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STORIA - TRADIZIONI

Adolfo Rossi in Eritrea

Inizialmente possibilista, il giornalista polesano fu poi decisamente critico sulla politica coloniale italiana

di Lorenzo Maggi

Ventaglio Novanta n. 20 2000 pp. 60–63

Adolfo Rossi compie il suo primo viaggio in Eritrea come inviato della Tribuna di Roma alla fine del 1893: parte dall'Italia il 23 dicembre 1893 e arriva a Massaua il 2 gennaio 1894.

Si reca subito ad Agordat dove nel dicembre '93 il Col. Arimondi aveva ottenuto una splendida vittoria contro i Dervisci; si sposta in seguito all'interno dei territori sotto il controllo italiano per conoscere la situazione e ritorna in Italia nella primavera del 1894.

Al termine di questo viaggio il giudizio di Rossi verso l'impresa africana è senz' altro positivo come si legge chiaramente nel saggio "L'Eritrea com'è oggi", pubblicato nel 1894. Il giornalista pone l'accento sulla missione civilizzatrice intrapresa dall'Italia: strade, ponti, ospedali, edifici pubblici sono il frutto della presenza in Eritrea delle truppe italiane che sanno farsi stimare e benvolere dagli indigeni. Le uniche perplessità concernono la mancanza di una strategia globale in questa fase di espansione.

Rossi sottolinea come sia necessario decidere al più presto se l'obiettivo finale è il Sudan – controllato dai Dervisci – o l'Abissinia.

Il secondo viaggio in Africa lo effettua, invece, per conto del Corriere della Sera di Milano. Parte nel gennaio del 1895, percorre nuovamente la colonia italiana, ma giunge a delle conclusioni molto diverse da quelle precedentemente esposte. Nel giugno del '95 viene pubblicato "Le nostre conquiste in Africa": Rossi sottolinea l'impossibilità di sfruttare adeguatamente il suolo eritreo da parte dei coloni italiani giunti in Africa a causa del clima pessimo e delle epidemie. La sua posizione è estremamente critica: "Personalmente io credo che il partito più savio sarebbe quello di disfarsi di tutta quanta l'Eritrea e di rinunziare all'idea di conquistare l'Abissinia intera, territori sdegnati nel 1868 dall'Inghilterra, che se vi avesse veduto qualsiasi tornaconto se li sarebbe tenuti".

Viene contestata anche la decisione del governo Crispi di mantenere il governo della colonia in mano dei militari ed in particolare del Generale Baratieri, che cerca la guerra solo per coprirsi di gloria.

Ancora come inviato del Corriere della Sera, Adolfo Rossi giunge una terza volta in Eritrea alla fine del 1895. È l'unico giornalista ad accompagnare il generale Arimondi che guida gli scarsi rinforzi concessi a Baratieri. Arrivano all'Amba Alagi il 7 dicembre 1895, tre ore dopo il macello del battaglione Toselli. Gli articoli inviati in Italia ci mostrano un Rossi sempre più disilluso sulla reale volontà del governo italiano di vincere la guerra con gli Abissini o almeno di conservare le conquiste ottenute. Quando riesce a valutare con i propri occhi “l’esercito scioano” constata con estremo disappunto l’organizzazione del nemico; il 30 gennaio scrive infatti: “ogni soldato ha la propria tenda… quasi tutti sono armati di fucili a retrocarica”. Anche la tradizionale rivalità tribale appare momentaneamente superata, i vari ras “mostravano idee di nazionalità e dicevano l’Africa dover essere degli africani”.

Il pessimismo di Rossi nasce, comunque, dalla valutazione del nostro corpo di spedizione: in un articolo, aspramente critico, del 17 gennaio il corrispondente delinea con impietosa lucidità le mancanze e l’inferiorità del nostro esercito. A proposito dei rinforzi di Arimondi, ad esempio, scrive: “Le nostre truppe bianche sono partite dall’Italia salutate come quelle che dovevano rialzare la bandiera italiana ad Amba Alagi, e non erano ancora sbarcate che già si sapeva qui che erano insufficienti, mal preparate e peggio equipaggiate… i magazzini di Napoli non erano per nulla provveduti e la vestizione avvenne con indicibile confusione: scarpe e vestiti furono distribuiti alla diavola… sono pochi i soldati che abbiano la giubba, i pantaloni le scarpe adatti alla loro statura… Non possiamo affrontare il nemico in aperta campagna”. L’ultima speranza è riposta nell’artiglieria, senza la quale “non saremmo assolutamente in grado di sostenere l’urto di un nemico a noi cinque volte superiore nel numero dei fucili”.

L’autorità militare considera queste critiche inaccettabili, Rossi viene espulso dalla colonia eritrea e costretto a tornare in Italia. Ci è giunto anche il telegramma – purtroppo incompleto – con cui il Generale Baratieri notifica il provvedimento al giornalista:

Ella è invitata lasciare col primo prossimo piroscafo colonia per corrispondenza da Adigrat data 17 gennaio (…) Ella scrivendo accuse infondate e facendo insinuazioni calunniose tende menomare autorità prestigio (rischiando) allarmare paese. Baratieri.

Le accuse di Rossi non sono poi così infondate: nel febbraio del ’96 gli Abissini iniziano un’avanzata inarrestabile che si chiude con la drammatica sconfitta di Adua e la fine delle mire coloniali del Crispi.

* ha collaborato alla stesura del presente articolo Francesca Pivirotto.

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Lorenzo Maggi. “Adolfo Rossi in Eritrea”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/adolfo-rossi-in-eritrea/

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