Quella teoria di nobili bianche colonne, a sostegno di un grande edificio rurale, mi aveva da sempre colpito. Un'immagine emblematica, vista in diverse riproduzioni, ma mai verificata personalmente.
Con piacere avevo perciò accolto la proposta di una visita guidata a Corte Grimani di Pettorazza, iniziativa programmata dal CeDi nel contesto della tradizionale ''Settimana dei Beni Culturali", una autentica non stop itinerante nei vari comuni della provincia, con la finalità di conoscere e valorizzare il patrimonio artistico ed ambientale.
Ad accogliere il gruppetto di appassionati, che avevano risposto positivamente all'invito sfidando i rigori di una giornata freddissima, anche se illuminata da un sole dorato, l'assessore del Comune di Pettorazza Grimani Gianni Mosca.
Va subito detto che all'esterno, sulla pubblica via sulla quale si erge il palazzo padronale – alla cui destra si trova l'ingresso alla corte – niente fa supporre l'esistenza della scenografia che si apre appena superata la cancellata. Il caseggiato, anzi, con la sua regolarità geometrica priva di ogni ricercatezza, sembra voler negare, o quanto meno occultare, l'originalità e la vastità delle costruzioni di servizio, vere protagoniste della grande corte, posizionate sul retro dell'abitazione.
L'ubicazione stessa del palazzo, direttamente sulla strada, senza un minimo accenno ad un viale o ad una separazione verso l'esterno, denota lo scarso interesse del progettista, e quindi anche del committente, per tale edificio. E ciò in netto contrasto con altre realizzazioni architettoniche del passato, ben più interessate ad attribuire alla villa padronale un ruolo di centralità e rappresentanza, elementi che nella costruzione di Pettorazza sembrano decisamente sminuiti.
Unica concessione ad un accenno di eleganza, la facciata interna rivolta ad oriente, che vede due canne fumarie fiancheggiare simmetricamente la scala che porta al piano nobile. E poi una stravaganza: una colonna, a ridosso della porta d'accesso, posizionata non tanto in base ad un progetto artistico, ma con lo scopo tutto pratico di occultare uno scarico.
L'esistenza del palazzo sembra anteriore rispetto agli altri edifici, dato che è testimoniata in una mappa di fine seicento. La versione definitiva assunta non solo dall'edificio in questione, ma più in generale da tutto il complesso di Corte Grimani, va infatti collocata nel tardo settecento.
Nel cortile d'ingresso l'interesse viene ben presto attratto da due vere da pozzo: la prima di origine gotica, con funzione puramente decorativa, arricchita dall'incisione di uno stemma con sei fiori; la seconda invece, rimasta a lungo efficiente, costituì il mezzo utile a garantire l'approvvigionamento idrico.
Lasciando lo spazio nei pressi della villa padronale, lo sguardo si posa sulle altre costruzioni che cingono la grande aia pavimentata con mattoni, soffermandosi in particolare sull'edificio che sorge sul lato opposto, sorretto da sedici eleganti colonne doriche, ove – ci informa la nostra guida – trovasi il "Paradiso".
Ma, visto che il Paradiso deve costituire il premio finale, è bene che la visita riservi a tale edificio l'ultima tappa, iniziando dalle poco impegnative scuderie alloggiate a sinistra dell'entrata in una costruzione le cui due ali si uniscono dando vita ad una sorta di cuneo; particolare questo del tutto inedito nella grande corte, ove la regola è quella dell'ordine geometrico, ispirato a linee che si incontrano ad angolo retto. Inizialmente riservato alle scuderie, questo immobile divenne poi rimessa per le lussuose auto dei proprietari, mentre oggi è destinato ad officina, conservando alcuni macchinari di inizio secolo, tra cui un antico tornio a puleggia e un trapano a colonna.
La visita prosegue, portandosi sul lato opposto della corte, ove sorge un edificio sormontato da torretta, che nel 1820 costituì la prima sede municipale, per essere poi destinato ad accogliere, fino a tempi recentissimi, alcune famiglie. La tipica torretta ospitava un antico orologio con ingranaggi in legno, ai cui rintocchi certamente facevano riferimento, nella lunga giornata lavorativa, le centinaia di braccianti alle dipendenze della grande azienda agricola.
A fianco di questo immobile sorge l'edificio più ampio della corte (m. 58.50 x 14,20). Eretto nel XVIII secolo, è caratterizzato da una serie di eleganti arcate, delle quali quelle a destra si presentano cieche. Nella parte seminterrata si aprono grandi cantine, ove sono alloggiate enormi botti di legno ed altre, più recenti, in cemento. I piani superiori erano adibiti a deposito di granaglie, che convenivano nella grande corte portate da teorie di carri provenienti dall'ampio territorio su cui si estendevano le campagne dei Grimani.
Visitata la grande struttura, soffermando l'attenzione sulle ingegnose tecniche di conservazione dei prodotti alimentari, utilizzate per secoli da quella che oggi viene definita la "civiltà contadina", ci dirigiamo con particolare curiosità verso il "Paradiso", ovvero verso il più originale degli edifici della grandiosa corte, caratterizzato dallo straordinario loggiato con sedici bianchissime colonne doriche.
Trovare una presenza così aulica in una corte rurale è veramente stupefacente. L'edificio, che sorge opposto alla villa padronale, chiudendo a nord la corte e separandola dall'Adige che scorre a poche decine di metri, ha un impatto di grande suggestione sul visitatore. E ciò non solo per la presenza di riferimenti artistici di pregio, ma anche per il gioco di luci e volumi che ne nasce: innanzitutto colpisce il contrasto tra il nitore delle colonne e la presenza scura del cotto nelle parte superiore della grande costruzione (m.56,5 x 15), ma stupisce anche la difformità tra l'esile consistenza del basamento con grandi spazi intercolumnali vuoti e la massiccia pienezza dei due piani superiori, ove si aprono finestre di dimensioni abbastanza ridotte.
Non è dato sapere chi abbia progettato l'immobile. Sono invece note le modalità di trasporto delle colonne – provenienti da una demolita villa dei Morosini a Venezia – che raggiunsero Pettorazza per via fluviale, risalendo la corrente dell'Adige, dopo essere state sezionate in vari pezzi per stivarle nell'imbarcazione. La ricostruzione avvenne poi in loco, destinando le colonne a sostegno dell'edificio del "Paradiso".
Con questo termine in realtà non veniva designato tutto l'edificio, ma solo il granaio. E il riferimento alla dimora celeste non mancava di un pizzico d'ironia: non era infatti legato, come si potrebbe supporre, alla sorprendente aria nobiliare dell'immobile, impreziosito dalle sedici bianche colonne, ma al gravoso lavoro di trasportare fino al sottotetto pesanti sacchi di grano che, una volta depositati, concedevano ai braccianti un senso di sollievo, tale da sembrare loro di godere le delizie del paradiso. E vari graffiti, tracciati sulle pareti delle scale nei rari momenti di pausa, stanno a testimoniare la gravosità del lavoro, ma anche in alcuni casi la religiosa rassegnazione dei braccianti ad una vita di sacrificio, accettata con un atteggiamento di reverenziale timore nei confronti del divino.
La vastità del sottotetto è impressionante: il volume complessivo dei granai ammonta a circa 28.000 metri cubi. Sorprendente è l'elasticità della pavimentazione, chiaramente percepibile soltanto muovendosi lungo l'asse longitudinale. Di particolare pregio architettonico è il sistema a capriate che sostiene il tetto: un mirabile colpo d'occhio è offerto dalla teoria di lunghe travi lavorate ad incastro di coda di rondine. Particolari che manifestano la perizia costruttiva e che hanno garantito nel tempo l'integrità dell'immobile, i cui interni però oggigiorno si presentano desolatamente vuoti.
Un complesso grandioso e monumentale dunque quello di corte Grimani, di cui attualmente manca il solo anello costituito dal grande essiccatoio, posto tra i due edifici adibiti a granaio. Un'assenza testimoniata da quattro colonne solitarie, vestigia di un tempo lontano in cui, incredibilmente, si volle dare un aspetto aulico e classicheggiante a strutture di servizio, destinate a conservare il nome dei proprietari nei secoli.
Il grande complesso agricolo dei Grimani, passato poi ai Gattemburg-Morosini, lentamente, specie nel corso del '900, ha perduto la sua centralità economica e produttiva. L'affrancarsi dei braccianti, con il progressivo costituirsi di piccole e medie aziende direttamente condotte dalle famiglie rurali, nonché l'introduzione di nuove tecniche colturali in grado di ridurre la manovalanza, hanno progressivamente limitato la presenza della manodopera nella grande corte che ora si presenta stranamente silenziosa, ma non abbandonata.
Un'azienda agricola, di proprietà della famiglia Ricciuti di Padova, è tuttora collegata a questo complesso, il quale risulta però decisamente sovradimensionato nei confronti delle necessità agricole, per cui è concreto il rischio che i grandi fabbricati subiscano un lento ma inarrestabile degrado.
Nel 1988, riconosciuto il valore storico ed artistico del grande complesso, il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali lo ha sottoposto ai vincoli di tutela monumentale. Ma per salvaguardare veramente l'originale patrimonio di Pettorazza Grimani occorrerebbe un nuovo progetto di utilizzo non facile da identificare; per il quale occorre uno sforzo che, oltre all’ Amministrazione Comunale, coinvolga quanto meno la Provincia e la Regione Veneto.
La segnalazione più immediata che ci sentiamo di fare sul futuro della Corte è quella di destinarne almeno una parte a ricettività nell'ambito di un serio piano di itinerari cicloturistici ed equituristici da promuovere lungo la strada arginale dell'Adige. E a questo proposito rimandiamo alla positiva esperienza descritta nell'articolo con cui abbiamo aperto il n. 19 del Ventaglio, proposto con il titolo Lungo l'Adige con cavalli e calessi.
E se la stalla ritornerà a vivere, forse potrà ripetersi il "miracolo" di una nuova nascita, come quella descritta dal poeta Angelo Rasi, nella lirica intitolata "La borela", che ci piace qui ricordare:
Ghé un silenzio de ciesa
ne la stala.
Stamatina, bonora, la borela
la ga fato un bisin.
Dentro le poste
tase el somaro,
el pulierin,
le vache.
Tuto xe chieto,
tuto unquò xe neto,
come un presepio.
La borela se leca
el so’ bisin.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Corte Grimani”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/corte-grimani/