aggiunse Bruno.
Laura e Dina guardavano quelle persone: erano intente a consumare le loro provviste e nello stesso tempo ognuna stava leggendo un libro o una rivista.
– Non avranno nemmeno la forza di parlare. – disse Laura.
– O forse avranno voglia di isolarsi, di appartarsi da tutto, – aggiunse Dina – forse vivono nel caos di una città e vogliono immergersi completamente in questo silenzio, assaporare al massimo questa quiete -.
– Vuoi un altro panino, Paolo? – disse Cora, la ragazza del gruppo veneziano, allungando l'involto al fidanzato. Distesa sull'erba, ella mordicchiava lentamente una rossa mela sugosa e sfogliava una rivista.
Nel gruppo polesano, Paolo, quello più anziano dai capelli canuti, sentendo pronunciare il suo nome, guardò nuovamente le persone vicine e quel giovane, suo omonimo, dai folti capelli corvini, come ebbe modo di evidenziare (forse con una punta di invidia).
Il ragazzo stava gettando una fugace occhiata a degli appunti per l'esame universitario del giorno appresso. Pur avendo quell'importante impegno, non aveva voluto rinunciare alla gita da tempo programmata.
Per più di un'ora – il tempo per la colazione ed un po' di ristoro – i due gruppi convissero vicini, senza parlare tra loro, osservandosi ogni tanto se incuriositi da qualche particolare o da discorsi che potevano involontariamente recepire, ma nel rispetto reciproco dell'altrui privacy.
Le tre coppie polesane si alzarono per prime. Raccolsero i propri zaini e si ricomposero per il ritorno a valle. Ma all'ultimo momento Paolo si allontanò dagli altri per raggiungere alcune rocce sovrastanti.
La moglie Loredana lo chiamò, sollecitandolo a tornare perché tutti erano pronti per la partenza.
– Arrivo subito. – le rispose Paolo dall'alto – Credevo di aver visto, tra questi sassi, delle stelle alpine, ma mi sono sbagliato. Sono dei ranuncoli bianchi. Se vuoi fotografarli, Dina, sono molto belli -.
Nell'altro gruppo Claudio intese distintamente quelle parole, pronunciate ad alta voce, e subito esclamò: – Quello lassù con i capelli bianchi dev'essere qualcuno che conosco! Ricordo questa voce, è un accento che mi è familiare –.
Attese il ritorno dell'uomo per osservarlo meglio.
Ora ricordava: "La voce pareva quella di un suo compagno, che era stato in collegio con lui a Vittorio Veneto una quarantina di anni prima. Una voce che, di tanto in tanto aveva avuto modo di riudire al telefono perché i due amici avevano continuato in tutti quegli anni a scambiarsi telefonicamente gli auguri ad ogni loro compleanno e a tenersi aggiornati sulle vicende della propria vita.
La voce, quindi, era nota e identificabile, non più l'aspetto.
– Paolo? – pronunciò Claudio in modo interrogativo, guardando verso quell'uomo. (- Se è quel mio vecchio amico – pensò – risponderà -.)
Paolo, sentendo il suo nome, si girò verso quella gente, ma, non notando nulla di particolare, restò indifferente.
– Allora, vieni? – gli disse la moglie sollecitandolo.
– Mi sembrava che qualcuno mi chiamasse. – rispose Paolo.
– Saranno stati quei ragazzi, che giocano laggiù, a chiamarsi tra di loro – insistette Loredana.
– Paolo? – riprovò frattanto Claudio, ormai convinto che fosse proprio l'amico del collegio.
L'invito era chiaro e Paolo si avvicinò a quell'uomo alquanto stempiato.
Solo quando gli fu vicino, anche lui lo riconobbe.
– Ma tu sei Claudio! – gli disse sorpreso.
– Allora sei proprio Paolo! – ribattè l'altro un po' emozionato.
Si abbracciarono, felici per questo inaspettato incontro.
Quante cose avevano da dirsi, quanto passato da rivangare! E, naturalmente, quanti ragguagli sugli avvenimenti recenti da scambiarsi. E ognuno guardava, cercando di non farsi notare, i capelli dell'altro (o quello che ancora restava di essi) e pensava al lungo tempo trascorso. Quasi una vita. E quei capelli ne erano la dimostrazione.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “La voce”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-voce-2/